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Stranieri? No, fratelli

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Umberto Squarcia

Ho fatto per alcuni anni esperienza  di vita da forestiero in terra straniera. In condizioni per tanti versi vantaggiose rispetto ad altri, ma pur sempre in un paese di lingua straniera, con difficoltà  di comunicazione, con notevole divario di conoscenze scientifiche e professionali. Posso dire di aver sperimentato e in qualche modo di conoscere le difficoltà, le paure, i sogni e le speranze delle moltitudini di persone che lasciano le loro terre, le loro abitudini, gli orizzonti conosciuti ed amati in cerca di un futuro migliore. Per sé, per i propri  figli e in molti casi per il proprio paese. «L’altro siamo noi» di Enzo Bianchi (Einaudi,  pag. 8210) affronta il tema dell’essere straniero, come parte fondamentale dell’esperienza umana. Esperienza del vivere da forestiero in terra straniera ed anche esperienza del vivere nella propria terra a contatto con le persone straniere che giungono dove esiste maggiore benessere e dove esiste anche una richiesta pressante di collaborazione. Per i lavori più umili , ma non solo per questi. L’essere umano è un essere relazionale: non c’è  un uomo senza altri uomini e ogni persona fa parte dell’umanità, fa parte di una realtà  in cui ci sono gli altri.  «E l’essere umano ha tre modi di relazione: la relazione di ognuno con se stesso, con il proprio intimo, cioè la vita interiore; la relazione di ognuno con gli altri, con l’alterità, cioè la relazione sociale; infine per i credenti la relazione con Dio, alterità delle alterità». La relazione con gli altri implica necessariamente di riconoscere l’altro nella sua singolarità specifica, la sua dignità di uomo, il valore unico e irripetibile della sua esistenza, la sua libertà. «Ma proprio perché la differenza mette paura e poiché esiste in noi una attitudine che ripudia tutto ciò che è lontano da noi per cultura, morale, religione, costumi quando si guarda all’altro solo attraverso il prisma della propria cultura allora si è facilmente soggetti all’incomprensione e all’intolleranza». E’ normale quindi che molte volte la presenza dello straniero generi paura. E la paura faccia crescere una richiesta di sicurezza diffusa in larga parte della nostra società. Ma per vincere la paura servono sì misure di sicurezza che possano scoraggiare le intenzioni e i propositi disonesti, ma serve anche un atteggiamento mentale di accettare il confronto e la possibilità di imparare anche dagli altri. Un ascolto non come momento passivo della comunicazione, ma come atteggiamento di apertura all’altro. «Da un ascolto animato di empatia giungiamo al dialogo, ad un intreccio di linguaggi, di sensi, di culture, di etiche. Dialogare non è annullare le differenze e accettare le convergenze, ma è far vivere le differenze allo stesso titolo delle convergenze. Il dialogo non ha come fine il consenso, ma un reciproco progresso, un avanzare insieme». Continuando questo percorso che va dal confronto all’ascolto, all’empatia, al dialogo arriviamo con Levinas al senso della responsabilità personale. Scrive Emmanuel  Levinas: «Io sono nella misura in cui sono responsabile dell’altro».  Ed ancora:  «Ciò che lo straniero può fare nei miei confronti riguarda lui, ma la responsabilità verso di lui impegna me, in una sorta di relazione asimmetrica in cui la reciprocità non è richiesta, trattandosi di relazione disinteressata e gratuita». Infine Ryszard Kapushinsky portando avanti la logica della identità  personale nel rapporto dinamico con le persone vicine («Lo straniero ti permette di essere te stesso facendo di te uno straniero.  La distanza che ti separa dallo straniero è  quella stessa che ci separa da noi») è giunto ad affermare che  «L’altro siamo noi». La definizione che Enzo Bianchi ha mutuato ed ha posto a titolo delle sue riflessioni sull’argomento. L’attenzione, la cura e il rispetto per lo straniero si basa su una memoria storica.   «Amate il forestiero perché  anche voi foste forestieri in terra d’Egitto» (Deuteronomio 10,19). «Ero straniero e mi avete ospitato» dice Gesù nel suo racconto sul Giudizio. Sul nostro comportamento verso gli stranieri, come verso le altre situazioni di emarginazione e sofferenza, i malati, i carcerati, gli affamati  e assetati saremo giudicati nel giorno del giudizio finale.  «In verità  vi dico: tutto quello che avete fatto a uno dei più  piccoli di questi miei fratelli l’avete fatto a me» (Matteo 31-46). Anche la scienza con i risultati delle sue ultime ricerche nel campo delle neuroscienze sembra confermare   il concetto filosofico-teologico sviluppato da Enzo Bianchi nel suo «L’altro siamo noi». Nel loro   volume «So quel che fai» (Raffaello Cortina Editore, luglio 2009, pag. 216,22 ) gli autori G. Rizzolatti e C. Sinigallia espongono con ricchezza di dati sperimentali la teoria dei neuroni a specchio secondo la quale queste cellule nervose sono dotate di una sorprendente proprietà: si attivano sia quando compiamo una data azione in prima persona sia quando vediamo che altri la fanno. Il cervello simula il comportamento che vede negli altri, ne comprende le intenzioni, ne condivide le emozioni e così  entra in sintonia con loro. Il meccanismo empatico è  alla base della vita sociale.   «Abbiamo bisogno degli altri per esprimere noi stessi - dice Rizzolatti -. Senza gli altri siamo poca cosa e per di piu’ infelici. Alla base della coscienza dell’individuo non sta l’io, ma  la relazione con gli altri». La scienza affronta in forma sperimentale e positivista il tema dei rapporti tra le persone e conferma il concetto «Io e tu: un binomio inscindibile». La mia esperienza di forestiero in terra straniera mi ha permesso di divenire pienamente me stesso. E di sentirmi vicino alle persone forestiere sulla nostra terra che sognano un futuro migliore.

L'altro siamo noi
Einaudi, pag.  82, €10,00

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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