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Caporetto, il disastro che portò alla riscossa

Il colpo d'ariete sul fronte avvenne con l'artiglieria e il lancio di gas

Caporetto, il disastro che portò alla riscossa
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L’XI battaglia dell’Isonzo (agosto 1917) s’era conclusa con un leggero progresso italiano. Intendiamoci: non una vittoria, solo qualche aggiustamento di prima linea. La situazione s’era calmata, tanto che nella testa di tanti militari di truppa s’era diffusa l’idea che, tutto sommato, andava bene così. Incombevano l’autunno e la stagione fredda, presagi d’una tregua di fatto, almeno sino a primavera.

Già in quel momento, la guerra aveva «consumato» circa mezzo milione di vite umane, oltre a un numero maggiore di feriti, sparsi per gli ospedali di tutto il Nord. Alcuni, quelli meno gravi o quelli che necessitavano di lunghe e difficili riabilitazioni, erano arrivati addirittura in Toscana e in Piemonte. Invece, il destino ci stava preparando la peggiore delle sorprese. Che non avrebbe dovuto essere una sorpresa, almeno per gli alti comandi, alla testa dei quali c’era il maresciallo Luigi Cadorna, piemontese di Pallanza sul lago Maggiore. Infatti, il fronte dell’Est, dopo la dissoluzione dell’impero russo, era risultato vincente per le potenze centrali (Germania, impero austro-ungarico e alleati) che avevano conquistato con tecniche innovative Riga, dilagando nei paesi baltici. Truppe ben temprate dalla guerra, galvanizzate dal successo sul difficile terreno del confronto con i soldati russi (fallita l’offensiva voluta dal governo Kerenskj), erano ora pronte ad affluire in Italia per rafforzare lo schieramento austriaco che aveva saputo contenere le spinte italiane, tutte realizzate con la sanguinosa tecnica del «logoramento». All’alba, precedute dall’artiglieria, le truppe, al richiamo dei fischietti degli ufficiali uscivano dalle proprie trincee e correvano verso le linee nemiche.

La prima schiera era di certo abbattuta dalle mitraglie, sicché c’erano pronte una seconda e una terza schiera, che si facevano largo sui cadaveri dei commilitoni prima di fare le stessa medesima fine. Gli italiani (51 divisioni contro 19 austriache) s’erano attestati rimanendo, però, uno schieramento offensivo. Credevano che li aspettasse una lunga tregua non dichiarata. Occorre dire che, mentre francesi, inglesi, tedeschi e austriaci avevano organizzato turnazioni rapide (i soldati rimanevano in prima linea due o tre giorni per essere poi sostituiti), gli italiani affrontavano periodi di almeno di due settimane, in condizioni terribili, visto che non c’erano servizi igienici e la trincea era il luogo nel quale si mangiava, si dormiva e si facevano i bisogni.

Rappresentazione questa che ben segnala quale fosse l’atteggiamento dei comandi nei confronti di coloro che, malauguratamente a ragione, venivano definiti «carne da cannone». Finché non arriva il fatale 23 ottobre. Il nostro comando annuncia che «truppe tedesche combattono con quelle austriache sul fronte italiano». E in effetti 7 divisioni del Reichsheer s’erano aggiunte alle austroungariche (diventate nel frattempo 26) costituendo la XIV Armata. Proprio quel 23 inizia l’offensiva. Era stata preceduta da una ricognizione del maresciallo Otto von Below, l’ufficiale tedesco che aveva preso in mano il comando del fronte italiano. Era stato accompagnato dal tenente Erwin Rommel, uno specialista delle nuove tattiche belliche fondate sul «movimento» (che si contrapponevano e rendevano inefficace il trinceramento e la guerra di posizione). Avevano deciso che l’offensiva si svolgesse su più linee contemporaneamente. A contrastarli la II Armata, al comando del generale Luigi Capello, schierata a semicerchio convesso e quindi estremamente vulnerabile nei lati (quello montano e quello vallivo).

Il colpo d’ariete si consumò contro Plezzo e Tolmino utilizzando l’artiglieria e il lancio di gas. Qui la concentrazione delle forze (imprevista dai nostri) fu invertita, creando la superiorità numerica dei nemici: 15 divisioni del nemico ne affrontarono 6 italiane. In poche ore, non più di 16, si ebbe la rotta degli italiani aggrediti su quattro direttrici: gli attaccanti dilagarono nella pianura friuliana. Molti gli errori. Il primo, operato da Capello, l’artiglieria a ridosso della prima linea.

Lo sfondamento isolò i cannoni che, poi, dovettero essere abbandonati al nemico. Nella zona di Tolmino, sotto il XXVII corpo d’armata al comando di Pietro Badoglio, si verificò uno degli sfondamenti principali: molte le accuse rivolte al discusso generale. Le accantoniamo: la sconfitta ha pochi genitori. Va detto che la sciagurata rotta di Caporetto fu, alla fine e nonostante tutto, una grande prova di forza nazionale.

Armando Diaz succeduto a Cadorna alla testa delle forze armate adottò una linea ragionevole, individuando nel Piave il luogo sul quale attestarsi per bloccare l’avanzata del nemico. Dopo lo sbandamento e il terrore, infatti, gli italiani – con l’aiuto di 6 divisioni francesi e di 5 britanniche, affluite in prima linea in meno di dieci giorni- seppero ritrovare in se stessi la forza di riorganizzarsi e di resistere, preparando la rivincita e, infine, la vittoria. Il crogiolo nel quale si dissolsero tante vite umane, definito dal papa Benedetto XV «l’inutile massacro», doveva continuare ad ardere. Ma Caporetto fu una battaglia perduta. Solo una battaglia.

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