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Lamberto Sechi, i fatti separati dalle opinioni

Lamberto Sechi, i fatti separati dalle opinioni
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Bruno Rossi
Ha inventato «Panorama». Ha diretto «L'Europeo», «Oggi», «La settima Incom» «Arianna» e così via in un luccicante elenco. E’ stato tra i direttori più temuti, perché tra i più esigenti. E’ stato anche tra i più amati, dai moltissimi che hanno imparato da lui a camminare nel mestiere della carta stampata. Qualche nome: Giulio Anselmi, Corrado Augias, Claudio Rinaldi, Carlo Rossella, Barbara Palombelli, Carlo Rognoni, Giampiero Mughini, Claudio Sabelli Fioretti, Stefano Benni. Anche se non per tutti la lezione di Sechi, nel tempo, è filata senza deragliamenti.
«Panorama», prima di Lamberto Sechi, era un mensile di debole diffusione. L’aveva rifatto, inspirandosi al «Time», e gli aveva dato una cadenza settimanale. Aveva imposto un linguaggio secco, senza fronzoli e aveva azzerato ogni reverenza verso i potenti, della politica come dell’economia. Sulla copertina aveva fatto scrivere il suo programma: «I fatti separati dalle opinioni». Un progetto di santo giornalismo, ma anche - e Sechi se n'era ben accorto - di ardua utopia. Perché anche i fatti, quando diventano parole su una pagina, sono idee e a separarli dalle opinioni c'è un confine labile come una nuvola.
Le pagine del «Panorama» di Sechi non erano gelide. A poco a poco si erano infiammate tanto che quei potenti, della politica e dell’economia, disarcionati, avevano cercato in tutti i modi di spegnerle. A scontrarsi con difficili realtà, aveva cominciato sui fogli del dopoguerra, assieme ad Enzo Biagi: non li avevano intimiditi nemmeno i misteri allora pericolosi del «triangolo della morte». Come non si intimideranno negli anni, l’uno e l’altro, davanti a «misteri» di colore opposto a quello dell’Emilia.
Sechi ha avuto i premi più prestigiosi del giornalismo. Ma aveva ricevuto, sempre assieme a Biagi, con una gioia da ragazzino ottantenne, anche un piccolo premio della nostra campagna, il «Pietro Bianchi», a Sissa. In quella, come in altre moltissime occasioni, si era lasciato trascinare da noi, che avevamo imparato moltissimo da lui e moltissimo l’amavamo, nei suoi lontani ricordi parmigiani. Le case di strada Cavour, di borgo Santa Brigida, di via Macedonio Melloni erano la mappa di Sechi bambino. La Parma dov'era nato nel '22. E la campagna, Albareto di Fontanellato, dove i contadini che lo vedevano infagottato al sole, malaticcio, dicevano alla mamma con crudele pietà: «Mo siora, ma che lo lasci morire, non vede? Al par 'n mansaren, sembra uno scopino».
Gli stessi che anni dopo si erano stupidi di lui, irrobustito, e avevano capovolto i commenti. «Che bel ragass. Al par un princip». I ricordi andavano a mitiche biciclettate sulle strade bianche di polvere e ai primi batticuori. «Che seduttore», rideva, raccontandoci di una ragazzetta in pelliccia bianca e del suo ardimento a dichiararle: «Non hai paura a confonderti con la neve?». E ai professori che gli avevano aperto mondi, per lui ancora inesplorati. Attilio Bertolucci, fra tutti. Da lui aveva imparato l’amore per il cinema. In un quaderno annotava le emozioni regalate dallo schermo. Il professore se n'era accorto e nell’ultima telefonata gli aveva chiesto: «Lamberto, hai ancora quel quadernetto?». Sul finire del liceo, la vacanza più fantastica. In Etiopia vicino ad Harar, dove il padre era stato mandato come «residente». Viaggio in piroscafo. E nel canale di Suez l’allora celebre Maria Uva che salutava le navi italiane sgolandosi con «Faccetta nera». Quella terra l’aveva incantato. Non di sicuro l’arroganza dei colonialisti. Il ragazzo che faceva i lavori di casa era diventato di famiglia. E la madre gli parlava in dialetto: «Ahmed, famm un piaser, portom 'na scrana».
Le arroganze littorie aveva imparato a disprezzarle con le lezioni di storia di Cecrope Barilli, e certo anche con le imprecazioni della madre per ogni piccolo accidente casalingo: «Mo maledett al duce!». Negli anni della Resistenza aveva attraversato le linee del fronte. Ed era in quel tempo che era nata l’amicizia più lunga e più bella, con il partigiano Biagi. Nelle telefonate di questi ultimi mesi la voce di Sechi si era fatta sempre più fioca. Ma bastava gli si dicesse: «Ti sto chiamando da Parma», per sentirlo, magari per un attimo, ravvivare: «E gli amici? Ho parlato con Maurizio».

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