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C'ERA UNA VOLTA

Sylvie e Françoise: i 75 anni delle icone yé yé

Françoise Hardy

Françoise Hardy

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Ai ragazzi piacevano perché bellissime, parigine e con il broncio irresistibile, alle ragazze piacevano perché moderne, disinvolte e con vestiti «da urlo». Françoise Hardy e Sylvie Vartan, entrambe classe 1944 e oggi dunque splendide settantacinquenni, si vedevano molto sui giornali italiani, moltissimo in tv e spesso anche nelle classifche dei dischi più venduti, i 45 giri che si sentivano nelle festine pomeridiane, nei picnic con i genitori, nelle camerette ingenue di quegli anni Sessanta colorati, euforici, sognanti e pieni di promesse non mantenute dai decenni successivi. Françoise e Sylvie, una più riservata e malinconica, l'altra più spumeggiante, entrambe con frangia regolamentare, entrambe fra le primissime a zampettare lungo i boulevard con vestitini corti e stivali, furono le icone yé yé di una stagione irripetibile, una girandola frenetica fra sale d'incisione, set fotografici, programmi televisivi, concerti, festival.

Sylvie Vartan con "Buonasera buonasera" - VIDEO


Sylvie Vartan

La Vartan, arrivata in Francia dalla Bulgaria quando aveva sei anni (la famiglia è in fuga dal regime comunista), nel '62 è già personaggio, sforna un successo dietro l'altro fra twist e canzoni romantiche, fa felici i rotocalchi per la storia d'amore con l'altro idolo francese Johnny Halliday con il quale moltiplica litigi, riappacificazioni e incidenti stradali (dopo uno schianto lei dovrà ricorrere a specialisti statunitensi per rimettere in sesto il bel faccino) e approda nella hit parade italiana nel '67 con «Due minuti di felicità». Nei due anni seguenti non sbaglia un colpo, da «Come un ragazzo a «Irresistibilmente», da «Buonasera, buonasera» a «Blam, blam, blam», da «Zum zum zum» a «Festa negli occhi, festa nel cuore».

Françoise Hardy con "Tous les garçons et les filles" - VIDEO

Il suo momento magico viene amplificato dalla partecipazione allo show del sabato sera «Doppia coppia» con Lelio Luttazzi, Alighiero Noschese e Bice Valori, nella primavera del '69. In autunno partecipa a «Canzonissima», ma finiti gli anni Sessanta - come succederà anche alla collega Françoise - i suoi dischi cominciano a interessare molto meno il pubblico italiano. Non quello francese, però: Sylvie resta una vedette di primissimo piano sia discograficamente, sia sui teleschermi, sia sui palcoscenici, abbracciando a un certo punto un tipo di carriera con sfumature da spettacolo di Las Vegas. Françoise Hardy esplode più o meno nello stesso periodo, fra il '62 e il '63, con «Tous les garçons et les filles», inno dei giovanissimi già melanconici e un filo ennuyé, che in Italia diventa «Quelli della mia età». Il nostro pubblico resta subito affascinato da questa bella e impossibile, filiforme ed elegante badessa in minigonna, leggermente malmostosa, che spesso si accompagna con la chitarra per cantare relazioni tormentate, dubbi sentimentali, riflessioni amare sull'amore indossando, algida come una mannequin, abiti di Yves Saint Laurent, Courrèges o Paco Rabanne. E lei ricambia l'affezione, incidendo nella nostra lingua quasi tutti i suoi brani, da «L'amitié» a «Des ronds dans l'eau», da «Voilà» a «Comment te dire adieu». Nel 1966 partecipa anche al Festival di Sanremo con una canzone oggi dimenticata, «Parlami di te», in coppia con l'autore Edoardo Vianello, entrando in finale. Fra i pezzi in gara in quell'edizione gliene piace uno che invece viene escluso nelle eliminatorie, «Il ragazzo della via Gluck» di Celentano. Lei lo fa tradurre in francese: il titolo diventa «La maison où j'ai grandi» ed è un altro botto nelle classifiche di vendita.

Françoise Hardy e Sylvie Vartan

All'inizio degli anni Settanta la sua avventura italiana termina. In Francia, invece, la Hardy rimane una stella di prima grandezza, un'intramontabile, si dedica a ballate intimiste o a composizioni scritte per lei da Serge Gainsbourg, interrompe e riprende l'attività, resta fedele allo stesso uomo, il cantante Jacques Dutronc, continua a essere la musa ispiratrice degli stilisti più d'avanguardia, interpreta anche particine in qualche film di richiamo («Grand Prix» di John Frankenheimer e «Ciao Pussycat» di Clive Donner con Woody Allen all'esordio), si applica all'astrologia e scrive memorie. Vartan e Hardy non saranno le uniche francesi a tentare la carta italiana (France Gall, vincitrice dell'Eurofestival 1965, canta «La pioggia» a Sanremo '69 abbinata alla Cinquetti; Sheila piazzerà un paio di successi discomusic a inizi anni Ottanta), ma restano loro quelle che meglio hanno rappresentato il fascino d'Oltralpe coniugando musica e moda in un'epoca in cui Londra era swingin' ma anche Parigi dava la linea della rivoluzione pop.

Françoise Hardy con "Des ronds dans l'eau" - VIDEO


SANDIE SHAW, la cantante senza scarpe

Aveva una caratteristica particolare: si presentava in scena senza scarpe. E infatti Sandie Shaw divenne nota a metà anni Sessanta come la «cantante scalza». Inglese, alta, magra, carina, divenne immediatamente uno dei simboli pop della Swingin' London. Fa centro al primo colpo con un pezzo di Burt Bacharach, «Always something there to remind me», nel 1964 e poi piazza nella hit parade britannica tutti i singoli successivi. Nel '66 comincia a incidere anche in italiano: partecipa a una puntata di «Studio Uno» - la trasmissione del sabato sera per antonomasia, quella in cui transita il meglio dello spettacolo internazionale - con «E ti avrò» e subito si insedia nelle zone alte delle classifiche di vendita nostrane. Seguono un'infinità di partecipazioni a show televisivi e altrettanti 45 giri (fra cui «Domani»). Nel 1967 rappresenta il Regno Unito allEurofestival che si svolge a Vienna: vince con grande scarto sul secondo classificato interpretando la canzone «Puppet on a string» che in italiano diventa «La danza delle note». La parabola fortunata finisce nel 1970 quando al Festival di Sanremo presenta «Che effetto mi fa» in coppia con Pino Donaggio senza entrare nel lotto delle finaliste.

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