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Finnegans wake Quel sogno intraducibile finalmente tradotto

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L'impervio testo di Joyce per la prima volta nella sua integrità: l'impresa titanica è stata compiuta dal parmigiano Giuliano Mazza

Scrisse Hugh Kenner che «La veglia di Finnegans» di James Yoyce è «un'opera scritta in sogno e quindi va letta in sogno». Operazione quanto mai semplice a dirsi, ma impossibile a farsi. E' anche per questo motivo di fondo che «Finnegans Wake» circola nel mondo della letteratura e dei lettori - anche i più avvertiti e cocciuti - come un oggetto del quale si parla e si scrive senza una reale e ben convinta conoscenza.

Nessun'altro romanzo della letteratura mondiale soggiace ad una regola così ferrea e impenetrabile. Joyce, come si sa arrivò a concepire il «romanzo intero» calcolandone una sorta d'inafferrabilità praticamente disumana: il tutto della narrazione entra pertanto nel tutto di ogni realtà esistenziale, e inoltre vi si camuffa in una serie di episodi che definire romanzeschi addirittura limitativo. Il sogno spazia ovunque, e al romanzo tocca perciò scivolare in tute le direzioni, da quelle più ovvie a quelle più impervie, sino alla più totale incomprensione e al balbettamento. Un'opera di tal fatta - viene da chiedersi - può esser tradotta in una lingua che non sia quella concepita e usata dal suo autore? A una tale domanda, che corrisponde a una profonda curiosità non solo letteraria, la critica mondiale cerca di rispondere da almeno ottant'anni. Quando il Finnegans uscì (1939) il vespaio che sollevò fu enorme, pro e contro. Ezra Pound che aveva sollecitato la pubblicazione di «Gente di Dublino» e di «Dedalus: ritratto dell'artista da giovane» negli anni precedenti la prima Grande Guerra, consigliò a Joyce di stabilirsi a Parigi perché solo da quella città il libro avrebbe potuto «dilagare», interessare, convincere e o farsi rifiutare.

L'intuizione di Pound era giusta ed esatta. Finnegans è uno dei libri fatali sia per il suo autore che per il suo lettore. Ne abbiamo adesso la prova con la solitaria e quasi disperata impresa traduttoria compiuta dallo scrittore parmigiano Giuliano Mazza che, per i tipi dell'editrice Abax, manda in libreria la prima traduzione integrale del romanzo in italiano, il suo Finnegans Wake.

Proprio il suo, perché questa traduzione non è solo una impresa che fa onore Mazza - poeta e narratore di suo - ma rappresenta il tentativo più che mai voluto dal traduttore di mettere a disposizione l'arte, le immagini, i sentimenti, la lingua delle lingue e l'abilità delle più abili sfide in un testo dentro e attorno al quale si sono aggirati, compulsati ed espressi i più disparati e audaci traduttori nel corso dei decenni. Giuliano Mazza ha premesso all'edizione una introduzione (“Finnegans wake è un sogno che sbraccia tutta l'umanità”) un utilissimo, direi essenziale, commento dei libri in cui si divide la narrazione, e infine uno scritto di Alessandro Bosi che saluta con compiacimento, il grande impegno di Mazza. Ecco dunque il liber librorum che si squadra sotto i nostri occhi iniziando così: «corso del fiume passato l'Adamo ed Eva, da deviazione di spiaggia svolta di baia, ci riporta con un commodius vicus di ricircolazione di nuovo al Castello di Howth e Environs» cioè della storia primordiale dell'Irlanda proposta come un inizio poema (Bibbia o Odissea poco importa) dentro una travolgente accelerazione.

E' proprio da un tale senso di accelerazione che il Finnegans avanza, retrocede, si sporge all'attenzione del lettore tra passato e presente muovendosi come un dramatis personale a cavallo dei tempi del sogno. Già nel 2011 presentando il libro secondo della sua traduzione (il terzo e il quarto) Luigi Schenoni aveva segnalato in un provvidenziale Glossario la quasi infinita serie delle notizie e dei riferimenti che costituiscono l'ossatura del romanzo formandone allo stesso tempo la concentrazione e la dispersione letteraria e umana. Giuliano Mazza non si è sottratto all'impegno neppure lui e, costretto dalle difficoltà espressive inventate e costruite da Joyce, ha raggiunto e posseduto come era nelle sue possibilità linguistiche e concettuali - poiché il capolavoro joyciano è soprattutto una sfida lanciata da ogni pagina alla comprensione del genere umano, del suoi sentimenti e dei suoi capricci di storia, d'invenzione, di gusto e di potere - l'universo che già appariva in «Ulisse» così drammatico, ironico e tragico, così pieno di vita e di storie che si accavallano al modo di un sogno che è cominciato a antiquo per non concludersi mai. «In maniera quasi ossessiva, Joyce ci propone la storia di tutte le religioni, la maggiori battaglie della storia, i grandi filosofi, gli scrittori, quelli che amava di più e in particolare Dante e Giambattista Vico con la Scienza Nuova una delle maggiori fonti di F. W. «Così scrive il traduttore; e dobbiamo credergli sulla parola come dobbiamo credere alla testimonianza di Joyce quando confessò d'aver composto il Finnegans per sedici anni alla maniera del monologo di Molly Bloom che conclude «Ulisse» e che adesso ci sembra persino più facile e scorrevole delle incredibili deformazioni del «Finnegans wake» in italiano per il quale ogni onore e merito vanno a Giuliano Mazza e alla sua devozione quasi religiosa.

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