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Natura, mistero sacro

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Camillo Bacchini

Questione di olfatto: un libro di Pardini lo si  riconosce subito. Davanti ai volumi di centinaia di  narratori d’oggi e di ieri,
lo si stanerebbe, dopo il primo periodo, con un sorriso beffardo. Lascia tracce. Indiscutibili. Come questo, «Il viaggio dell’orsa», di fresca edizione Fandango (euro 18), ancora intriso di terra, di pelo morbido d’animale; porta con sé i profumi del Tirreno e dell’aria tersa di montagna; del calore della brace da bivacco, del sudore della pelle. Sono 359 pagine di racconti in cui, come spesso nei suoi, animali e uomini ingaggiano l’eterna lotta per l’esistenza, nel teatro tragico e magnifico della Natura. Ma la Natura di Pardini, bella e tremenda, non è mitica. Ha accenti nostrani, anche quando mostra aperture esotiche; viceversa, è lontana anche quando è arroccata sull'Appennino: un cavallo, un mulo può essere fraterno a un cammello. Una pantera a un pastore maremmano. Perché la natura, in queste pagine, è una forza totale e invitta. Per Pardini la Natura non è, quindi, come si dice, quella della Garfagnana, in cui ambienta la maggior parte delle sue narrazioni, comprese molte di queste ultime. No, sarebbe una costrizione geografica, botanica e faunistica che la Natura di Pardini non conosce: la Natura, per Pardini, è una forza assoluta e globale che agisce nelle viscere degli esseri, e che Pardini, per nascita, ascendenza, vocazione, caparbietà e destino conosce bene perché vive, respira, attraversa, percorre soprattutto questo angolo dell’Italia appenninica, che quindi può narrare. La natura di Pardini, allora, è sempre quella del mondo, raccontata però da una particolare specola evolutiva e storica, quella della Garfagnana. Ha toni foschi, aperture di cielo, ma non è romantica. Ha grandi spazi, ma anche piccoli ricettacoli. Ha campi, vette, tuoni, fulmini, terremoti, deserti, ma anche sentieri, bacche e piccole macchie. Vi fa parte piena l’uomo, a turno antagonista e complice. Animali esotici, certo, ma scappati dalla gabbia. Orsi, lupi, ma al margine dei villaggi e delle città. Gufi, ma del ripopolamento. E poi muli, cani, gatti, e questi, del resto, solo apparentemente domestici. Non puoi addomesticare ciò che è stato fatto selvaggio. Cammelli placidi e ruminanti che d’improvviso si ribellano ad un torto subito un tempo. Negli occhi degli animali in cattività, l’istinto antico di libertà (nei quadri del Rinascimento gli animali simbolici hanno occhi umani. Come nei quadri del Dosso o di Lorenzo Lotto. Pardini toglie il simbolo, rimane l’umanità). Orsi: il Duca di Modena vuole che gente dell’Appennino gli porti un orso all’anno per i suoi giochi. Gente avvezza, che condivide parte della stessa natura dell’orso, atavica. Già: provaci tu a farlo. L’orso non è del Duca. Non è un beneficio, non fa parte del feudo. L’orso è parte di quella forza invitta. Strappa pure l’orsetto all’orsa madre. «L'orsa può giungere ovunque», come un rimorso, «specie nei nostri sogni». La sfida tra un cane da pastore e una pantera. Lupi, cacciatori, intorno. Piccioni viaggiatori. Vite da branco. Questi i personaggi, le trame. Leggendolo, brividi ancestrali. Latente, s'avverte un riposto senso del sacro, d’originaria innocenza. Anche nella catena alimentare. Anche nel groviglio delle colpe. Una religiosità che non è pagana; piuttosto, il respiro letargico d’un cristianesimo autentico. Nello sguardo profondo delle greggi, d’un cane da pastore, d’una mula; l’orsa nella sua tana col piccolo, nascosta come una vergine delle rocce. Qui non si scherza; gli ascendenti di Pardini, come antenati dal genuino patrimonio genetico, sono i tragici e l’epos antichi, uniti con legami materici al realismo antiretorico, tagliente e rapido del naturalismo francese. La scrittura, caratterizzata da vocaboli italici, radicati come bulbi nascosti nelle stratigrafie della terra - del linguaggio - e che affiorano qui e là nelle parlate appenniniche, imprime di umori il panorama letterario che di questi tempi si muove intorno, senza toccarlo o adagiarvisi, come fanno invece molti scrittori contemporanei: lo caratterizza, lo incide, lo vìola, lo popola di individui (animali e uomini) dal cuore che pulsa di passioni vermiglie. Come vermiglia è spesso la luna di Pardini. A leggerlo, ad ogni giro di pagina, c'è il rischio che un personaggio umano armato, o un animale, ne salti fuori d’improvviso, come in un pericoloso «Jumanji», privo però di fantasia giocosa, anche se carico ugualmente di fiaba. Vincenzo Pardini ha marcato il territorio già da tempo. Nato nel 1950, in un paese della Media Val di Serchio, autore di romanzi e racconti di gran successo o clandestini, vinse il Viareggio in un inverno freddo di qualche anno fa. Ora, in questo libro, ha tempo anche per una sorpresa, che il lettore di Pardini accoglie con un brivido: fa tornare un suo personaggio, Jodo Cartamigli, protagonista del romanzo omonimo dell’89, edito da Mondadori. Quello che ha ispirato un film di Giovanni Veronesi - «Il mio West». Quanto a Jodo, compare qui d’improvviso, nell’unico racconto western, «La pistolera», a sfidare una figura misteriosa, assassina armata di fucile mozzo, che semina il panico tra i villaggi yankee e gli accampamenti indiani. Jodo, il giustiziere vestito di bianco, coi suoi gesti d’automa, dall’indimenticato West metafisico di Pardini - ambiente in cui l’autore toglie i particolari, spoglia la scena, ingrandisce i personaggi e li lascia agire immobili come in una piazza assolata di De Chirico, o come in un fumetto - ritorna. Non si sa se sia stato Pardini a richiamarlo, o se Cartamigli si sia presentato di sua iniziativa, pirandellianamente. Chissà, magari sfidando Pardini stesso, si è imposto, dopo un breve scambio di occhiate da pistoleri (Pardini fa, o faceva, la guardia giurata e sa bene il suo mestiere), per dire che esiste, esiste ancora (per dirlo a lui e ai lettori) e che forse tornerà nei prossimi libri.
Il viaggio dell'orsa - Fandango, pag. 256 18,00
 

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