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Ligabue, il tormento e le visioni

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 di Stefania Provinciali

Di Antonio Ligabue (Zurigo, 1899 - Gualtieri, 1965) si è tornato a «parlare» negli ultimi anni. Un’attenzione ormai unanimemente interpretata come attenzione ad un protagonista, solitario, emarginato, «quel matto di Ligabue», per dirla con coloro che l’hanno conosciuto e con la «voce» di chi ne ha saputo cogliere la sincerità dei sentimenti, fatti non solo di istanti aggressivi e tormentati ma anche commoventi nella loro essenzialità. Dopo le recenti mostre al Palazzo Reale di Milano nel 2008 e quella recentissima a Palazzo Pitti, a Firenze, dedicata al bestiario, buona parte delle opere fiorentine, accompagnate da altre tematiche e da inediti, grazie alla disponibilità di alcuni collezionisti, sono oggi raccolte e presentate alla Fondazione Magnani Rocca nella mostra antologica che si apre al pubblico sabato  alle 10, visibile fino al 26 giugno.
 
La rassegna (curata da Augusto Agosta Tota, in collaborazione con Comune di Parma, Comune di Traversetolo e Centro Studi & Archivio Antonio Ligabue, con il sostegno di Fondazione Cariparma, Cariparma Crédit Agricole e un pool di sponsor tecnici, presentata da Marzio Dall’Acqua e Vittorio Sgarbi, col coordinamento di Stefano Roffi ) dal titolo «Antonio Ligabue. La follia del genio», vuol celebrare colui che è stato definito «il buon selvaggio» della pittura italiana. Esposte centocinquanta opere fra oli, disegni e di incisioni ed alcune delle sue intense sculture realizzate dall’originale in argilla del Po, che il «matto» masticava a lungo per renderla duttile, in un esemplare excursus su tutte le diverse anime dell’artista, a partire dall’Autoritratto del 1941 realizzato su richiesta del direttore dell’Ospedale psichiatrico di Reggio Emilia, a scopo terapeutico. Il percorso va dai primissimi dipinti realizzati tra il '28 e la prima metà degli anni trenta, passa attraverso l’ampio bestiario, che si snoda fra le «ferite» inaspettate della lotta per la sopravvivenza e racchiude opere come l’inedito «Gatto con topo in bocca» fine anni '50; tocca scene di vita contadina; i fiori di una inconsueta natura morta; alcuni straordinari ritratti, e l’Autoritratto del '62. Una pittura ed un personaggio singolare entrano, così, a Villa Magnani, in un dialogo «nuovo» fra raccolte permanenti e proposta espositiva. «Luigi Magnani, non acquistò opere di Ligabue per la raccolta riunita nella Villa di Mamiano - afferma il presidente della Fondazione Magnani Rocca Manfredo Manfredi - Negli anni, principalmente fra i sessanta e settanta, in cui Magnani concretizzava il proprio sogno di realizzare un Pantheon dell’arte nel cuore della terra padana, Ligabue, era confinato in ambito naif, col marchio semplicistico del ''buon selvaggio'', col suo circo pittorico di tigri e leoni ruggenti, con l’agognata motocicletta a rappresentare un piccolo riscatto dopo una vita tribolata» Oggi la visione di quelle opere è cambiata e questo proposto può considerarsi un incontro non solo di forte impatto visivo bensì inedito e stimolante «che mette in rapporto l’algida bellezza del marmo di Canova e le sculture realizzate con l’argilla del Po; l’immoto autoritratto di Morandi e le effigi di stralunata affermazione di sé dell’artista di Gualtieri. Il colore di Ligabue, la sua narratività ferina, il suo struggente appello affettivo, colpiscono e sorprendono» dice Manfredi. 
 
La natura dipinta da Ligabue, e sempre di natura si tratta sia umana che non, è il teatro di una violenza implacabile. Ci racconta di «storie» vicine e di «paesaggi» lontani, sconosciuti nella realtà ma trasformati in reale scenario di un luogo in cui la vita si fa dura, perché vivere significa per lui, l’artista, sopravvivere. In Ligabue, c'è però la forza di saper raccontare, visivamente, un’apertura verso il mondo forse un grido, espresso con la qualità di una pittura ricca di umori, cromatici ed umani, rappresentativi e fantastici, che provoca ogni volta emozioni, come la prima volta. E’ ben noto che l’artista e l’uomo hanno vissuto in un intreccio insondabile di tensioni interiori e che il personaggio ha avuto per lungo tempo il sopravvento sull'artista. Solo a distanza si è ricominciata a guardare quest’immensa produzione con occhi diversi, con conoscenze nuove anche dal punto di vista della sua «malattia». Non è più questa che conta per comporre la forma e l’idea del suo agire artistico ma è necessariamente il risultato offerto; quel bisogno di guardare se stesso, esplicata nella bella carrellata di autoritratti che paiono seguire lo spettatore con occhio indagatore verso sè e il mondo, quello degli uomini, degli animali, del paesaggio sconosciuto ma così intenso da apparire a volte più vero del vero perché intriso di sentimenti, felici o sofferti non conta. Si muove fra queste pieghe umane e pittoriche l’arte per lungo tempo considerata «naif» di Ligabue che «ingenua» non è perché una lettura attenta offre riferimenti colti, deviati dalle sembianze del racconto, dalla forza graffiante della pittura e dall’originalità del mezzo d’espressione, terre del Po e colori vivi, fatti di turbinanti pensieri. Un’apparenza che coinvolge ma è anche sostanza dietro le pieghe dell’uomo che si rivela artista nel senso più puro. 
 
Con la Gazzetta  in edicola il prezioso catalogo delle opere in esposizione, a 17,80 euro più il prezzo del quotidiano
 

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