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Collodi, non solo Pinocchio

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Maria Pia Forte

Se Manzoni aveva bisogno di andare a «risciacquare i panni in Arno», non era così per Carlo Lorenzini, alias Collodi, nato e morto a Firenze (1826-1890): l’Arno, ossia la lingua toscana parlata, purissima come acqua sorgiva, scorreva nelle sue stesse vene. Con tale scoppiettante freschezza che, immergendosi nelle sue pagine, non si vorrebbe mai più uscirne, deliziati dalle sue parole mai scontate, mai appesantite da tradizioni paludate, vogliose di giocare anche quando l’argomento si fa serio. Questo accade leggendo i due primi libri, sui 14 pianificati - l’uno contenente «Un romanzo in vapore. Da Firenze a Livorno. Guida storico-umoristica» e «I misteri di Firenze. Scene sociali» a cura di Roberto Randaccio e con prefazione rispettivamente di Michèle Merger e Andrea Camilleri; il secondo, «Macchiette», curato da Fernando Molina Castillo, con introduzione di Renato Bertacchini e prefazione di Ernesto Ferrero -, pubblicati dall’editore Giunti nell’ambito dell’Edizione Nazionale delle Opere di Carlo Lorenzini. Un’iniziativa scaturita dalla Fondazione Nazionale Carlo Collodi di cui è presidente Vincenzo Cappelletti e col sostegno del ministero per i Beni e le Attività culturali e della Regione Toscana, che intende liberare questo multiforme autore dalla camicia di forza di favolista, sia pur incomparabile, che l’universale successo delle «Avventure di Pinocchio» (prossimo volume a uscire, con prefazione del Nobel Mario Vargas Llosa) gli ha cucito addosso. Giusto che ciò avvenga nel 150° anniversario dell’Unità, e non solo perché egli fu volontario nelle prime due Guerre d’Indipendenza, ma anche per il suo apporto fondamentale alla letteratura italiana e alla formazione della lingua vivace e moderna che oggi usiamo.  
Ne parlo con Daniela Marcheschi, presidente della Commissione scientifica dell’Edizione Nazionale e membro della Fondazione Collodi: è stata questa docente di Italianistica, studiosa di Letterature scandinave e di Antropologia dell’arte, poetessa, critica e nume tutelare per 25 anni di Giuseppe Pontiggia, a resuscitare il Lorenzini narratore arguto e satirico, giornalista di denuncia sociale, pedagogo con originali testi per la scuola. Non a caso ne ha curato diverse opere e il Meridiano Mondadori a lui dedicato.  
«Un amore divampato -  racconta - quando negli anni Ottanta m'imbattei nel rarissimo ''Un romanzo in vapore'' e mi accorsi che non era soltanto una guida turistica con informazioni sui luoghi attraversati e osservazioni sulle strade ferrate o sulla rivoluzione innescata dal treno, sul modello del ''Viaggio sentimentale'' di Sterne, ma era anche parodia dei romanzi di George Sand. Scoprii così il Collodi non solo narratore per bambini, ma scrittore a tutto tondo proteso verso un’originalissima innovazione nella letteratura».
Leggendo questo Collodi si è trascinati dalla sua ironia, dallo sguardo acuto con cui vede quel che altri non vedono.
Collodi conquista col suo realismo che permeerà anche «Pinocchio», la capacità di cogliere le più profonde e non sempre nobili pulsioni dell’uomo. Quando, nel '49, cominciò a scrivere testi umoristici per gli adulti, c'era una robusta scuola europea di scrittori che con l’umorismo esercitavano una sferzante critica dei mali della società: da Leopardi a Baudelaire giovane, da Balzac a Dickens. In Italia, però, col tempo vinse l’idea di una letteratura molto seriosa. Critici ed élites borghesi preferirono il verismo e i libri di Collodi furono giudicati troppo lontani dal vero ! Quei libri che invece fotografavano, sul filo dell’ironia, ipocrisie e mancanza di modernità di una società che manteneva la donna in uno stato d’inferiorità, impedendole di emanciparsi, di un Paese affetto da clientelismo e velleitarismo politico, con un’aristocrazia parassitaria, un popolo rassegnato e inerte e una borghesia incapace di assumere le responsabilità di dirigenza. Collodi si dedicò allora a un progetto culturale e civile di portata gigantesca: la fondazione di una letteratura per l’infanzia italiana. E con «Pinocchio» è stato capace di parlare al mondo intero.
Dietro il suo stile brillante e scorrevole c'era un pignolo lavoro di cesello?  
Impressiona la modernità della sua lingua. Lingua dell’uso, Manzoni docet; ma mentre Manzoni guarda molto alla tradizione letteraria, lui stilizza il parlato. Per ottenere questo risultato, si correggeva e ricorreggeva con attenzione, curando sintassi e scelta del vocabolario.
Collodi fu anche un animoso giornalista.  
Il giornalismo gli permetteva di condurre una battaglia culturale per costruire un’Italia migliore, europea. Fondò i giornali umoristici «Il Lampione» e «Lo Scaramuccia». Fu inoltre un vivace animatore, con memorabili cronache teatrali, letterarie e musicali, del giornale di Milano «L'Italia musicale», e con i suoi «pezzi»  politici, frizzanti e pungenti, fu una delle grandi firme del «Fanfulla». Le idee progressiste e la dirittura morale non gli resero la vita facile. Fu un uomo in anticipo sui suoi tempi: nel «Romanzo in vapore» osserva come il motto degli Americani «il tempo è moneta» stia già contagiando il Vecchio Continente. Anche come critico musicale e d’arte fu il primo a capire la specificità di Rossini, e lo stesso accadde con i Macchiaioli.
Fu, al fondo, un pessimista?
Un pessimista attivo, come Leopardi: non rinunciava a combattere. Era un uomo tutto d’un pezzo, il nipote racconta che aveva un piglio quasi da vecchio militare. Eppure seppe godersi la vita ed era famoso per essere un «tombeur de femmes».
Un romanzo in vapore. Da Firenze a Livorno. Una guida storico umoristica.  I misteri di Firenze - Giunti, pag. 507, 35,00
Macchiette - Giunti, pag. 309, 30,00

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