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Addio, poeta della "Vita in versi"

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Giuseppe Marchetti

Addio al vecchio e saggio poeta del Novecento europeo Giovanni Giudici, morto l'altra notte all'ospedale di La Spezia  dove era ricoverato da giorni. Addio a un uomo che aveva concepito «La vita in versi» attenendosi a questo schema d'amore e di conoscenza per sempre, da quando nel '65 stabiliva che l'epoca dell'Ermetismo era inesorabilmente tramontata e si preparava la domanda fondamentale di tutta la nostra poesia dopo quel tempo: «Dimmi e se fosse tutto sbagliato?». Domanda quanto mai insidiosa. Franco Fortini scrisse: «Giudici è l'unico che abbia avuto il coraggio di riprendere il discorso poetico, deliberatamente, dove Gozzano l'aveva lasciato».   Intuizione preziosa, dobbiamo riconoscerlo, anche oggi, oggi forse più che mai poiché il crepuscolo che il poeta della Signorina Felicita aveva immaginato era proprio quello che ancora mancava minacciando addirittura di scomparire dal teatro della nostra letteratura proprio per troppa letteratura. Nato alle Grazie, vicino a La Spezia, nel 1924 (i funerali si svolgeranno oggi alle 17 nello stesso borgo natale), Giovanni Giudici  ha vissuto a lungo a Roma dove si laureò, passando poi a Ivrea, all'Olivetti gran rifugio di nobili spiriti, di intelligenti scrittori, di fervidi costruttori culturali attorno a «Comunità». Passò poi a Torino e quindi a Milano, lavorando per la pubblicità della fabbrica di Ivrea fino al 1980 e contemporaneamente svolgendo una vasta attività di saggista, poeta e giornalista. Giudici possedeva, infatti, come pochi altri intellettuali il dono di poter passare da un genere all'altro lungo l'asse di una liricità sorvegliata a profonda sempre intrisa di ironia e di autoironia, come ci insegnò anche Caproni. Ma in Giudici il complesso poetico s'arricchiva strada facendo di una multiforme godibilità di toni, effusioni, contatti.  Aveva tradotto «Eugenio  Oniegin» di Puskin e quel poema gli rimase nel sangue per tutta la vita come una memoria e una lezione. Vengono poi «Autobiologia» (Lo Specchio, '69, Premio Viareggio) e «Il male dei creditori» ('77), «Il ristorante dei morti» ('81) e «Lume dei tuoi misteri» ('84).  Sono le raccolte del centro della vita, quando s'annuncia una saggia maturità, la stessa che filtrava dai versi di «O Beatrice» del '72, la raccolta forse più tematicamente, ideologicamente e liricamente compatta di Giudici, il suo testamento. Vi scriveva: «Comico suo malgrado è il colmo del comico / Spesso patetico fu il comico con intenzione. / Tragico suo malgrado è il solo possibile / esito imprevedibile della commedia. / Non cerco la tragedia ma ne subisco la vocazione». Eravamo nel '68, e sembrava che il prezzo del sublime andasse in frantumi e che nulla potesse più esistere e resistere aldilà del vento che faceva garrire bandiere spiegate. Feroce, Giudici scriveva: «E spararsi bisogna / Sapere perché quelli che si sparano in bocca / O alla tempia all'orecchio non immagina / come restano / con che occhi. / Il meglio per restare naturale come si è / è un colpo al cuore». Chi aveva scritto mai parole così ardite e al tempo stesso così maligne? Nessuno, o forse Pasolini in qualcuna delle sue canzoni contro i poteri forti dello Stato, o meglio degli Stati. L'arte sottile e qualche volta avvelenata di Giudici compiva, dunque, in quegli anni una lenta ricostruzione dei rapporti con il nostro passato poetico e contemporaneamente s'affacciava sul «Male dei creditori», cioè su quel territorio che Giudici definiva «alto» e teso al sublime, quasi imitando una canzone che alterna versi brutti e versi belli, quelli che cadono dentro il ritmo e quelli che ne restano fuori. Giudici lo sapeva bene quanto quest'arte fosse difficile, o addirittura disumana, lui che traduceva dal russo, dal ceco, dall'inglese, dallo spagnolo come ci testimonia il suo grande libro dell'82 «Addio, proibito piangere». Scriveva Giansiro Ferrata che «Questo sfacciato Giovanni Giudici possiede il segreto di un'ostinata provocazione», ed è vero certamente poiché il rischio della sua poesia non si limita ad una pur aggressiva intonazione memoriale, sociale, culturale e ideologica, ma salva proprio la vita in versi come un risultato puntigliosamente raggiunto e posseduto. Lo scriveva anche Zanzotto, altro sublime maestro dell'ultima addizione alla poesia e della sua luminosa sofferenza. E Giovanni aggiungeva: «Anima, mettici / Questa pezza bagnata che ti ferma / Il sangue Dio la fulmini la brutta strega dov'è / Lei e le altre puttane / A caccia di bambini sempre su e giù per le piane». Giovanni taceva da molto tempo, era molto ammalato, era ormai separato da ogni cosa, la sua vita in versi era finita come finiscono tutte le umane cose. Un suo titolo diceva «Quanto spera di campare Giovanni»: ci si rideva su, e il suo esilio ora è finito, «Salutz» per sempre poeta felice, amaramente felice.

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