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Luce in fondo alla notte

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Alessandro Censi

La tranquilla esistenza di San Giuda, un paesino della montagna trentina, è messa in subbuglio da una strage tremenda e incomprensibile. I cadaveri di undici persone sono ritrovati in un tratto di bosco sotto un enorme albero ghiacciato, straziati con i metodi più barbari e feroci: strangolamenti, overdose, sventramenti e ogni altro possibile scempio che la follia umana possa immaginare. E dappertutto, una specie di formula tracciata col sangue sulla neve, «XY» (Fandango, pag. 424, ¤ 19,50) che non si sa cosa voglia dire. In pochi giorni i quarantadue abitanti del paesino si ritrovano al centro di un colossale assedio mediatico, testimoni inconsapevoli di un male che sembra si sia trasferito in quella piccola zona della montagna. Il parroco, Don Ermete si attiva per capire cosa sia successo veramente, e aiutato da Giovanna Gassion, giovane psichiatra dell’USL, si prodiga per salvare i suoi parrocchiani da una morbosità dilagante e da un futuro incerto. Il parroco e la psichiatra tenteranno di inoltrarsi dentro la boscaglia fitta del crimine, in cerca del movente che ha disarcionato la ragione, e le prove cui andranno incontro, sono quanto di più atroce l’animo umano possa immaginare.  Da questo olocausto parte l’ultimo romanzo di Sandro Veronesi, in cui lo scrittore toscano abituato a descrivere contrasti esistenziali forti come quelli raccontati in «Caos Calmo» - premio Strega 2006 -, indaga sugli infiniti spropositi del male e del bene, costretto a lottare ogni giorno contro la diabolica insorgenza del misfatto che si attorciglia ai sentimenti fino ad asfissiarli. E’ un romanzo impegnativo in cui attraverso le metafore si stagliano i grandi problemi del nostro tempo e le sue infinite variazioni verso lo sprofondamento collettivo. Abbiamo incontrato Sandro Veronesi che con «XY» ha vinto a Pescara il SuperFlaiano ed è finalista al Premio Pen Club, la cui premiazione si terrà  a  Compiano il 27 agosto.
Veronesi, questa strage apocalittica è un riflesso del nostro mondo e del nostro tempo?
Direi proprio di sì, anche se il nostro stato d’animo spesso dipende dai giorni, dai periodi. Quando ho cominciato questo libro, con tutte le buone ragioni che oggi posso accampare per averlo scritto, era un periodo piuttosto cupo della mia vita, per cui ero più sensibile a quello che poteva simboleggiare un simile massacro. Una strage misteriosa, qualcosa di frustante per quelli che sopravvivono alla carneficina che rispecchiava anzi, amplificava, e catarticamente cercava di esorcizzare il periodo nero della mia vita. Di ciò tendevo a percepire i segnali più brutti e disastrosi.
Vuol dire che il suo romanzo è nato da un momento di pessimismo avvilente? Che cosa la rendeva così cupo?
Alcune cose che riguardavano la mia vita privata, e per questo, se si vuole, i contenuti del romanzo si possono applicare a qualunque momento della realtà, il cui il misfatto è ben presente, ma allo stesso modo si potrebbero applicare anche a dei simboli di speranza, come il fatto che il futuro ha delle difficoltà ma porta con sé la soluzione di quei problemi. Nessuno aveva il problema energetico nel Medioevo, adesso l’abbiamo, ma disponiamo anche delle possibili soluzioni.
Non è un giallo ma ne ha le scansioni, e induce a riflettere sulle eventualità della vita, e lei lo fa dando la parola a due testimoni d’eccezione: il prete e la psichiatra?
Don Ermete a un certo punto lo dice: è un prete moderno figlio della teologia della rivelazione, perché è stato ordinato sacerdote in Sudamerica, pur essendo italiano, quindi è un prete che ascolta la scienza e a volte vi ricorre per spiegare i passaggi della Bibbia ai suoi fedeli. Tuttavia lui rappresenta una voce che va oltre la ragione che in questo romanzo è un esile lumino e si spegne subito, rischiara un po', ma peggiora le cose. Spesso, quando è applicata con metodo scientifico, la ragione peggiora le cose. Perciò avevo bisogno di una voce che fosse in grado di continuare a parlare anche al buio. E un prete in teoria, meno luce c'è e meglio sa parlare, convertire. Allo stesso modo la psichiatra sa camminare nel buio della mente verso una possibile luce.
Quanto è solida la fede che sostiene don Ermete?
Nei preti come lui trovo la forza che permette di affrontare l’ignoto. Nel romanzo e nella realtà, tendiamo ad alzare le mani e ad arrovellarci fino a impazzire se non troviamo una risposta razionale a un problema, un mistero o un enigma. Tendiamo a fermarci lì, a non capire com'è possibile tutto ciò che non è razionale. Siamo aristotelici, però sappiamo anche perché l'hanno detto gli scienziati stessi, che noi vediamo soltanto varie cose della vita e della natura delle milioni esistenti. Avevo bisogno di qualcuno che potesse fare bene con la ragione e meglio anche confidando solo nella fede. Don Ermete è tutto questo.
L'avvicinamento che lei fa tra scienza e religione è una speranza o una necessità?
Nel caso specifico del romanzo è una necessità. E’ l'unico modo per rispondere all’assedio dell’ignoto simboleggiato dalla strage - ma sono tante le cose ignote della storia che stanno assediando il posto -, per rispondere è mettere insieme le forze per trovare, se non una soluzione, almeno una via d’uscita. Sarà pure una mezza soluzione come rovesciare il tavolo quando uno gioca d’azzardo ed ha pessime carte, però è pur sempre una soluzione.
Ma fuori dal romanzo?
Francamente, fuori dal romanzo non lo so. Non so e ci sono delle condizioni che rendano possibile uno sforzo, così profondo fra due persone, perché è solo grazie allo spirito di sacrificio che questi due personaggi riescono a sintonizzarsi l’uno con l’altra. Nella realtà questo non succede perché mai nulla è considerato talmente grave da suscitare questo sforzo. L’indifferenza crea invisibilità e dimenticanza delle tante atrocità che la realtà registra ogni giorno.
XY - Fandango, pag. 42419,50

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