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Marchionne Lo Straniero, l'avventura del manager che non tutti hanno capito

Marchionne Lo Straniero, l'avventura  del manager che non tutti hanno capito
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Un leader sempre controcorrente, l'uomo
che ha rivoluzionato l'industria dell'auto raccontato dal giornalista Paolo Bricco

«Che cosa avrei fatto se non fossi diventato un manager? Mi sarebbe piaciuto studiare fisica, per capire le traiettorie e i movimenti della pioggia. La guardavo sempre da bambino e da adolescente. Mi affascina la pioggia che cade».

Vallo a capire Sergio Marchionne: uomo maledettamente pragmatico sotto il maglioncino che ha cambiato l'immagine dei manager eppure romanticamente elusivo, intriso di sottile disincanto le rare volte che concedeva uno spiraglio.

Fca, anzi l'Italia, è orfana dal 25 luglio. Oggi Torino commemora in Duomo il «suo» Sergio Marchionne, sebbene i resti riposino lontano, nel cimitero canadese di Vaughan. Lo (rim)piange tutta Torino - «Ordo Populusque», come l'epigrafe sul timpano della Gran Madre per il ritorno di Vittorio Emanuele - perché Marchionne è stato l'autore del salvataggio «da un default strategico e identitario prima che industriale e finanziario».

La felice sintesi è di Paolo Bricco, giornalista del Sole 24 Ore, autore di un volume di rara lucidità nell'analisi economico-finanziaria ma anche sociale del Paese, prima ancora che di Fiat. E la coincidenza della pubblicazione poco dopo la morte del manager non suoni come un cinico inno all'instant book, di cui questo libro non ha nulla, a partire da una prosa raffinata che coniuga la ricercatezza lessicale all'incalzare giornalistico. No: in questo saggio c'è un viaggio lungo tre anni dentro l'industria dell'auto (con mirabili pagine scritte a Pomigliano d'Arco e a Detroit) indispensabili per leggere con il giusto respiro l'esperienza - anche umana - di Sergio Marchionne, uno dei pochi veri leader del nuovo millennio.

Riavvolgiamo il nastro. Torniamo a quel bambino che guardava la pioggia. Chi era davvero Sergio Marchionne? Era «lo straniero» del titolo fulminante scelto da Paolo Bricco. Straniero da sempre, nel senso più etimologicamente intimo dell'extraneus latino, ma anche «strano», alieno, mai allineato e mai banale. Straniero in Canada da giovane emigrato abruzzese al seguito del padre carabiniere; straniero in Europa da manager finanziario formatosi sulla cultura calvinista e quasi feroce del lavoro di cui è intrisa Toronto; straniero a Torino, incrostata di burocrazia cortigiana sabauda; straniero in Fiat, dove regnava da decenni un modello gerarchico e deresponsabilizzante che alla fine aveva portato il gruppo sull'orlo del collasso; straniero nel mondo dell'auto, perché Marchionne non era un «car boy», anche se Tim Cook è arrivato a definirlo «un visionario dell'industria dell'auto».

E' una storia complessa quella dell'auto, un tempo sinonimo di industria e capitalismo, dal Fordismo in giù, poi drammatico laboratorio dei cambiamenti sempre più rapidi - meccanizzazione, robotizzazione, digitalizzazione, globalizzazione - che hanno travolto la produzione e gli equilibri economici e del welfare rimettendo in discussione buona parte del Washington Consensus imperante dal crollo sovietico. E allora non si può dipanare un racconto lineare: Bricco fugge in avanti al salvataggio del 2008 e al clamoroso «reverse takeover» dell'acquisto di Chrysler poi torna indietro agli anni formativi di Toronto, al nonno morto nelle foibe, alle tre lauree, e poi ancora prende il taxi verso a Pomigliano d'Arco, terreno dello scontro che ha cambiato il gioco delle parti nel Belpaese.

Marchionne è il filo conduttore della metamorfosi dell'industria e delle relazioni sociali, ma ne è al tempo stesso uno dei demiurghi. Soprattutto in Italia, realtà sedimentata e difficile, dove è possibile il paradosso di Fca che con Marchionne aumenta in 13 anni le ore lavorate del 47% eppure è sempre più marginale nella costruzione di valore a livello mondiale: «La linea determinata dall'acquisizione di Chrysler appare un felice errore della Storia, perché avvenuta per opera di una impresa italiana resa minore - nel contesto internazionale - dagli errori negli anni Novanta del Novecento. L'Italia viene marginalizzata dalla Fiat sopravvissuta ed evoluta in Fca. Ma, nonostante questo paradosso, l'effetto della Fca sull'Italia è benefico».

Questione di cultura. Marchionne, manager inflessibile ma astuto negoziatore, ha l'intelligenza per capire che «non esiste un modello unico di capitalismo». Da giocatore di poker legge le carte con velocità e lucidità, rivoluziona i metodi di produzione trovando un equilibrio innovativo nella convergenza della cultura di fabbrica anglosassone con la creatività italiana. Non mortifica un Paese lento ma ne esalta le doti dell'esclusività del Made in Italy trasformando le catene di montaggio delle 600 del boom economico in atelier per Suv di lusso (Maserati e Alfa) o per la prima Jeep mai prodotta fuori dagli States. Ha il coraggio di uscire dagli schemi (oltre che da Confindustria, quella che un tempo quasi si identificava con gli Agnelli) e dalle vecchie logiche sul costo del lavoro: «Se avessi tagliato - disse nel 2006 di fronte a conti disastrati - metà dei dipendenti, a parità di volumi, non avrei riportato Fiat Automobiles in pareggio».

Certo, nemmeno a Marchionne le ciambelle riescono tutte con il buco. Il celebre «corteggiamento» a Mary Barra, numero uno di GM, non culmina nell'agognato matrimonio nel 2015, Alfa Romeo non ha mai raggiunto i numeri promessi e il piano Fabbrica Italia a suo tempo dovette lasciare spazio ad aggiustamenti e ripensamenti.

Però la lezione inflessibile di una cultura del lavoro quasi feroce resta. Per tutti. Non solo per quel dipendente della concessionaria Fiat di corso Giulio Cesare licenziato dopo che
un sabato mattina il manager in incognito (era da poco a
Torino) aveva atteso a lungo prima di essere trattato con sufficienza. Quell'uomo non sapeva di avere davanti lo straniero. Allora non lo sapeva nessuno.

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