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Un pioniere dell'arte tipografica

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Ubaldo Delsante
Fu tra i primi a stampare libri liturgici con le note musicali. «Un carattere solido, di lapidaria evidenza, in lettere semigotiche, che si snodano fresche, senza angolosità né sforzo, con un intimo senso di proporzione e di armonia». Questa è la cifra stilistica di Antonio Zarotto, tipografo parmigiano attivo negli ultimi tre decenni del Quattrocento, del quale mercoledì  14 luglio ricorre il cinquecentesimo anniversario della morte, avvenuta nel 1510 a Milano dove viveva da tempo pur ostentando sempre con fierezza la sua origine parmigiana.
A definire in quel modo lusinghiero lo Zarotto fu a suo tempo Angelo Ciavarella, uno studioso che ha dedicato molto interesse ai primordi della tipografia, e non solo quella che si sviluppò a Parma, fino, ovviamente, al Bodoni, del cui Museo fu uno dei maggiori sostenitori. La data esatta della nascita di Antonio Zarotto non è nota, si sa però che nacque a Parma nel 1450, che il padre si chiamava Francesco e che abitava nel Quartiere di Porta Santa Croce. La famiglia godeva di buone condizioni economiche e il giovane Antonio certamente poté studiare e raggiungere un buon grado di cultura.
All’epoca a Parma erano presenti diverse buone scuole grammaticali e gli studi umanistici, eredi della presenza del Petrarca nel secolo precedente e poi di Vittorino da Feltre e altri, erano tuttora fiorenti. Lo studio delle lettere greche e latine, logica, teologia e altre scienze era attivo nei conventi dei Francescani e dei Domenicani oltre che presso qualche maestro privato. Vi erano poi biblioteche ricche di volumi di ogni genere, in particolare quelle del Capitolo della Cattedrale e dell’Annunciata. Il giovane Zarotto, suppone ancora Ciavarella, «avrà visto qualche libro stampato a Roma o a Venezia. Avrà sentito dai dotti della città, assetati come erano di possedere quante più opere possibili per i loro studi, celebrare l’importanza di quella invenzione meravigliosa cui essi sognavano come all’unico mezzo per appagare la loro febbre, la loro avidità di sapere».
Frequentando quell'ambiente e subendo quell'influsso culturale, si pensa che egli abbia voluto inseguire il desiderio di sviluppare la nuova arte e cercare l’opportunità per farlo in un ambiente tecnologicamente più idoneo che non a Parma. Così, a vent'anni, dopo qualche esperienza in botteghe locali, Antonio Zarotto nel 1470 andò a Milano, dove già esistevano officine bene attrezzate, e qui trovò diversi editori e uno stampatore con i quali lavorare e stringere patti societari per realizzare ambiziosi progetti di stampa.
Milano era allora sotto la signoria degli Sforza. Grazie al loro mecenatismo presero vigore gli studi umanistici, oltre che le scienze e le arti. Di conseguenza la città lombarda divenne un importante emporio della produzione libraria. Zarotto lavorò a Milano fino al 1504. Le prime sue opere, secondo alcuni studiosi, videro la luce già nel 1471 senza il suo nome. Entrato in quell'anno nell’officina di Panfilo Castaldi da Feltre e divenuto suo proto, mise in piedi una società con il prete Gabriele Orsoni, Cola Montano, maestro di retorica e grammatica, Gabriele Paveri Fontana, professore d’eloquenza e Pier Antonio di Borgo da Castiglione, il cui nome si ritrova in un certo numero di incunaboli milanesi da 1475 in poi.
Con un successivo documento entra nella società il fratello di Pier Antonio, Nicola e nell’atto si delinea lo scopo della società: stampare libri «in iure civili et in medicina et in iure canonico» con tre o più torchi a cura, viene precisato, di Antonio Zarotto, cui spettava di provvedere anche all’esecuzione dei punzoni e alla costruzione dei torchi.
Fu tra i primi a fondere impronte di caratteri greci e a corredare i libri liturgici di note musicali, come fa fede il «Missale Ambrosianum» del 1475, riconosciuto dai critici anteriore al «Missale Romanum» uscito a Roma lo stesso anno. Nessuna lode alla sua abilità di tipografo compare nelle prime edizioni. Nel colophon delle «Epistolae» di Enea Silvio Piccolomini (1473) si legge, in tutta semplicità, ciò che egli riteneva di essere: «magistrum Antonium de Zarotis parmensem».
Soltanto in seguito, quando ritenne di essere nel pieno possesso della sua arte, visto che altri menavano vanti pur essendo a lui inferiori, cominciò a tirar fuori qualche termine autoelogiativo. Nel «Marlianus» (1474) scrisse: «mira parmensis Zaroth me Antonius arte fecit» che si può interpretare così: «Mi fece, mi produsse con arte meravigliosa Antonio Zarotto da Parma».
 E più tardi nel frontespizio del suo «Missale secundum consuetudinem romane curie» (1492) darà di se stesso questa apparentemente umile definizione: «Antoni patria Parmensis, gente Zarote, / Primis Missales imprimis arte libros», che significa primo nello stampare i messali o libri liturgici, ma certo non primo nell’inventare l’arte, come taluni al suo tempo insinuavano maliziosamente che volesse sostenere.  E più oltre dice però di avervi dato un notevole contributo e di averla portata a un’espressione così progredita da poter ambire di essere considerato pari all’inventore o ideatore. Modesto ma non troppo, insomma.
Se, dunque, al Castaldi va il merito di avere introdotto la stampa a Milano dopo le sue precedenti esperienze a Capodistria e a Venezia, spetta ai suoi allievi, Filippo Lavagna (la cui carriera però fu di breve durata), e soprattutto Antonio Zarotto il pregio di avere fatto superare all’arte tipografica la fase pionieristica che consentirà ad Aldo Manuzio e a Gabriele Giolito di avviare dinastie di tipografi di grande capacità e rilievo nel secolo successivo.
In particolare Zarotto seppe, meglio di altri pur precoci tipografi, giungere a una visione matura e progredita del libro concepito nella sua unità e nella sua funzione, pressoché compiuto nella sua struttura, intonato alle tendenze culturali del tempo. A rigore il suo cognome dovrebbe essere reso in lingua moderna con Zarotti, come correttamente, ma forse invano, fa Roberto Lasagni nel suo «Dizionario Biografico dei Parmigiani». Invano perché da quando, negli anni Quaranta del Novecento l’allora Strada Levata del Castelletto fu intitolata ad Antonio Zarotto, quell'antica dizione è entrata ormai nella prassi quotidiana.

 

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