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Minardi, un percorso carsico

Dalle note ai pennelli: le strade parallele del musicologo-pittore all'Hotel de la Ville

Minardi, un percorso carsico
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A lui piace chiamarlo «percorso carsico». Sotterraneo, nascosto lo è davvero, eppure presente nella sua vita fin dalla giovinezza. Gian Paolo Minardi non ama esibirsi, mettersi in mostra. Da signore d'altri tempi quale è, incarna il modello perfetto dell'artista schivo e riservato di morandiana memoria, un «lord del neo-naturalismo», potremmo definirlo.

Per oltre trent'anni docente di Musicologia del nostro Ateneo, critico musicale della «Gazzetta», è anche artista a tutti gli effetti. E la pittura è parte integrante di un'esistenza ricca di passioni legate alla cultura in senso ampio e affollata di amicizie illustri.

La retrospettiva che è in corso all'Hotel de la Ville al Barilla Center («Gian Paolo Minardi. Opere 1955-2016») è il riepilogo di una storia lunga sessant'anni, che affonda le radici nella metà del Novecento, ai tempi di «Palatina», rivista letteraria (e non solo) nata nel '57 da un'idea di Attilio Bertolucci, sostenuta da Pietro Barilla, diretta da Roberto Tassi. Tra le prime firme Gian Carlo Artoni, Giorgio Cusatelli, Francesco Squarcia e Giuseppe Tonna, a cui presto si aggregarono altri importanti nomi del mondo letterario. «Nasce in quel contesto la mia spinta verso la pittura e la musica - spiega Minardi -, entrambe presenti da sempre tra i miei principali interessi, solo che una rappresenta un percorso “pubblico”, l'altra una percorso parallelo, ma “privato”. L'ambiente di “Palatina” mi ha dato la possibilità di conoscere tanti intellettuali di spicco tra cui Gadda, Moravia, Bassani e Fenoglio, Volponi e Pasolini. Tutti collaboratori della rivista grazie a Bertolucci, vero e proprio fulcro di tutte le attività».

«Palatina», dunque, cuore pulsante di un'attività intellettuale foriera di pensieri in grado di fare scuola, centro propulsivo per una Parma d'avanguardia culturale: «Se il baricentro di “Palatina” era poetico e letterario, fin dal primo numero risultò chiaro come attraverso di esso passassero altre strade, altre esperienze. Quella della pittura, ad esempio, terreno che trovava la sua primaria sollecitazione nel ruoto di Tassi, che di “Palatina” era ufficialmente il direttore; proprio quel primo numero, del gennaio 1957, offrì chiarissimo il piano di volo, da un lato la recensione di Francesco Arcangeli al “Correggio” di Longhi, dall'altro il saggio di Tassi su Morlotti, che era appunto, come ritrovare sintonia con la storia, la nostra storia, che nella vicenda correggesca, nutrita dal supposto viaggio romano, si traduceva in quella “accaldata e palpabile pienezza vitale” il cui riverbero sembra amplificarsi, quasi esplodere, nell'immanenza materica di Morlotti. Motivo anch'esso centrale nella temperie parmigiana di quegli anni, attivata proprio dalla presenza di Arcangeli, che insegnava storia dell'arte al liceo classico Romagnosi».

Decisivo per Minardi l'incontro con Arcangeli, massimo conoscitore del lavoro di Giorgio Morandi (suo il saggio “Gli ultimi naturalisti”, 1954), capace di plasmare gusti e sensibilità. Negli anni del nascente boom economico e del dilagare della Pop Art anche in Italia, l'Emilia, con Bologna capofila, resta feudo del naturalismo - o neo-naturalismo, come lo definivano i critici - di cui Minardi è esponente a pieno titolo. «Frequentavamo assiduamente Bologna, sospinti da una lettura dell'arte di Morandi, proposta da Arcangeli, in chiave moderna. Morandi era per noi una punto di riferimento, una fonte attiva. Ho avuto la fortuna di incontrarlo più volte. Partecipò anche all'inaugurazione della mia prima mostra a Bologna nel '58: un evento vero e proprio. Non era solito prendere parte ad appuntamenti mondani. Era un uomo schivo, non amava la compagnia».

In mostra una trentina di tele, olii su carta, legno, cartone e tela dal '55 ai giorni nostri, a testimoniare un'attività incessante e costante nei decenni. Che siano «Cardi», «Glicini», «Melograni», oppure «Paesaggi», vedute di «Campagna», scorci di «Bosco» il filo conduttore è sempre lo stesso: la natura ispiratrice, raccontata con grazia e delicatezza. Ma non senza potenza, forza espressiva. Un lavoro, quello di Minardi, che muta nel tempo, ma resta fedele a un'idea iniziale di vicinanza a quell'Informale capace di rappresentare le cose e in grado di mantenere fede alla promessa ideale fatta allo stile «morandiano». «Più di sessant'anni misura l'arco proposto da questa mostra, per me - scrive Minardi nell'introduzione al catalogo - uno sguardo retrospettivo su un cammino che se da un lato sembra, non senza una certa stupefazione, comprimersi, dall'altro appare come sfuggente verso uno spazio indefinito, se non dall'illusione di un'ideale continuità, quella “convinzione della capacità dell'arte morandiana di far da ponte con molte esperienze avanzate del dopoguerra, da Tapies a Burri, a De Stael” come aveva colto con sensibilità il compianto Dario Trento».

Inedita e personalissima, la sezione dedicata ai «biglietti di auguri», delicati acquerelli destinati agli amici, diventati negli anni un appuntamento immancabile a ridosso delle feste. «Mandare un proprio sguardo di paesaggio: che cosa c'è di più confortante e di rasserenato, di orientale, ora che la pioggia si è dileguata, spenta come un desiderio appagato?» scrive in una lettera all'artista Marco Vallora. «Indubbiamente Minardi è un pittore dell'ascolto della luce e della Natura - prosegue - che permane come fulminato, educato per sempre e “fermato”, dentro la voce del suo mai estinto maestro, l'Arcangeli. Felicemente “infangato” nelle suggestioni labili mai invalicabili dell'estremo naturalismo padano».

Di Minardi hanno scritto tanti. Valgono per tutte le parole del critico d'arte Tassi: «...cos'è che riscatta l'opera di Minardi dal ripiegamento nostalgico, dalla piccola emozione della natura, e la situa in un punto giusto della storia della sua generazione? E' la profonda tristezza umana, l'aspra, prosciugata solitudine che trascorre sotto la pelle della pittura; non siamo davanti solo ad armoniose immagini liriche, ma alla dichiarazione, quasi dolorosa, di una soggettività che si inserisce nel mondo, lo conosce e lo giudica: ecco infatti la ricerca di una materia tirata, secca, molto spesso opaca, e il rifuggire da un colore squillante, per armonizzare i viola di fondo, i grigi luminosi, le chiazze improvvise dei bruni e, ora, i verdi umidi, stillanti, tenerissimi».

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