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Ritorno dell'Inquisizione

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Federica  Dallasta

Il 29 luglio 1780 il duca Ferdinando di Borbone riuscì a coronare una personale aspirazione pubblicando il “Sistema del Tribunale della Santa Inquisizione ne’ Regi Dominj di Parma, Piacenza e Guastalla”, un “Concordato” col quale ristabiliva buoni rapporti con la Santa Sede dopo anni di tensioni diplomatiche e riapriva le sedi inquisitoriali di Parma e Piacenza soppresse da undici anni.
I motivi per cui nel 1769 era stato costretto a chiudere i due tribunali del S. Ufficio sono numerosi: le pressioni del primo ministro “illuminato” Guillaume Du Tillot, l’esempio paterno, la pretesa delle Corti borboniche francese e spagnola di indirizzare la politica del piccolo Stato padano verso orientamenti regalisti e giurisdizionalisti, l’esigenza di sottrarre beni agli ecclesiastici per ridistribuirli alla collettività oppressa da gravi carestie.
Altrettanto numerose furono le ragioni che spinsero il giovane principe ad invertire la marcia e a ripristinare i rapporti con Roma: il consenso accordato a tale progetto dalla monarchia spagnola, di cui i ducati di Parma e Piacenza erano vassalli dal 1556, la pressione del partito tradizionalista che a Parma contrastava quello riformista, gli scrupoli di coscienza del principe, fin dall’infanzia molto attaccato alla religione su esempio materno, la sua volontà di fare ammenda dei danni provocati agli ecclesiastici, in particolare ai gesuiti e ai domenicani.
Il papa Pio VI accolse con “paterna benevolenza” la richiesta di don Ferdinando e arrivò addirittura a concedere un “indulto” di quattro mesi a coloro che avessero commesso reati in materia di fede negli undici anni precedenti. Il pontefice si accordò col principe sui tempi e sui modi in cui il nuovo inquisitore avrebbe emesso il suo “editto generale” per comunicare al popolo la riapertura delle due sedi principali di Parma e Piacenza e dei numerosi vicariati.
Infatti il 12 agosto 1780 l’inquisitore di Parma Vincenzo Giuliano Mozani pubblicò con soddisfazione il suo editto e lo fece affiggere ovunque. Nel testo, su richiesta ducale, sottolineò la mitezza e la misericordia del S. Ufficio, ma elencò con estrema precisione gli obblighi dei fedeli: non sarebbero state ammesse letture proibite, affermazioni ereticali, bestemmie o pratiche magiche.
I due tribunali, con le loro sedi vicariali sparse per tutto lo Stato, rimasero attivi per sedici anni, fino all’arrivo delle truppe napoleoniche, mentre in molti altri Stati italiani erano già stati definitivamente soppressi in anni precedenti da sovrani “illuminati” che avevano preteso di gestire direttamente il problema della censura libraria, in base a nuovi criteri laici.
A Parma questi mutamenti provocarono conseguenze spiacevoli: nel 1769 l’abbattimento della cappella della S. Croce in cui si celebravano i processi inquisitoriali, poi, all’inizio del XIX secolo, la distruzione dell’archivio dell’Inquisizione. Furono due gesti carichi di significato ideologico, dettati dalla volontà di liberarsi di una presenza fastidiosa e di affermare la libertà di pensiero, ma il prezzo fu la perdita definitiva di un rilevante patrimonio artistico, storico e culturale.
L’archivio si era stratificato dall’inizio del Cinquecento, la cappella era stata mirabilmente affrescata dagli allievi del Correggio alla fine dello stesso secolo; eppure oggi ci rimangono solo scarne descrizioni e succinti inventari stilati dall’inquisitore che subì la soppressione nel 1769. La gravità di tali perdite emerse solo a distanza di tempo, perché le voci critiche non furono ascoltate.
Queste vicende ci dovrebbero insegnare a tutelare in ogni modo i beni culturali e ad ascoltare coloro che con passione si dedicano alla loro conservazione, perché solo così potremo evitare di danneggiarli e li potremo consegnare alle future generazioni.
 

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