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Linee di fredda angoscia

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Stefania Provinciali

Attento alla ricerca di Paul Cézanne e al dibattito dell’Informale, da Morlotti a Giacometti alla Richier, Attilio Forgioli è artista da rileggere sempre con attenzione e piacere, nella costante ricerca di un incontro ideale tra evento concreto e spazio simbolico, tra azione creativa e intromissione della memoria. Caratteristiche tutte che ne hanno fatto un artista significativo per la storia dell’arte italiana degli ultimi cinquant'anni. Forgioli ha, infatti, elaborato una personale lettura del reale sviluppata nel tempo, alla luce dell’angoscia dei dipinti di Francis Bacon e della ossessione del naturale di Graham Sutherland, personalmente conosciuto durante un durante un viaggio in Inghilterra con il gallerista Ruggerini e il critico Roberto Tassi. La sequenza di 26 dipinti e di un centinaio fra pastelli a olio e disegni, tutti di proprietà dello CSAC, grazie ad una donazione incrementata nell’ultimo ventennio, con opere recenti e della prima attività, permette di ricostruirne gli aspetti essenziali della sua arte, visibili nella mostra curata da Mariapia Branchi ed aperta da oggi  (inaugurazione questo pomeriggio alle 17 presente l’artista) fino al 25 aprile, al Salone delle Scuderie, in Pilotta. La pittura di Forgioli è densa di una materia lieve, di un colore spesso freddo, di una assoluta novità rispetto alla tradizione del naturalismo; il pittore, infatti, intende raggiungere col colore un sottile equilibrio, vuole creare un tessuto che sia apparizione, memoria, dunque che vada oltre la esplicita analisi del reale. Forgioli si rivela così artista capace di rielaborare i modelli del vecchio naturalismo «padano» trasformandone la materia in memoria secondo un’operazione creativa solida, che affonda le radici in una tradizione in cui ogni opera è pensata a diversi livelli, primo fra tutti il disegno. Un approccio questo ben delineato da Arturo Carlo Quintavalle in uno dei saggi del catalogo (Electa). «...Schizza sul luogo, schizza quando gli capita di vedere qualcosa che lo colpisce, che lo coinvolge, disegna su un bloc-notes, disegna su piccoli fogli, fa uno schema, qualche volta qualcosa di più, poi torna a casa, forse, elabora il disegno in modo diverso, usando la china magari diluita e comunque puntando ancora molto sul disegno. Qui la ricerca in apparenza si interrompe e Forgioli a volte moltiplica questi disegni combinando in modo diverso le forme, montagne o isole, figure o melograni che siano. A quel punto si può passare ai pastelli oppure direttamente ai dipinti, ma questo passaggio vuole dire una trasformazione...». Passaggi pratici che lasciano un segno, già al primo approccio, fondamentali nella comprensione, nella lettura di quanto rimane di quel reale trasfuso in un segno di cromia, che si interseca nell’inseguirsi di una trama sulla tela, nel «sapore» di un’indagine sottile dentro il colore, fino a restituirci il sé dell’artista, quello che la memoria ha trasfuso, mutato, rielaborato e riprodotto, con attenzione ai significati sottesi di un naturalismo interpretato. Non è facile oggi ritrovare artisti che partono dal disegno, che si fanno travolgere da quanto il mondo offre loro, natura, figura, oggetti che siano, purché abbiano un riscontro nel proprio vivere. Ragione che vede Forgioli affrontare in momenti diversi tematiche diverse, alcune rimaste ai margini, come le litografie del gruppo «Società Nuova» di cui Forgiali fa parte e che intende proporre nei primi anni sessanta la poesia civile e impegnata, autori come Brecht e Majakovskij, nelle fabbriche. Una storia a sé che si apre sulla visione successiva, sulle più consuete tematiche sviluppate negli anni rintracciabili in alcune specifiche opere come il «Cane morto ai bordi di una strada», la striscia gialla e le membra scomposte; la «Montagna», anzi le montagne delle Alpi; i «Mesi» che scolorano, nei pastelli, in modo diverso; il «Residence», di fatto una terrazza vetrata di un condominio posto di fronte alla casa del pittore, dove i colori dei fiori mutano nelle stagioni; e poi i temi ispirati al mito dei luoghi lontani, racconti popolati da dromedari, elefanti, rinoceronti. Alla base la materia che compone il disegno, la rielaborazione delle forme, l’essenzialità del pensiero e della memoria trasmessa senza riluttanza e, infine, la pittura. Attilio Forgioli ha una solida esperienza alle spalle. Nato a Salò, frequenta i corsi di Funi e Reggiani all’Accademia di Brera diplomandosi nel 1958. Esordisce alla Galleria Alberti di Brescia nel 1953 e vince nel 1957 il VI Premio Diomira per il disegno. Lavora in ambito neofigurativo filtrando la realtà attraverso la memoria, con una materia smagrita all’interno di vaste campiture libere. Nel 1965 espone i dipinti della serie «Allegorie», ispirati alla guerra in Vietnam, alla Galleria Bergamini, con la quale inizia una collaborazione che gli consente di lasciare l’insegnamento e dedicarsi solo alla pittura. Dal 1968 ha inizio il ciclo delle «Isole» al quale strutturalmente si accostano i successivi che mettono a fuoco soggetti diversi, tutti campiti al centro del foglio o della tela, con un colore macerato, simbolo di precarietà e di prossimità al disfacimento. Dal 1971 inizia a frequentare la Valsesia, dove aveva acquistato uno studio-abitazione. La serie delle «Montagne», evoca più che rappresentare quel paesaggio, reso attraverso la memoria con una gamma cromatica dai toni spesso freddi, nel quale la cima isolata tratteggiata con segni a volte duri e spigolosi ricorda alcune versioni della «Montagna Sainte Victoire» di Cézanne.
 

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