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Shoah, orrore in «diretta»

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Christian Stocchi

Come le voci di un coro della tragedia greca, giungono, ancora oggi, alle nostre orecchie, le parole prima incredule, poi turbate, quindi sconvolte degli ebrei italiani che vissero (e purtroppo morirono in gran numero) in quei terribili anni dal 1938 al 1945. Ora Mario Avagliano e Marco Palmieri hanno raccolto un cospicuo numero di lettere e di diari in un volume pubblicato da Einaudi «Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia». Il libro si concentra sul punto di vista delle vittime: a loro la parola, a noi il compito di ascoltare. Si tratta di riflessioni vive e forti, che escono dalla quotidianità di tanti uomini e donne: non possono certamente lasciare indifferente il lettore. Come rileva Michele Sarfatti nella prefazione, queste pagine «descrivono in diretta tutti i momenti salienti dell’antisemitismo di Stato italiano»: dapprima la «persecuzione dei diritti» (1938-1943), poi la «persecuzione delle vite» (1943-1945). Il Lager nazista toglierà tutto, anche carta e penna, ai deportati. Ma rimarranno, comunque, la memoria e la testimonianza dei sopravvissuti. Negli anni Trenta gli ebrei in Italia non superavano l’uno per mille della popolazione. Erano meno di 60mila considerando anche i profughi che provenivano dalla Germania e dall’Europa centro-orientale. Le leggi razziali li colsero di sorpresa: erano orgogliosamente integrati nella società italiana e la minaccia della persecuzione non era ritenuta concreta e realizzabile. Da alcune di queste testimonianze emerge l’incredulità rispetto al fatto che l’Italia, antica culla di civiltà, potesse covare nel suo seno l’orrore dell’antisemitismo. Le reazioni furono diverse. Molti decisero, quindi, di emigrare. La posizione degli ebrei presto si aggravò, con l’ingresso in guerra dell’Italia e l’impennarsi del clima d’odio. Ecco allora che si verificarono discriminazione sempre più forti, ci furono aggressioni; si registrarono anche distruzioni, profanazioni e danneggiamenti di sinagoghe. Di lì all’internamento degli ebrei il passo fu breve. E lo sconcerto, l’impossibilità di accettare quanto avveniva erano sentimenti che emergevano anche dalle lettere. «Grande è stato lo sbandamento nel seno delle famiglie, nel lavoro, nelle amicizie» annota Elio Salmon (20 maggio 1943). Non mancarono nemmeno casi di suicidio, come quello di Emilio Foà, che, perso il lavoro, nel 1939 si tolse la vita per salvare la famiglia dalla persecuzione (la moglie era cattolica).  Nel 1943 la caduta del fascismo diede subito speranza a molti ebrei. Tuttavia, la situazione precipitò: ci furono eccidi e retate di massa. «La politica (e la pratica) di sterminio sistematico degli ebrei in Italia - puntualizzano i curatori, che sottolineano come l’Italia fosse entrata nel ''cono d’ombra'' della Shoah - prese il via nelle ore successive all’annuncio dell’armistizio e proseguì senza soluzione di continuità fino ai giorni della sconfitta militare del nazifascismo». Questo periodo registrò, peraltro, la partecipazione di vari ebrei ai movimenti di liberazione («Io sono ebreo, comunista e partigiano» spiega orgogliosamente Pino Levi Cavaglione in una riflessione del 16 gennaio 1944). La caccia all’uomo era un autentico incubo. Si respirava un clima di terrore: «Le spiate - annota Silvia Forti il 18 ottobre 1943 - sono un pericolo sempre incombente». Dopo l’orrore della deportazione e dello sterminio, ecco il dovere della memoria. Le ultime pagine sono dedicate all’immediato dopoguerra. E non a caso è proprio Primo Levi a porre, quasi simbolicamente, verso la fine del libro, l’estremo sigillo su questo volume. «Comprendo purtroppo assai bene la terribile sensazione di vuoto che ti circonda: - confessa Levi a un interlocutore il 6 dicembre 1945 - solo adesso ci rendiamo esattamente conto di quanto abbiamo perduto». Quella sensazione di vuoto accompagnò a lungo i reduci del Lager. Come un fantasma sinistro e beffardo, che non se ne voleva andare.
Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia
Einaudi, pag. 390,15,00

 

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