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«Mengele, il dottor morte: la scomparsa e l'esilio del boia»

Josef Mengele

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«In Mengele tutto è piccolo: la sua visione del mondo, il suo egocentrismo, la sua vanità oltre ai crimini indicibili che ha perpetrato ai danni di tanti esseri indifesi. É un individuo ripugnante - per il quale provo enorme disprezzo -, forte con i deboli e debole con i forti, pieno di sé, un uomo che non dà nulla al prossimo e toglie l’anima all’umanità con il bisturi di una ferocia criminale».
C’è del risentimento nelle parole del giornalista e scrittore francese Olivier Guez, che in un libro avvincente come un thriller, «La scomparsa di Josef Mengele» (Neri Pozza, ricostruisce la fuga e l’esilio di un “demonio ” del XX secolo scrivendo un racconto credibile della vita del boia di Auschwitz riparato in Argentina nel 1949 con il falso nome di Helmut Gregor. Questo criminale assoluto, che aveva compiuto orribili esperimenti su cavie umane, accolto dagli altri rifugiati fu introdotto in un ambiente esclusivo e continuò la sua vita in barba a chi avrebbe voluto farlo finire su una forca.
Per il dott. Morte fu un esilio beato fino al 1955, quando Eichmann il «cacciatore» di nazisti e il Mossad, trovarono anche le sue tracce. La bella vita che Mengele conduceva in ville lussuose tra Argentina e Paraguay grazie a una fitta rete di complicità, fu scossa, e sotto altra falsa identità lasciò il Paese per il Brasile dove i “cacciatori ” di criminali non lo trovarono più. Morì nel 1979 e suoi resti furono ritrovati solo nel 1985.
L’Argentina accolse molti espatriati nazisti: quali rapporti i tedeschi criminali fuggiaschi intrattenevano con il governo di Peron e della bella Evita?
Prima di tutto c’era un’affinità ideologica, più con il fascismo che con il nazismo. Peron si considerava una sorta di terza via fra il socialismo occidentale e il comunismo sovietico, e aveva un interesse concreto nell’accogliere questi personaggi, nel senso che pensava di poter sfruttare le loro capacità per lo sviluppo dell’Argentina. E non fu l’unico a pensarla in questo modo. In molti tentarono di sfruttare le conoscenze di questi personaggi per migliorare l’industria e l’economia dei loro Paesi. Per assicurarsi la loro presenza, Peron organizzava delle vere e proprie filiere di fuga ed era accogliente per due ragioni: una ideologica, l’altra economica. Ma aveva anche un’altra grande speranza. Riconciliare il nazismo con il cristianesimo. Il nazismo era legato all’idea cristiana, e l’Argentina aveva ancora dei legami con una determinata forma di cattolicesimo: sarebbe stata una sorta di riconciliazione generale al fine di catalizzare tutti gli interessi sociali e religiosi attorno al suo potere.
Mengele, secondo lei, era uno scienziato o un sadico, visto il tipo di esperimenti che portò avanti ad Auschwitz?
Forse c’era del sadismo, ma anche il piacere di esercitare un potere sull’asse Roma-Berlino, in quanto si considerava un grande scienziato al servizio della medicina nazista che doveva eccellere per curare solo il popolo tedesco. Per trovare sempre nuovi rimedi, poteva benissimo fare tutti gli esperimenti che voleva su quelle che i tedeschi ritenevano razze inferiori. Mengele aspirava a trovare in natura il segreto dei gemelli. Non era solo uno di quei maghi astrusi che si divertivano a torturare le persone, e tutto quello che faceva aveva uno scopo: oltre a trovare il segreto del perché una donna concepiva due gemelli, sembrava volesse penetrare il segreto stesso della vita, carpirne le motivazioni e la spiritualità.
Perché era importante scoprire il segreto dei parti gemellari?
L’idea dei parti gemellari a comando era utile per ripopolare più facilmente in breve tempo con la razza eletta, tutti i territori dell’Est svuotati da ebrei, slavi e zingari uccisi nei campi di concentramento. Lo scopo era demografico oltre che scientifico. E Mengele, cui nulla era precluso, faceva di tutto per realizzare i desideri dei suoi capi. Gli orrori che creò furono delle bestialità inumane.
A quali complicità ricorse in esilio?
Più che le complicità, erano i soldi il perno di tutto. Il denaro apriva tutte le porte e gli garantì la libertà. E di denaro Mengele ne aveva parecchio. Apparteneva a una famiglia molto benestante che lo riforniva continuamente. Sui nazisti espatriati c’erano inoltre parecchie leggende sui tesori che avrebbero sottratto (oro e opere d’arte) e portato con loro.
Come sfuggì al Mossad?
Un ex pilota tedesco, Rudel, anche lui in Argentina fino al 1953 – non era ricercato -, disponeva di un’enorme agenda con indirizzi di persone disponibili ad aiutare Mengele in Paraguay e poi in Brasile. Sfuggì così al castigo, ma i suoi ultimi anni li trascorse ossessionato dalla paura d’essere scoperto.

La scomparsa di Josef Mengele
di Olivier Guez
Neri Pozza, pag. 202, 16,50

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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