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Martiri dell'amianto

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di Francesco Mannoni

Il mio romanzo racconta una storia d’amore che parte dalla Puglia per la Svizzera, e poi ritorna in Puglia. La protagonista, Domenica, detta Mimì, da bambina emigra con la famiglia in Svizzera, e il titolo «Ternitti» è una parola dialettale che vuol dire Eternit, che è il filo conduttore di questa storia con tutti i suoi sviluppi amari: il cancro e la morte per le persone che hanno respirato fibre di amianto». «Ternitti» (Mondadori, pp. 255, ¤18,50) è il quarto romanzo di Mario Desiati, giovane scrittore pugliese originario di Martina Franca, ma vive a Roma dove opera come direttore editoriale di una casa editrice. Con la storia di Mimì, in cui racconta anche l’odissea che un materiale largamente utilizzato ha scatenato nei polmoni di milioni di persone, è finalista al Premio Strega 2011, l’unico, stando ai si dice, che potrebbe contendere la vittoria al favorito Edoardo Nesi. Quello che sembrava un prodotto di facile utilizzo nato dal progresso, si è rivelato uno strumento di morte. Un destino quasi fatale che sembra intrecciarsi alla storia di Mimì malata d’amore per Ippazio, ma forte nella sua condizione di ragazza madre, libera, coraggiosa e solida come tutte le donne che devono pensare alla loro esistenza e che hanno legami strettissimi con la terra d’origine. A quella terra tornerà con la figlia Arianna, per inoltrarsi tra famiglie povere distrutte dall’amianto e giovani che si stordiscono con l’alcol per la paura di partire verso località senza sole e senza mare, tra spuntoni di neve e boschi neri. «Vengo da una terra dove c'è stata tanta emigrazione - dice Desiati -, e tutta quella gente andava a lavorare nelle grandi fabbriche del Nord, come mio padre o i miei nonni, o nelle grandi fabbriche della Germania e della Svizzera. Molte di queste persone sono tornate ammalate. Nel Capo di Leuca, erano oltre duemila le persone che negli anni cinquanta, sessanta e settanta avevano lavorato nelle fabbriche di amianto, quando già si sapeva che l’eternit faceva morire. Le fibre di amianto che si depositano negli alveoli polmonari hanno delle forme a uncino, e grazie alla loro caratteristica incidono il polmone, lo ulcerano e restano lì per tanti anni portando lentamente alla morte. Col tempo questa malattia ha cominciato a colpire anche le mogli degli operai che lavavano le tute sporche e respiravano le stesse fibre che avevano respirato i loro mariti».

Perché una parola dialettale per il titolo? Anche lei un sostenitore dei dialetti italiani e della necessità della loro conservazione?
Potevo farne a meno, ma io sono un patito e credo nel prodigio del dialetto. Non è una lingua antropologica, ma una lingua dell’anima e del cuore. Ognuno di noi custodisce una parola che viene dalla propria famiglia e dal proprio paese. Spesso il dialetto cambia da contrada a contrada, e nel mio paese cambia da casa a casa. Il dialetto di questo libro e un pastiche: ci sono dialetti di molte zone della Puglia, perché il dialetto allarga il senso delle parole, è libertà.
Questo libro è una denuncia contro i mali causati dall’eternit?
Ogni libro, anche quando si tratta di libri rabbiosi, nasce da un gesto d’amore: verso la propria terra, la propria gente o verso una persona. Non avrei mai scritto Ternitti se non fossi nato e cresciuto in una terra in cui i complessi industriali hanno cambiato il clima, le persone e la geografia. Per alcuni anni ho vissuto a Capo di Leuca, e quasi tutti i miei coetanei di vent'anni erano orfani di padre. E tutti i padri avevano lavorato in fabbriche di amianto. Allora ho cominciato a raccogliere delle testimonianze, ma non volevo fare un libro di denuncia: mi premeva raccontare la storia di chi è tornato e ha trovato la forza di riscattare i genitori ammalati cercando dentro di sé la forza di cambiare la propria vita e quella dei propri paesi. Eternit è lo sfondo del romanzo, Mimì è l’anima di una storia d’amore davvero emozionante.
Amore e morte anche in questo caso?
Ho raccontato la storia di Mimì Orlando, figlia di due operai dell’Eternit di Zurigo. In Svizzera a 14 anni, conosce un ragazzo che ha lavorato anche lui nelle fabbriche velenose. Negli anni novanta tornerà da sola al proprio paese e ricostruisce una famiglia con la figlia Arianna di cui non si sa chi sia il padre. Essere donne sole in un paese della provincia d’Italia, è più difficile che essere donne sole in altri posti d’Europa. Mimì vive la sua solitudine con tenacia e lavora in una fabbrica, e porta la sua esperienza di ragazza madre in una società matriarcale dove sono le donne che cantano e portano la croce, e lo fanno senza piagnistei.
Perché è più difficile la vita in un piccolo paese per una donna come Mimì?
Nei piccoli paesi c'è un processo di identificazione molto forte con la storia e la tradizione. E’ una delle tematiche alle quali sono più legato: essere vicini alle storie che viviamo ognuno in modo diverso. Lei fa una strada che diventa la passerella del paese, lei sostiene di parlare con gli antenati, con le madri e i padri della sua terra: lei appartiene a una terra speciale.
Quasi un’eroina?
Scrivendo cercavo una qualità ulteriore a Mimì che affronta momenti drammatici e problemi come quelli di un fratello alcolizzato, con un sentimento molto sottovalutato: la grazia, una virtù che spesso è confusa con la cordialità e la cortesia, come qualcosa di superficiale. La grazia invece è una qualità dell’anima che si esercita nel movimento e nel rapporto con le persone.
Qual è la vera forza di Mimì?
Mimì è simile alle donne che hanno rifatto l’Italia nel dopoguerra. Spesso si dice che l’Italia migliore è stata quella del dopoguerra perché sono le donne che hanno ricostruito il paese distrutto. Le donne sono anche protagoniste dei grandi romanzi e del cinema del neorealismo degli anni cinquanta. In questi anni noi parliamo sempre di conflitti generazionali, ma forse in questo Paese c'è bisogno più di un conflitto di genere, dove le donne prendono il potere perché ci sono tante Domenica Orlando per cui forse è arrivato il loro momento.
Ternitti
Mondadori, pag. 25518,50

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