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Leggendo con la mente

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 di Sergio Caroli

A ricordarci che la civiltà greca dai primordi fino all’VIII secolo era essenzialmente orale, che nel mondo greco-romano si leggeva solitamente a voce alta e che solo dalla fine del V secolo datano i primi significativi indizi di una lettura silenziosa, è l’acuto e originale saggio di Rosamaria Loretelli «L'invenzione del romanzo» (Laterza, pagine 261, euro 20). L’autrice svolge una storia del libro e della lettura dall’antichità classica al Settecento, analizzando con particolare riguardo tale secolo perché in esso la lettura divenne in Occidente quale essa è oggi, veloce e silenziosa, interamente affidata alla sola vista. Si verifica quella che è stata definita «una delle principali svolte dell’umanità», un ribaltamento fondato su una scelta di valore nei confronti dell’io intimo e segreto. Chiedo alla professoressa Loretelli perché questa trasformazione del romanzo proprio nel XVIII secolo. «E' una trasformazione radicale e consapevole - mi risponde -, una vera e propria ''invenzione''. Ancora nel Seicento le storie venivano lette in gruppo. Un familiare, un amico - sempre uomini, naturalmente - leggeva ad alta voce, e gli altri gli sedevano attorno ad ascoltarlo. Esistono molti quadri che rappresentano queste scene di lettura. Ebbene, in quelle situazioni l’interesse per la storia e l’empatia del pubblico per i personaggi venivano suscitati non solo dalle parole, ma anche dal corpo di chi leggeva, dai suoi gesti, dal variare dei toni, dai silenzi che poteva utilizzare per creare suspense. Così, teneva l’uditorio incatenato ad ascoltare il racconto. Questa situazione comunicativa è esistita dall’antichità fino a tutto il Seicento. Nel Settecento la tecnologia della stampa fece un ulteriore passo avanti, rendendo le pagine chiare e facilmente leggibili come le conosciamo noi oggi; al tempo stesso l’alfabetizzazione si diffondeva sempre più, e compariva un mercato editoriale che premeva per la diffusione del libro. Le prime pubblicità dei libri sono proprio di quell'epoca. ''Catturare'' è la parola, far venire la bramosia di sapere come vanno a finire le storie: voglia di ''divorarle''. Ovviamente per indurre i lettori a comprare sempre più libri».
La metafora della lettura come bramosia di cibo nacque allora?
Credo di sì. Un contemporaneo del grande intellettuale settecentesco Samuel Johnson, di lui racconta, per esempio, che a tavola teneva tutto il tempo un libro avvolto nel tovagliolo: assomigliava a un cane che tiene un osso di riserva, scrive. Questa è la passione della lettura come la conosciamo noi ancora oggi; e strettissima è la sua relazione con quella forma narrativa nuova, inventata nel Settecento.
In che cosa consiste il mutamento della lettura del romanzo rispetto a ciò che era sempre stata a partire dal mondo greco romano? 
Possiamo chiamare «romanzi» la narrativa greca e romana antica l’«Orlando furioso» e il «Don Chisciotte», che prevedevano di essere comunicati con l’ausilio della voce. Con la narrativa dal Settecento in poi accade l’opposto. Ho provato a farmi leggere ad alta voce tre grandi romanzi dell’Ottocento. Io ascoltavo, e dopo un po' mi addormentavo... La lettura sonorizzata faceva sballare completamente il ritmo narrativo.
Lei scrive che «il secolo dei lettori era stato simbolicamente inaugurato il 12 marzo 1711, davanti a un tavolo della prima colazione». Può spiegare cosa accadde quel giorno?
Quel giorno uscì il numero 10 del primo grande giornale d’opinione, The Spectator. Grande anche come numero di lettori, se si pensa che ne aveva 60.000 ogni giorno, a dimostrazione che a quella data in Inghilterra non poche erano le persone che leggevano. Tra questi le donne. Infatti nel giornale si auspica che esso possa giungere in ogni casa la mattina e sia «servito» a colazione: a marito, moglie, figli e figlie. Finiranno per leggerlo pure le cameriere, i domestici e gli stallieri. Insomma: il secolo dei lettori si inaugurava simbolicamente su quel tavolo della colazione.
Perché il «Tom Jones» di Fielding rappresenta una tappa miliare nella storia della narrativa? 
Una forma quasi moderna di romanzo compare prima in Gran Bretagna con Samuel Richardson e subito dopo in Francia con la «Nouvelle Eloïse» di Rousseau. Tuttavia, mentre quei due sono romanzi epistolari, Henry Fielding col suo «Tom Jones» scrive un romanzo in terza persona, più complicato quindi da costruire. Ma alla fine saranno due donne, a mio avviso, che completeranno il processo di creazione della nuova forma romanzesca: Ann Radcliffe inventerà la suspense; e poi esploderà il genio di Jane Austen. Nell’Ottocento il romanzo diverrà la forma imperante in tutti i Paesi dell’Europa Occidentale.
Lei svolge considerazioni di notevole interesse storico-psicologico sulle posture assunte - anche dalla donna - durante la lettura, a partire dal mondo greco-romano. 
Le posture sono importanti. Raramente si pensa al rapporto tra corpo e lettura, come se questa fosse qualcosa di dematerializzato, una comunicazione da mente dell’autore a mente del lettore. Ma può essere uguale l’effetto di un racconto letto da un rotolo, come accadeva nell’antichità classica, o di una lettura in piedi da un volumone incatenato a un leggio, come era nel Medioevo, o di un abbandono al godimento di un volumetto in copertina morbida, scorso con gli occhi mentre si sta stesi su un letto o sdraiati su una spiaggia? Nel Settecento comparvero le poltrone, per leggere semisdraiati, le donne magari discinte. Ci fu chi si allarmò, allora, per la morale femminile, come ben mostra un’iconografia che oggi raramente viene esposta. 
__________________

L'invenzione del romanzo - Laterza, pag. 261, 20,00

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