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Bustarelle: millenni di scandali

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di Christian Stocchi
La storia, si sa, è maestra di vita, ma talvolta ci impartisce lezioni che vorremmo ignorare. Soprattutto quando ci dice chi siamo e ci indica impietosa la voragine del nostro lato oscuro. Perché - è bene non dimenticarlo - l’uomo è un impasto strano di luce e di tenebre. E le tenebre sono purtroppo inestirpabili, a prescindere dal tempo o dalla latitudine in cui ci tocca in sorte di nascere. In un saggio ricco di citazioni e di utili spunti di riflessione, Carlo Alberto Brioschi esplora «Il malaffare» (Longanesi), offrendo una «breve storia della corruzione» dal mondo antico fino a oggi.

Una lunga storia
Chiamatele come volete: mazzette, tangenti, bustarelle. Ma sappiate che questi fenomeni sono sempre esistiti. Così come non sono mai mancati nella storia altri comportamenti che possiamo catalogare genericamente sotto il nome di corruzione. Occorre, tuttavia, tenere presente qualche dato culturale e psicologico: il principio del «do ut des» appartiene a una zona grigia a cui spesso è stata riconosciuta una certa dignità sociale. Nell’Antico Testamento, ad esempio, il principio della reciprocità è spesso presente e - nota l’autore - l’antica società mediorientale appare informata su questo criterio. Nel Nuovo Testamento, tuttavia, si registra un cambiamento di mentalità: Simon Mago, pronto a pagare per acquisire i poteri dello Spirito Santo, è paradigma del tutto negativo. Il mondo greco presenta spunti interessanti. Nell’Odissea, Ulisse appare come un mentitore, un truffatore geniale. Platone, poi, fa constatare a Socrate l’impossibilità di opporsi a una moltitudine corrotta. A Roma la corruzione legata alle cariche pubbliche è assai diffusa: Giulio Cesare ricorre ad ogni mezzo per accedere al consolato e abbattere il potere del Senato; Cicerone rivendica l’opportunità di coltivare le clientele (la raccomandazione è, insomma, una pratica ritenuta virtuosa); ma, ancor prima, lo stesso Catone il Censore subisce più di quaranta processi per corruzione. Senza dimenticare che «gli abiti dei governatori erano fatti solo di tasche», come scrive Brecht con un’allusione provata dalle fonti. Il Medioevo, poi, vive il conflitto tra la diffusione del messaggio cristiano e la pratica quotidiana del potere; usura e simonia si insinuano profondamente nel clero. Nella Divina Commedia, Dante ci offre un quadro sistematico e illuminante. Se nel Cinquecento Machiavelli spiega come il male sia intrinseco all’azione politica per la conservazione dello Stato, «il Seicento è soprattutto in Francia il secolo in cui l’arte della corruzione politica raggiunge il suo apice [...] ma è anche il secolo del moralismo per eccellenza»; successivamente passaggi fondamentali nella storia della corruzione sono, tra gli altri, il trionfo del capitalismo, il colonialismo e l’avvento dei totalitarismi nel Novecento, che dimostrano come il fenomeno non sia caratteristica esclusiva delle democrazie liberali, ma un fatto diffuso anche nelle repubbliche socialiste, ispirate a utopie destinate a restare confinate nel mondo dei sogni.

La corruzione oggi
Oggi la corruzione ha mille facce, ma la sua essenza è sempre la stessa. Certo alcuni elementi culturali sono mutati: prendete il debito, che per millenni è stato sinonimo di colpa e invece oggi, nel villaggio globale, è diventato un incredibile e perverso strumento di arricchimento. Per anni abbiamo nuotato in un mare di crac, bolle speculative e corruzione nell’economia. Ma restano anche le vecchie, care abitudini: ricordate, ad esempio, Tangentopoli? Insomma, la corruzione è viva e gode di ottima salute. In particolare (come testimoniano le classifiche internazionali) in Italia, dove sembra trovare una piacevole residenza. Forse perché questa «consuetudine della corruzione - come sosteneva Sciascia - permea la nostra stessa cultura».

Un futuro roseo? 
Umberto Eco si è chiesto che cosa significhi essere onesto e, ricordando la corruttibilità di chi esercita cariche pubbliche, ha ironicamente concluso: «Non è meglio eleggere subito chi è indiziato di concussione e di peculato, in modo da poterlo controllare?». Allora quali sono le nostre speranze? La giustizia e le leggi, certo. La stampa, quando non è costretta a rinunciare al suo ruolo più alto: quello di cane da guardia (non di compagnia, come spesso succede) del potere. La satira, che colpisce nel segno e ferisce più di mille parole. Ma le nostre speranze, per quanto soffocate dalla certezza dell’invariabilità dei comportamenti umani, potrebbero essere scritte con un colore diverso: il rosa. Se le donne infatti, per secoli emarginate dai processi decisionali, acquisiranno un ruolo più rilevante nella società, probabilmente qualcosa cambierà. Perché il loro modello di comportamento, certamente più trasparente, è relazionale e collaborativo; molto diverso da quello maschile, fondato sulla gerarchia e sull'imposizione. Insomma, al netto di un giustificato pessimismo, possiamo solo auspicare che il nostro futuro sia roseo. In tutti i sensi. 

Il malaffare - Longanesi, pag. 304,  16,00

 

 

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