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E l'America si spezzò

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 di Sergio Caroli
Centocinquant'anni fa esplodeva la Guerra di Secessione americana. Fu la prima guerra moderna; la prima in cui grandi eserciti poterono essere rapidamente trasportati al fronte grazie alle ferrovie, la prima ad essere combattuta con armi prodotte su scala industriale (come le mitragliatrici Gatling), la prima in cui le corazzate rivoluzionarono gli scontri sui mari; la prima in cui gli alti comandi militari comunicarono grazie al telegrafo, la prima in cui decine di migliaia di uomini perirono in singole grandi battaglie. Le ragioni della vittoria dell’Unione sui Confederati sono già nelle cifre: il Sud mise in campo circa 800.000 uomini contro due milioni circa del Nord, in cui si concentravano l’85 per cento delle industrie e il 72 per cento dei depositi bancari. Fattori vari avevano determinato il conflitto, in primo luogo le differenze territoriali. Il Nord, dove era in atto la travolgente ascesa del capitalismo, era alleato all’Ovest sempre più dominato da specifiche produzioni agricole, come l’allevamento del bestiame; in pari tempo i nuovi territori dell’Ovest, trascinati dalla forza motrice del Nord, ponevano serie minacce al Sud che temeva la riduzione della propria influenza al Congresso, mentre erano una realtà i dazi protezionistici con cui il Nord sosteneva le proprie merci. Si vuole che a provocare la guerra siano state ragioni ideali, ossia, la volontà di liberare gli schiavi. Ma il Sud quale appare nel film «Via col vento» costituiva solo l’un per cento della popolazione. Nel 1850 meno del 10 per cento di bianchi del Sud possedevano schiavi, mentre su 350.000 famiglie fornite di schiavi - impegnati soprattutto nella produzione di cotone - circa la metà ne possedeva meno di cinque. A possedere più di cinquanta schiavi erano solo ottomila proprietari di piantagioni. Prodromo della guerra era stato, il 20 dicembre 1860, l’abbandono dell’Unione da parte del South Carolina. Nel gennaio del '61 anche il Mississippi, la Louisiana, la Georgia, l’Alabama e la Florida ne seguirono l’esempio. Nel febbraio 1861, a Montgomery, nell’Alabama venivano proclamati - Jefferson Davis alla testa - gli «Stati Confederati d’America». Non si intendeva tagliare i ponti, quanto esercitare una forte minaccia affinché il governo federale desse assicurazioni al Sud in fatto di schiavitù. Ma presto la situazione precipitò. La Confederazione occupò tutti i forti e gli uffici governativi degli Stati Uniti dislocati nel suo territorio. Giurando da presidente, il 4 marzo 1860, Lincoln aveva dichiarato che avrebbe usato il potere conferitogli «al fine di tenere, occupare e possedere la proprietà e le località appartenenti al Governo». Il 12 aprile al comando del generale Beauregard i sudisti bombardarono Forte Sumter. La bandiera con le «stelle e strisce»  venne ammainata. Iniziava la guerra. In apparenza il Sud era più forte. I suoi generali - in primis il generale Robert Lee e «Stonewall» Jackson - erano superiori in fatto di preparazione militare: riuscirono persino a invadere il Nord puntando sul Maryland e sventando gli attacchi degli unionisti. Le sorti della guerra le decise la sanguinosissima battaglia combattuta nei pressi della città di Gettysburg (1-3 luglio 1863) in Pennsylvania. La successiva conquista di Vicksburg costrinse gli inglesi ad abbandonare l’appoggio ai Confederati: il Sud, fornitore di cotone all’industria britannica, aveva ricevuto armi e finanziamenti proprio dalle classi dirigenti inglesi. Solo a conflitto inoltrato, Lincoln affrontò il problema della schiavitù, ma non sulla base di principi morali: il famoso «Proclama sull'emancipazione» affrancò gli schiavi solo negli Stati che avevano abbandonato l’Unione. Ad assicurare la rielezione al presidente uscente furono le vittorie conseguite dai generali Sherman e Sheridan. Nel suo discorso inaugurale del '64 Lincoln dichiarò che avrebbe sostenuto la riammissione degli Stati che avevano lasciato l’Unione non appena si fosse raggiunta la pace. Posto alla guida dell’esercito dell’Unione, Ulysses Grant, già trionfatore nella grande battaglia di Chattanooga, il 3 aprile entrava in Richmond. Il 9 il generale Lee si arrendeva. L’umanità di Lincoln rifulse negli ordini impartiti ai suoi generali. «Lasciate - disse - che abbiano i loro cavalli per arare, e se volete, le loro armi per sparare ai corvi, non voglio che alcuno sia punito, trattateli con generosità». Nella guerra civile 529.332 americani avevano perso la vita. Il 14 aprile 1865, all’indomani di una vittoria in larga misura frutto della sua indomita fermezza, Lincoln cadeva vittima, per mano di John Wilkes Booth, di un complotto che mirava vanamente, assassinandolo, ad annientarne anche l’opera di unificazione nazionale. I sentimenti di odio che l’assassinio generò furono così espressi da Melville: «Vi è il pianto dei forti / E un’ombra sulla terra; / Ma il popolo quando piange, / Rivela un pugno di ferro: / State attenti al popolo che piange / Quando rivela un pugno di ferro». Tuttavia le speranze di una unificazione nel segno della pacificazione razziale non si avverarono. Quando i neri cercarono di approfittare della loro libertà legale per organizzarsi con i bianchi poveri nel movimento populista, i piantatori risposero con il «Jim Crow System», le norme della segregazione legalizzata emanate tra il 1876 e il 1965 (Jim Crow era uno dei termini spregiativi con cui si designavano i neri nel linguaggio parlato negli Stati Uniti). Alla fine dell’'800 - osserva lo storico Rayford W.Logan - l’oppressione dei neri era «quasi altrettanto dura che nella schiavitù». 

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