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Pedretti, lo storico del loggione

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di Giuseppe Marchetti

Nel maggio del '91 quando morì Paolo Pedretti aveva cinquantaquattro anni, era un ragazzo, un giornalista dedito alla professione con intelligente, colta e saggia natura di scrittore, e amava il cinema professandosi allievo di Pietrino Bianchi che di innamorati di quell'arte ne aveva creati tanti assieme ad Attilio Bertolucci e Maurizio Alpi. Con attenta e sagace misura, Paolo curava la «terza» della «Gazzetta» e fece parte diligente in seguito anche del rinato «Raccoglitore» che all'inizio degli anni Ottanta Baldassarre Molossi rimise in circolazione per rinnovare i fasti del supplemento letterario che trent'anni prima aveva onorato il giornale quale esempio di una moderna concezione della critica e dell'informazione culturale.
I contatti con Paolo Pedretti erano quasi quotidiani: ci si vedeva, ci si parlava e subito nascevano pacifiche discussioni sui libri e gli autori del momento. Il setaccio era molto stretto, venivano scartati i superbi e i pretenziosi (ce ne sono sempre stati, a Parma e in Italia!) e ci si soffermava semmai sugli esordienti, quelli che a noi pareva avessero «qualcosa da dire». Quante volte abbiamo riflettuto su questa frase, che non era un abile trovata per scartare scrittori e poeti, bensì una griglia di pareri, giudizi e letture tante volte fatte insieme e ripetute e confrontate con le osservazioni che Molossi avanzava sempre sugli articoli della terza pagina.
Ma l'amore grande di Pedretti era il teatro, tutte le forme di teatro creavano in lui curiosità, le voleva provare, assaggiare si potrebbe dire, masticarle con il gusto dei sapori che venivano dagli allestimenti, dagli attori, dagli ambienti e dalle reazioni del pubblico. E qui, proprio su tali reazioni, s'innesta il libro fatale di Paolo, il suo capolavoro.
Un anno dopo la sua scomparsa, assieme a Carlo Allodi - altro non trascurabile testimone di frequentazioni teatrali e giornalista molto preparato - curammo la stampa della corposa raccolta che s'intitola «Lassù in loggione» (Guanda e Gazzetta di Parma editori) con una premessa chiarificatrice e affettuosa di Maurizio Chierici. Il volume raccoglie le cronache del loggione del Teatro Regio, ma non solo. Detto così, sembra che Pedretti si limitasse a segnare i pro e i contro dei gelosissimi e preparatissimi frequentatori di quel covo di melofili (e melomani, anche) che presiedono alla ricerca di una impossibile perfezione senza far sconti a nessuno. Ma non è così. Infatti, considerato a ragione uno storico delle reazioni degli irrequieti frequentatori dell'ultimo piano del Regio, Pedretti fu per oltre trent'anni testimone diretto e appassionato dei tronfi e delle clamorose cadute decretato dal loggione di cui seppe riferire in maniera inimitabile gli stati d'animo più diversi, dagli entusiasmi alle delusioni, dagli applausi ai fischi.
Attraverso il personale e fine humor e le battute fulminanti in dialetto - quello vero, dal sapore antico - dei loggionisti, rivivono in quelle pagine che si leggono e si rileggono ancora oggi con intatto piacere, le serate storiche che hanno contribuito a creare e a rendere famoso nel mondo il «caso» del loggione parmigiano.
Dal 1960 al '91, l'arte sottile e quasi impalpabile, ma concretissima del Pedretti cronista teatrale si specializzò in un genere di critico informativa e creativa che non ha eguali, diventò cioè un modo di vivere il teatro dalla parte del teatro, e non solo per giudicare gli spettacoli, le voci e gli allestimenti, ma per farne la storia, che è la cosa più difficile e importante che ci sia. Non si sale in loggione solo per ascoltare, ripeteva Paolo, ma si va lassù (e caricava il moto con un gesto solennemente indefinito) per capire.
Capire che cosa? La musica prima di tutto, e poi la pronuncia del canto, e le due cose assieme che sono poi i due corni di quella lotta suprema cui è chiamato ogni spettatore che non sia solo un distratto frequentatore. E poi ancora per capire il dialetto, il valore dell'espressione dialettale che è molto più immediata ed efficace di quella in lingua: tre elementi di non immediata fruizione e per dir così battuti a caldo nelle sere delle recite in pochi minuti, velocemente cercando le parole e le frasi adatte per l'edizione del giornale che aspettava ancora aperta.
Fedele al proprio compito amato, Paolo tornava e ritornava lassù lungo i tanti scalini, ogni anno, nelle sere delle «prime», e pulendosi le lenti, s'apprestava con pazienza ad ascoltare pareri e battute anche feroci e paradossali che segnava nel taccuino sgualcito al modo dei vecchi e illustri «cronisti» teatrali di venerata memoria come Orio Vergani che, finito lo spettacolo, rientrava al «Corriere» con gli appunti scrivendo in pochi minuti pezzi perfetti per misura, rigore e sicurezza che il giorno dopo facevano il piacere dei suoi lettori milanesi e italiani. Del suo inimitabile maestro Pietrino, Pedretti aveva scritto, presentando le pagine de «il portoghese discreto» assieme a Peppino Calzolari: «E sullo specchio delle figure disegnate con la luce, presto la gente avrebbe visto scorrere parte di sé: visioni dolenti, amare, dolci, memorabili. Parte di quella verità di cui chi narra, se commosso dall'arte, si fa oracolo». Se dai film passiamo alla musica, queste parole stanno bene anche per chi amò lassù le voci e le note. E con esse lo vogliamo oggi ricordare affettuosamente.
 

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