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Libertà, la caduta dietro l'angolo

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L'ultimo, attesissimo romanzo di Jonathan Franzen («Libertà», Einaudi - già libro del 2010 oltreoceano, con tanto di copertina del Time che a tutt'oggi era toccata solo ad autori del calibro di Joyce, Nabokov, Salinger o Updike...) comincia, se non proprio dalla fine, comunque da una fine: già dalle prime righe veniamo infatti a conoscere quella che è stata la parabola di Walter Berglund, il generoso, sorridente, intraprendente impiegato «in carriera» della 3M che, giovane pater familias, a inizio Ottanta aveva per così dire posto la prima pietra del quartiere residenziale di Ramsey Hill, St Paul, Minnesota, spendendo pochissimo per la ristrutturazione della villetta vittoriana in cui trasferirsi con moglie e figli. Siamo nel Midwest degli States: la scena è grosso modo la stessa del precedente e sopravvalutato romanzo del cinquantaduenne narratore americano, «Le correzioni». E’ andata male, a Walter: e i suoi antichi, «buoni vicini» - i Berglund sono emigrati da un paio d’anni a Washington - apprenderanno dal New York Times degli affari non proprio onorevoli che lo hanno trascinato nei guai per una pericolosa «connivenza con l’industria del carbone ai danni dei contadini». Il lettore de «Le correzioni» avrà intuito che non solo la scena è la stessa: ma anche il cuore del romanzo non batte molto lontano di lì. Franzen sembra avere un debole per la caduta. E in particolare per quella caduta nel buco senza fondo dell’esistenza, che il culto del decoro, delle buone maniere, dell’apparire, ma anche del denaro, del successo e del potere, tenta invano di colmare: mentre, tutt'al più, riesce soltanto a nascondere per qualche tempo. La differenza è che, qui, Walter e sua moglie Patty sono brillanti, entusiasti, democratici, ecologisti, e cercano di crescere i loro due figli secondo i principi della più illuminata mentalità liberal (vedremo, almeno in un caso, con che risultati); Patty, in particolare, sembra animata da un fervore contagioso, che vorrebbe trascinare nel suo cono di luce tutto quanto la sfiora - e invece scatena gelosie e velenosi sospetti. Così la vita di Patty a Ramsey Hill è stata complicata da un’inossidabile conflittualità con la sua vicina di casa, Merrie Paulsen, che le pianta continuamente nel fianco spinose accuse di superficialità e protagonismo, mentre il di lei marito finisce neanche tanto segretamente per infatuarsene (ma non sarà con lui che Patty tradirà Walter: capitolerà invece con quel che per Walter è l’odiosamato compagno di una vita, il rocker Richard Katz; e sulle velleità trasgressive di certo rock, che parte incendiario per spegnersi goffamente snaturato, Franzen mostra di saperla lunga assai). Ce n'è già a sufficienza per capire che l’idillio è incrinato. Andrà ulteriormente in pezzi quando Joey, il figlio che Patty magnifica più di ogni altra cosa al mondo, dopo un furioso litigio con Walter si trasferirà armi e bagagli, appena adolescente, a casa di una sua coetanea, la cui madre è quanto di più antitetico al magico mondo di Patty si possa immaginare. I fallimenti non vengono mai dal nulla. Così Franzen (e con lui il lettore) comincia a scendere nell’Acheronte dei protagonisti: lo muove, e ne cava pepite di atro splendore. Quanto più scende, tanto più finisce per convincersi e convincerci di una verità elementare: in questo tragico imbroglio non si dà libertà che non rischi di capovolgersi, anche senza volerlo, nel carcere dell’infelicità assoluta. Ciascuno di noi sarà pure animato dalle migliori intenzioni (non lo era comunque Bush, ci dice Franzen, quando cercava di mascherare la sete di conquista dietro gli specchietti della sua Enduring Freedom): ma qualcosa, nel meccanismo della realtà, porta queste intenzioni al conflitto, i figli a deludere i genitori i genitori a deludere i figli, gli amici a tradirsi, marito e moglie a separarsi - e possiamo realizzare i nostri sogni (come quello di Walter, che accetta di contribuire al disboscamento delle montagne in Virginia per ottenere in cambio la salvaguardia della dendroica cerulea, un uccellino la cui specie è in via di estinzione) solo sporcando irrimediabilmente la nostra coscienza. Partire dalla consapevolezza di questa scandalosa fragilità e dell’abisso che la costeggia, rinunciando a riempirsi la bocca delle più nobili ma vacue astrazioni, non sarà il primo passo per allontanarsi, almeno di qualche millimetro, dall’orlo dell’abisso? «Libertà» non è affatto il Grande Romanzo Americano di cui si va a caccia da tempo. Sicuramente è un romanzo troppo lungo, e troppo gremito, più che di volti e situazioni, di parole e di dialoghi. Tutti parlano, parlano, parlano incessantemente (come Patty nelle due lunghe «sedute» autobiografiche in terza persona che costituiscono i fuochi di questa smisurata ellissi in forma di racconto): come se il frastuono delle parole potesse coprire il silenzio assordante di ogni fallimento. Senza scomodare Tolstoj («Guerra e Pace» viene qui convocato in un relais tanto ossequioso quanto imbarazzante), lo Yates di «Revolutionary Road», l’Updike di «Coppie» e soprattutto il Roth di «Pastorale americana» restano modelli irraggiungibili. Manca, a Franzen, il tocco supremo capace di stregarci e di struggerci. E soprattutto gli manca il «sentimento del tempo»: cosa singolare, in un narratore che ami immergersi in storie così lunghe. Ma è uno dei pochi, dei pochissimi della sua generazione - non è più così Dave Eggers, non è mai stato così David Foster Wallace - a possedere quella mirabile capacità di orchestrazione, quel soffio concreto e possente in grado di saldare insieme quotidianità e destino, di cui si nutre, sempre, l’arte del romanzo.
Libertà -  Einaudi, pag. 622,  22,00

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