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Il suo cuore batteva in dialetto

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di Antonio Battei

D’estate si va a Barbiano: una trattoria con pergola è il ritrovo. Arriva in sella ad un motorino rosso, occhiali e berretto (il casco ancora non esiste) e a vederlo così pare un signore non più giovane con un problema ad un braccio: è Luigi Vicini. Ad attenderlo, una compagnia un poco chiassosa ed eterogenea: Benvenuto Azzoni (il tipografo), Renato Prada, Pierino Balbiani, Ninetto Camattini, Luigi Tonelli (il «segretario»  di Baldassarre Molossi) poi monsignor Arnaldo Marocchi prefetto della chiesa magistrale della Steccata, Goliardo (tipografo della Gazzetta) ed altri ora nella mia memoria un poco evanescenti, come il bianco gesso sulle nere lavagne di quando andavamo a scuola. Nella stagione delle nebbie gli amici erano gli stessi, solo cambiano i luoghi: da Stiliano, Fiaschetteria toscana, l’Aurora ci sembra un po’ troppo cara e allora meglio, per le nostre tasche, l’Imelde o il Canon d’oro. Sono la mascotte: tutti amici, troppo presto ereditati da mio padre e da mio nonno. Scrive le sue poesie con una vecchia Olivetti Lettera 22, per intenderci quella usata da Indro Montanelli e celebrata da una fotografia che ha fatto il giro del mondo. A tavola Luigi è il più riservato e sobrio: insieme si chiacchiera di cucina (parmigiana, naturalmente), ma lui della tavola ama soprattutto la convivialità, spesso espressa in dialetto, la sua (la nostra) lingua del cuore. Sono trascorsi quasi cinquant’anni dal nostro primo incontro a Leivi da Pepèn: grazie ad un passaggio in auto (non ricordo più di chi)… e non si finisce più di «assaggiare» e per me, magro come una canna, mi pare un’esagerazione ma presto mi rendo conto che la tavola ha i suoi tempi, la sua ritualità, e a Leivi, tra gli altri, incontro Giovanna They, una maestra anche lei innamorata della poesia. Mia madre è contenta che mi «distragga» con persone che lei conosce da tanto tempo, da quando i miei genitori frequentano il «Consolato dei Parmigiani a Milano» (il «capo» è l’avvocato Manlio Corradi e, a Parma, un altro avvocato, Giacomo Miazzi) e a me mancano un poco amici della mia età ma, a quello, ci pensa la scuola. Vicini ha una sensibilità e una discrezione d’altri tempi e da subito diventiamo amici, e tutti i giorni c’incontriamo in libreria: lui a scrivere poesie che cantano sentimenti persi in una nostalgia tutta parmigiana, difficile ora da ritrovare, ed io pronto a pubblicare quelle parole a volte strane, moltiplicandole in libri illustrati da Luigi Tessoni e commentati da don Gino Marchi e da Giuseppe Marchetti, mentre la «voce» è quella di Ilario Torniolo, anche loro amici di una tavola che unisce, affratella, una tavola che sa «perdonare» con un sorriso una cottura sbagliata, un servizio approssimativo. Vicini arriva al mattino in strada Cavour con la sua inseparabile bicicletta, e mi dona un foglio con una poesia, ma prima passa dal Parco Ducale: una delle sue fonti d’ispirazione. Ho sempre creduto in lui come continuatore della poetica di Renzo Pezzani: ha una nobiltà d’animo non comune, un desiderio di scrivere poesie che lo porta ad essere il nostro poeta in vernacolo più prolifico. Innamorato della sua terra, con un’innocenza tutta fanciullesca, mi parla dei suoi «viaggi» col motorino rosso: Felino, Sala Baganza, Langhirano, arriva persino a Pastorello… Scrive col cuore poesie che a volte magari parlano di piccole cose ma lui sa farle diventare grandi con il suo amore per la vita quotidiana, con quel suo talento, a volte ironico, nel saper cogliere l’intenso profumo d’una violetta accarezzata con mano delicata. Nelle sue pagine, a noi, ridà colori, aromi, sensazioni perdute e ferma quell’attimo fuggente eppur così intenso, indimenticabile come il rumore dell’acqua di sorgente, come il volo alto di rondini che annunciano un’eterna primavera in un cielo dalle nuvole a volte lontane. Nei suoi libri delinea la vita di Parma, delle nostre tradizioni e usanze, le sue rime hanno uno sguardo tra il sereno ed il melanconico: non canta un sole agostano, bensì un sole primaverile che già all’orizzonte scorge un ineludibile tramonto a ricordare, con dolce rimpianto, un amore lontano. Nei titoli delle raccolte poetiche la parabola della sua vita: «La primma viöla» (1950), «Vol äd parpaji» (1955), «Al zardén däl cel» (1961), «Parma l’è fata acsì» (1969), «Sgagnaciufén» (1973), «Acqua äd sorzìa» (1976), «Nuvli e steli» (1979), «Coriandoli» (1980), «Artaj» (1988), «Memorii däl cor» (1989), «Cära al me Sgnor», «Am togh adrè» (1991), «Ultmi rimmi» (1994), «Föra dal temp» (1998); nei suoi libri coglie ciò che conta davvero, al di là della cronaca fissa, nero su bianco, i veri valori immutabili della vita. Ha molto sofferto quando,  venticinquenne, l’otto settembre del ’43, un soldato tedesco lo colpisce con la mitraglia e resta tra la vita e la morte e le preghiere d’una candida suora affinché Gesù salvi quel soldatino. Le ferite le porta con sé fino alla fine dei suoi giorni senza mai lamentarsi, nemmeno quando assiste la sua sposa, lui con un braccio offeso fino alla paralisi. Ma il suo largo abbraccio poetico ancora ci protegge da quei colpi che, a ognuno di noi, inevitabilmente la vita riserva in un otto settembre non ancora trascorso tra menzogne ed imbrogli camuffati dalla sete di denaro. Luigi è sì un poeta ma, prima ancora, un uomo buono: e la Provvidenza, per quelle schegge d’acciaio ancora conficcate nella carne viva, lo ha largamente ricompensato, la Provvidenza ha ripagato il sangue versato per la Patria col dono della Poesia, e la Poesia asciuga quelle ferite e gli dona speciali occhi capaci di scrutare il proprio cuore e diventa così un Poeta che quotidianamente ho frequentato e frequento in quelle sue pagine che profumano di pulito. E ancora lo vedo dieci anni dopo, con quel suo motorino rosso fuoco… come certi tramonti e pare che, là in fondo, mi aspetti, fuori dal tempo ma non fuori dal cuore.
 

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