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Un eroe della guerra ai briganti

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Giuseppe Martini

Taverna Acinello era dogana delle transumanze nel tratturo dell’alta valle del Sauro, un pugno di chilometri a nord di Aliano: una chiostra di colline basse fa da scorta agli ulivi che un tempo furono dei principi Colonna e oggi si affacciano a ciuffi sulla strada, quando non è lo zoccolo di una montagnola a far da parapetto muschioso. Per il resto il cielo è largo e larghi i campi coltivati, la collina argillosa e tutt'altro che impraticabile, ma aspra e brulla che se speri di cavarci un nascondiglio ti viene da rimpiangere la pianura. O meglio, loro, i briganti di questa fetta di Lucania, sapevano trovare la caverna tagliata nel tufo o la selva giusta per imboscarsi e far la posta ai soldati sprovveduti dell’esercito piemontese mandati allo sbaraglio a sistemare una resistenza contadina manipolata da troppi interessi. I loro avversari non la sapevano ancora così lunga. Ed è in quell'ansa del Sauro che il 10 novembre 1861 cadde la prima vittima dell’esercito piemontese nella lotta contro il brigantaggio, Icilio Pelizza, un ragazzo di Parma, figlio di un orefice di Strada San Francesco (ora via Bixio), con i crismi dell’eroe riconosciuto dagli stessi avversari: un "valoroso capitano che animava i suoi bravi piemontesi colle parole e coll'esempio" annoterà anni dopo nella propria autobiografia il capo del brigantaggio lucano, Carmine Crocco detto Donatello, "il terrore di Basilicata", spalle immense, cappellaccio alto, barbone nero e occhi roventi. E da eroe avrebbe voluto morire Pelizza che, conscio di guidare una truppa sparuta e reduce da cento chilometri a piedi da Melfi a Stigliano, la sera prima aveva giurato di non volere cader vivo nelle mani dei briganti "o saprò morire come si conviene". Di quei soldati inesperti del terreno, Pelizza era il comandante. Al fonte battesimale aveva ricevuto un nome che era già un programma di vita, Icilio Epaminonda Fermo Libero Severo, a tredici anni si era iscritto al Collegio Militare ducale diventando sottotenente dell’esercito ducale nel 1853, dopo la recrudescenza disciplinare seguìta ai fatti del '48, e luogotenente dell’esercito piemontese nel 1859, passando l’anno dopo a capitano con il 62° reggimento, di stanza a Napoli e poi a Benevento, da dove provenne il richiamo contro le scorrerie delle bande di Crocco e dei suoi luogotenenti Caruso, Tortora, Coppa e Ninco Nanco, che infestavano il Materano.
La loro tecnica era sempre la stessa: attacco improvviso ai palazzi dei signorotti di paese, che venivano saccheggiati e incendiati, talvolta rapendo qualche riccastro a scopo di estorsione; gli altri, se non erano scappati, venivano uccisi con crudeltà. Dopo aver colpito Trivigno, Calciano e Garaguso, la banda di Crocco era scesa fino a Salandra, dove il giovedì prima aveva bruciato vivo il nobile Celerino Spaziante e sbaragliato un centinaio di piemontesi, con il supporto di una parte del popolino. Molti cittadini erano del resto convinti che i briganti non altro facessero che combattere quei da sempre odiati proprietari terrieri supportati da un governo ora ancora più lontano che aveva introdotto leggi inique. A loro volta nelle file del brigantaggio si radunavano com'è noto uomini dalle più disparate storie e finalità, contadini e pastori, preti apostati, avventurieri, evasi, ex militari borbonici, tutti delusi dal nuovo governo sabaudo che secondo loro non faceva che perpetrare lo stato di ingiustizia sociale del disastrato regime borbonico. Il risultato fu il fenomeno complesso che solo da pochi anni si è cominciato ad acquisire con maggior consapevolezza critica in termini d’inconciliabile alterità con la cultura del nuovo Stato. Anche Crocco aveva una storia del genere. Già incarcerato per aver ammazzato un tizio che voleva violentare sua sorella, era scappato di galera, sperando in un futuro migliore si era messo prima con i garibaldini e poi con i briganti. Si era così trovato a capo di non meno di quattrocento uomini, ai quali si era aggiunto da qualche settimana l’agitatore catalano José Borjes, ex partigiano antinapoleonico spedito dal Comitato Borbonico di Marsiglia per sostenere la lotta antipiemontese. Gli avevano detto che avrebbe trovato un esercito disciplinato e soldi per organizzare la resistenza, trovò invece un brigante, Crocco, che lottava per sopravvivere e non aveva intenzione di lasciargli il comando delle truppe. I due divergevano per metodi e finalità di lotta. Tanto che secondo Giordano Bruno Guerri nel suo recente studio sul brigantaggio non fu Crocco, come si è sempre detto, ma il "generale" Borjes a mettere a punto la tattica d’attacco ai bersaglieri e fanti piemonesi che la mattina del 10 novembre 1861 si erano riuniti a Corleto Perticaria con la Guardia Nazionale: gli uomini di Ninco Nanco mettono in fuga la Guardia e gli altri circondano il resto del reggimento, che indietreggia al Mulino di Acinello. A quel punto, rischiando il tutto per tutto, Pelizza ordina lo sfondamento alla baionetta. Fu il più aspro corpo a corpo nella guerra al brigantaggio. Nicola Chiaramonte, ex Guardia Nazionale, dirà anni dopo che Pelizza menò colpi disperati con sciabola e revolver. Ce la stava quasi facendo.Divergenti le fonti sul modo in cui morì. Poco importa cioè che sia stato Borjes a sparargli in fronte o un brigantello sedicenne strisciato fin dietro a un cespuglio a piazzargli un proiettile di un’oncia e mezzo in petto, come scriverà Crocco. Pelizza era ormai un eroe del Risorgimento: per lo storiografo Eugenio Massa "morì incuorando i soldati", un’immagine improbabile che sa di teatro d’opera, ma di certo, come usavano fare i briganti, gli venne staccata la testa come trofeo. Sarà proprio Borjes a frenare l’accanimento sulle salme e a ordinarne la riconsegna alle autorità di Corleto per il riconoscimento: "abbiamo ucciso quaranta individui, tra i quali un luogotenente che è morto da eroe". Nel cavo di una quercia a Montepiano fu trovata la sua sciabola, che Chiaramonte donò al Comune di Parma. Il Comune a sua volta inserirà più tardi il nome di Pelizza in una lapide a ricordo dei caduti del Risorgimento sul pilastro sud-ovest dei Portici del Grano. Nel dicembre 1861 a Corleto Perticara furono ricomposti i resti del capitano, morto da eroe a ventinove anni e mezzo precisi.

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