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Per lei il Tasso si sciolse... in versi

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Anna Cerugi Burgio
Ricorre quest’anno il 450° della nascita di Eleonora (o Anna Leonora) Sanvitale Thiene, parmigiana illustre del
XVI secolo, che deve la sua fama (peraltro circoscritta alle ricerche degli eruditi) più ai versi scritti in suo onore e per suo amore da Torquato Tasso, che alle sue stesse rime, che pure compose con grazia.
Nata, secondo lo Janelli e il Pezzana, nel 1560 da Giberto Sanvitale IV, conte di Sala, e dalla sua prima moglie Livia da Barbiano, figlia del conte di Belgioioso, fu educata alle lettere, seguendo una tradizione di famiglia, dato che nella casa paterna convenivano artisti e letterati, secondo il mecenatismo signorile rinascimentale. La piccola Eleonora era intelligente e precoce, tanto che a soli quattordici anni aveva già composto orazioni e versi latini, come ci testimonia una lettera dello studioso suo contemporaneo Girolamo Catena, indirizzatale nel 1574.
Apprendiamo da questa missiva, ampollosa e roboante, ma senz'altro contenente un fondo di verità, che la fanciulla eccelleva nella lingua latina ed "etrusca", cioè italiana (toscana), che sapeva tradurre le orazioni di Cicerone e aveva imparato la dottrina filosofica aristotelica, che sapeva a memoria la storia del Vecchio e Nuovo Testamento, e che aveva già composto, con stile elegante, orazioni, epistole, carmi vari. Si applicava inoltre a studiare l’opera di Euclide, a misurare il corso degli astri nonché a conoscere la sfera celeste, cioè all’astrologia e astronomia (che allora erano due scienze collegate fra loro): un bagaglio eccezionale per una giovane donna, formato da nozioni letterarie e da conoscenze scientifiche.
 Il Catena ci assicura che l’aspetto di Eleonora non era di minore fascino del suo intelletto: era esempio di verecondia virginale; la bellezza del corpo corrispondeva a quella dell’anima, la quale poteva definirsi non tanto femminea, quanto virile per la sua forza e dignità. Tutte le parti della sua figura e della sua personalità erano unite da un misto di grazia e piacevolezza collegate con una grande dignità, cosicché non si poteva trovare un aspetto più completo, essendo formato dalla bellezza di entrambe le componenti, fisica e spirituale.
Questo fiore di sapienza e virtù fu presto un partito appetibile per matrimoni altolocati: a sedici anni, nel 1576, sposò Giulio da Thiene, conte di Scandiano, che aveva conosciuto a Roma tre anni prima. Le nozze furono fastose, secondo il costume dell’epoca: la sposa fu condotta a Ferrara, in quanto il marito faceva parte della corte di Alfonso d’Este; tale città era uno dei centri più eleganti e colti del settentrione. Le fece da "chaperon" nel suo ingresso in società la matrigna Barbara Sanseverino (aveva sposato in seconde nozze Giberto Sanvitale), donna conosciuta in tutta Italia per la sua avvenenza e per la sua spregiudicatezza.
L’ingresso a corte delle due belle donne suscitò una ridda di pettegolezzi e commenti; tutti furono incantati dal fascino della matrigna, che sfoggiò una nuova ammirata pettinatura, e dalla freschezza della figliastra. Presso la corte ferrarese si trova anche Torquato Tasso: il poeta dell’amore eccelso e tormentato, della passione irrealizzabile, quale la vediamo esemplificata nel Tancredi della «Gerusalemme Liberata», probabilmente fin dal primo sguardo si innamorò della novella sposa; un colpo di fulmine, un amore impossibile come quelli che aveva descritto nel suo poema, un rapporto proibito ma non infrequente nei riti cortigiani di allora. Le dedicò in quell'occasione due sonetti: «Quel labbro, che le rose han colorito...» e «Bell'angioletta, or quale è bella imago...», nonché in seguito altre poesie.
La contessa di Scandiano (nostra concittadina di origine) fu infatti un punto di riferimento costante nella sua vicenda sentimentale e poetica; in effetti numerosi sono nel corpus di rime tassiane i componimenti a lei ispirati o indirizzati, ancorché gli studiosi molto abbiano discusso se si trattasse di reale legame amoroso o di pura finzione letteraria. Diversi sono i pareri: il Pezzana afferma che certi sonetti e canzoni gli sembrano "fattura di caldissimo amatore", dato che quella "meravigliosa donna" ben meritava tale omaggio, ma conclude che non ci sono prove concrete del rapporto tra i due.
Il Tasso era divenuto per i signori che lo ospitavano un personaggio scomodo; fu perciò rinchiuso nell’ospedale di Sant'Anna, come frenetico, rimanendovi per sette anni. Nella prigionia alternò momenti di prostrazione ad altri di lucidità nei quali compose lettere e poesie: non mancò di scrivere a Eleonora Sanvitale anche dal carcere, inviandole alcune rime, dettate, come egli afferma, sotto l’impulso dell’Amore e di Apollo, dio delle Muse, e invitandola a intercedere per lui presso coloro che aveva offeso.
Eleonora, che col marito risiedeva nel bellissimo palazzo Schifanoja, morì a soli ventidue anni dando alla luce una bambina e fu sepolta nella Cattedrale di Scandiano nel sepolcro della famiglia Thiene.

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