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Le anime perdute della Mazzantini

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di Isabella Spagnoli

Margaret Mazzantini torna «in guerra». Non siamo più ai tempi di: «Venuto al mondo», libro partorito all’ombra di una delle pagine di Storia più sanguinose di fine secolo. Il conflitto bosniaco protagonista di quel romanzo (vincitore del Campiello 2009) è ormai lontano.
Ora l’autrice nata a Dublino da padre italiano e madre irlandese (fra gli altri ha scritto: «Il catino di zinco», «Non ti muovere», «Zorro») si dedica ad una lotta diversa, forse più spietata ed atroce: quella del quotidiano, combattuta da uomini e donne che si perdono durante il cammino e da figli orfani di genitori vivi; guerra di abitudini trucidate, di corpi improvvisamente estranei che non si riconoscono più. «Nessuno si salva da solo» (Ed. Mondadori), titolo emblematico che la scrittrice ha dato al suo ultimo romanzo, narra, come nella peggiore delle favole noir, la lotta dei sentimenti, il duello del privato, la negazione della domesticità e del sapersi addomesticare.
La distruzione, questa volta, non tocca palazzi, chiese e città, ma annienta esseri umani, giovani e vecchi, che si trasformano in cadaveri, morti sparsi in battaglia.
Nei libri della Mazzantini, il lettore, impara l’arte del saper morire in piedi e si immedesima nei protagonisti, gusci esacerbati dal seme che galleggiano in una vita crepata nel mezzo.
Da quella spaccatura si infiltrano l’asprezza e la disillusione, il rimorso e il rimpianto. La crisi di una coppia di due «ragazzi», fra i trenta e i quaranta anni, prende forma dalle primissime righe del romanzo.
Delia e Gaetano si trovano al tavolino traballante di un ristorante «apparecchiato» all’aperto, poco dopo la loro separazione, per discutere di assegni famigliari, affidamento dei figli durante le vacanze, di particolari che nulla sono rispetto al loro vissuto, ai loro ricordi ancora caldi e arrabbiati, a possibilità andate a ramengo.
Gaetano è un mediocre sceneggiatore cinematografico, un «Frankenstein qualunque, uno sfigato fatto di pezzi di cadaveri cuciti che non andavano d’accordo tra loro», al quale la normalità fa un po' schifo, afasico e fragile nel profondo del suo corpo flessuoso, l’aria innocente sempre nauseata.
Lei è una ex anoressica, una nutrizionista non realizzata, una donna tenace «troppo fragile per vivere e troppo potente per morire», il viso da squaw, incorniciato da due trecce lunghe, i denti corrosi dall’inappetenza. Gae voleva essere un’artista. Delia sognava per i suoi figli un mondo più pulito, migliore.
«Litigavano come i bambini che hanno paura di perdersi. Faticavano a mettersi in sintonia, erano così pieni di energia che finivano per darsi la scossa».
Ai bisticci ingenui e alla passione turbolenta di due anime inquiete subentra l’assuefazione ad una vita che non è a loro misura.
Appartamenti troppo piccoli e squallidi, moquette marcescenti, cibi preconfezionati e scotti, pannolini di bambini, dimenticati a terra, cornetti Algida squagliati al sole, diventano manifesti di quell'amarezza che può uccidere.
Delia e Gaetano vengono soffocati dalla confusione del mondo che li circonda, fatto di ritmi troppo frenetici, soffocato dai gas di scarico delle auto, dal tutto «già stato provato», popolato da gente come loro, generazione segnata dall’egoismo. Gae sapeva di meritare qualcosa di più, Delia sapeva di non doversi accontentare.
Un tradimento all’improvviso dell’uomo diventa il palesarsi di un disamore ormai dichiarato. La goccia che fa traboccare il vaso ma che ha radici lontane. L’allontanamento. E poi una sera in quel ristorante, davanti a loro, una coppia di anziani innamorati come ragazzi, persone che fanno quasi invidia, capaci di sopportare il dolore e la malattia insieme, senza pensare un attimo di lasciarsi.
L’uomo sta per morire, ma è felice di trascorrere gli ultimi giorni che gli rimangono con quella che è stata l’amore di tutta una vita. «Nessuno si salva da solo» sussurrerà, il vecchio, a Delia e a Gaetano che si salutano, dimessi ed incerti, dopo essersi lasciati un ultimo testamento: «-Dillo. -Cosa? - Dì che non mi ami più. Dillo adesso che siamo in pace...così me lo faccio scendere. Gli sorride con quei denti che si sono ingoiati il paradiso. -Non ti amo più Gaetano. Annuisce e ride con lei...poi gli occhi si fermano e si gonfiano di tutto, come quelli dei bambini. - Dillo anche tu. -Io non lo posso dire. -Dillo. -Non ti amo più Delia. -Lo vedi...lo possiamo dire.». «Nessuno si salva da solo» è la frase che riecheggia in testa ai protagonisti, desolati eroi, che dopo aver toccato il nucleo ustionante dei ricordi zoppicano verso un futuro fatto di cenere. Linguaggio amaro, dialoghi serrati e considerazioni scomode fanno di quest’ultima opera della Mazzantini un’autobiografia sentimentale di un’intera generazione. E se è vero che nessuno si salva da solo, ci viene comodo pensare ad una frase del libro «Accabadora» di Michela Murgia: «Non c'è nessun vivo che arrivi al suo giorno senza aver avuto padri e madri a ogni angolo di strada»... C'è solo da sperare di incontrarli.
 
Nessuno si salva da solo
Mondadori, pag. 189, euro 19
 

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