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Ermanno Olmi: addio al cantore dei valori della cultura contadina

E' morto a 86 anni il regista de «L'albero degli zoccoli», capolavoro recitato in bergamasco Palma d'oro a Cannes. Esito più riuscito dell'intuizione del suo autore che aveva già compreso l'alienazione dell'uomo contemporaneo

Ermanno Olmi

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Ermanno Olmi è morto ieri a 86 anni. Il suo mondo - fatto di gente semplice e gentile, legata a valori antichi - era già scomparso da un pezzo. Lo aveva raccontato in tanti film, soprattutto nel suo capolavoro, «L’albero degli zoccoli», con il quale aveva vinto la Palma d’oro a Cannes nel 1978. Narrava, quel film, la civiltà contadina di cui tutti siamo figli. «La terra è la nostra genitrice», diceva Olmi, e averla dimenticata, tradita, abbandonata, è una delle cause della disumanità del nostro tempo.
Era nato a Bergamo nel 1931, ma a soli due anni si era trasferito a Milano, dove il padre lavorava come ferroviere. L’impatto con la metropoli, e più avanti con la società industriale, gli aveva fatto intuire, con largo anticipo sui tempi, l’alienazione dell’uomo contemporaneo. In uno dei suoi primi film, «Il posto» (1961), un ragazzo e una ragazza vengono da fuori Milano con il cuore gonfio di speranza a cercare un impiego fisso, «sicuro e per sempre», come si diceva allora. (Lei, la ragazza, Loredana Detto, due anni dopo sarebbe diventata la moglie di Olmi). «Il posto» è già un film di denuncia sul distacco dall’umano che stava prendendo tutti nei cosiddetti anni del boom.
Ma è appunto con «L’albero degli zoccoli» che Olmi firma il suo capolavoro. Nacque, quel film, dalla memoria delle lunghe estati passate dalla nonna Elisabetta in una cascina della Bergamasca. Passati i quarant’anni, Olmi sentì sempre più forte la nostalgia per quel tempo perduto, che andò a ricercare quasi con religiosa ostinazione. Lo ritrovò - apparentemente per caso, ma forse no - una sera in cui si era perso in auto nella nebbia, in una di quelle nebbie che non ci sono più: «D’un tratto imboccai per sbaglio un sentiero e mi trovai di fronte una cascina che era esattamente come la casa della mia infanzia. Avevo 46 anni e scoppiai a piangere».

Quella cascina si chiamava Roggia Sale ed era a Palosco, nella Bassa Bergamasca orientale. Fu lì che Olmi girò il film. Gli attori - che poi attori non erano, perché erano tutti contadini veri - andò invece ad arruolarli a Treviglio, il paese di sua nonna Elisabetta, nella frazione Castel Cerreto, che era ed è tuttora un centro agricolo. Il film lo volle rigorosamente recitato in dialetto, contro il parere di tutti. Fu una scommessa vinta, se è vero che perfino una giuria internazionale come quella di Cannes andò a lezione di bergamasco.

È che, forse, alle soglie del Duemila cominciava a farsi strada la consapevolezza che l’uomo contemporaneo aveva liquidato troppo in fretta i conti con il proprio passato; forse, ci si cominciava ad accorgere che il mondo contadino era depositario di una cultura millenaria che non doveva andare dispersa. In una società sempre più materialista, «L’albero degli zoccoli» ci riportò di colpo a una saggezza tradizionale, al senso della comunità, a quello della parsimonia, alla fede in una Provvidenza. «Insomma, un’altra bocca da sfamare», dice il Batistì alla moglie che ha appena partorito il terzo figlio. «Ma no», risponde lei, «non dovete preoccuparvi. Va rigurdì cusa va disìa la pora òsta màma? Quando viene al mondo un bel bambino, la Provvidenza gli dà il suo fagottino». Era un mondo in cui fra marito e moglie ci si dava del voi; un mondo in cui un fidanzamento voleva anche dire saper attendere: «Volevo cercarvi un bacio», dice il giovane Stefano a Maddalena, che risponde: «Queste sono cose che bisogna aspettare il suo tempo».

Una dimensione scomparsa ben prima della morte del suo cantore, dicevamo. Eppure. Eppure forse - è magari soprattutto una speranza, la nostra - forse di quella dimensione, che sono le nostre radici, non potremo mai far davvero a meno. Il Dio di Olmi - credente tormentato, soprattutto negli ultimi tempi - è stato sostituito dal dio-tecnologia, e dall’illusione di poter bastare a noi stessi: «Viviamo sottomessi allo scandire dell’orologio. È l’orologio che ci comanda, insieme allo scandire dei mesi e perfino degli anni. Siamo tutti convinti di possedere il nostro tempo, in realtà è il tempo che possiede noi. L’orologio per certi versi è uno strumento persecutore», diceva Olmi, che non immaginava quanto ormai un’altra dipendenza diabolica, quella dallo smartphone, avesse già relegato anche l’orologio fra le anticaglie inutili. Ecco, chissà, forse un giorno sbatteremo il muso, e andremo a ritrovar noi stessi nel mondo di Olmi.

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