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Berlusconi visto e previsto da Montanelli

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Indro Montanelli

Per gentile concessione dell'editore Rizzoli, pubblichiamo uno degli articoli di Indro Montanelli, di cui il 22 luglio ricorrerà il decimo anniversario della morte,  raccolti nel volume «Ve lo avevo detto». L'editoriale, pubblicato su «la Voce» il 23 dicembre 1994, si intitola «Finalmente».

Finalmente, con le dimissioni presentate ieri mattina a Scalfaro, che tagliano corto al dibattito parlamentare, Berlusconi ha chiuso – almeno per ora – il proprio ciclo. E finalmente si potrà ricominciare a parlare di tutto, anche di politica.
Sono quasi otto mesi che non lo si fa. Quasi otto mesi che si parla soltanto di Berlusconi. Se sia un uomo veramente nuovo, o un lascito di quelli vecchi. Se sia stato un grande imprenditore, o soltanto un grande profittatore dello Stato e dei suoi favori e concessioni. Se le sue imprese fossero proprio dei modelli di efficienza, o dei contenitori di aria fritta e di debiti. Se fosse un grande finanziere o soltanto un grande avventuriero della finanza, la riedizione di uno Stavisky (Alexander Stavisky, finanziere ebreo di origine russa), che in Francia, tra gli anni Venti e Trenta, creò un impero finanziario fondato sulla frode e sulla corruzione.
Più che a ciò che diceva, si badava a come lo diceva, non c’erano occhi né orecchi che per sapere se e chi gli aveva fatto il lifting, chi era il suo sarto, chi provvedeva alla sua pettinatura, se davanti al video recitava la parte mandata a memoria o la leggeva sul «gobbo» nascosto dietro la macchina da ripresa, e quale cerone usava per lisciare le guance e quale cipria per nascondere l’incipiente calvizie, suo incubo e croce (oh, quella chioma dell’Avvocato!). Se sul volto s’infilava la calza antirughe. E di quante ville fosse proprietario, e di quali meraviglie queste ville traboccassero. E se recitasse bene o male la parte di anfitrione quando riceveva i Grandi della Terra (e quali barzellette da fureria raccontasse al loro orecchio, come purtroppo è accaduto).
Berlusconi. Sempre Berlusconi. Solo Berlusconi. Per otto mesi l’Italia è stata (anche per gli stranieri, ahimè) Berlusconi. Per otto mesi non si è potuto intavolare, nemmeno in famiglia, una conversazione che non avesse per argomento Berlusconi o non ci finisse. In suo nome si sono rotte amicizie ancestrali. Per otto mesi direttori e capiredattori di giornali e periodici hanno cestinato notizie che in altri tempi avrebbero occupato le prime pagine, se non riguardavano Berlusconi, e le case editrici hanno rifiutato qualsiasi manoscritto che non fosse una biografia di Berlusconi (ne ha avute più lui in otto mesi che Bismarck in ottant’anni). Altro che «Duce sei tutti noi!». Per otto mesi Berlusconi è stato tutti noi più di quanto il Duce lo sia stato in vent’anni.
Finalmente! Finalmente ci siamo liberati di questa ossessione. Finalmente potremo ricominciare a discutere della pubblica amministrazione e della pubblica finanza senza il timore che qualsiasi proposta venga propugnata o combattuta secondo gl’interessi di Berlusconi. Finalmente potremo occuparci di problemi che non siano soltanto la Fininvest di Berlusconi. Finalmente la Corte di Cassazione potrà avallare o bocciare sentenze che non siano in odore di favoreggiamento o di danneggiamento di Berlusconi. Finalmente potremo rialzare la testa ed appuntare lo sguardo su ciò che avviene nei Paesi che ci circondano senza l’angoscia di vedervi accorrere Berlusconi a farvi le sue solite sceneggiate. Finalmente potremo persino dire e scrivere, senza essere sospettati di fare il gioco di Berlusconi, che la triade economica regalataci da Berlusconi (Dini-Pagliarini-Tremonti) ha fatto il massimo del poco che poteva. Finalmente potremo fare la corte (parlo per gli altri, si capisce, non per me) a qualche bella donna senza prima dover appurare se è amica o nemica di Berlusconi. Finalmente potremo persino parlare bene di Berlusconi senza correre il rischio di essere scambiati per un Fede o uno Sgarbi, e dire per esempio, senza tema di venire fraintesi, che di tutti i berlusconi e berluschini d’Italia, Silvio era (e resta) il migliore. Non sappiamo cosa ci aspetta domani, magari una confusione ancora più grossa di quella in cui Berlusconi ci ha precipitato ed ora ci lascia. Per il momento ci si consenta di assaporare, delibare, esalare, urlare a pieni polmoni questo sospirato liberatorio «finalmente!» (e al diavolo il diavolo che, rimpiattato sotto il nostro tavolo, ci mormora ghignando: «Ma sei proprio sicuro che si tratti di un “finalmente”?»).

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