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Maglie straniere, tifosi italiani

Gli olandesi, i polacchi, gli inglesi che stregarono anche i nostri cuori

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Calcio e leggenda: i club, i giocatori, i miti degli anni Settanta e Ottanta


Bruce Grobbellar

Le immagini in bianco e nero si mescolano con i colori di queste maglie diventate leggendarie, le radio se la giocano con successo contro le tv e le figurine sono ancora tra i passatempi preferiti dai giovani. I computer e Internet sono fantascienza, le pay-tv qualcosa di astratto. Il fantacalcio era sul pannetto verde del Subbuteo. Le foto dei giocatori schierati sul campo mostrano baffoni, basettoni, magliette attillate e braghette skinny: moda dell'epoca. Anni, tra i Settanta e gli Ottanta, in cui i tifosi di casa nostra hanno preso a cuore anche altri colori di squadre vincenti, sorpresa, simpatia o avvolte da un'aura leggendaria.


Impossibile non partire dal Brasile «messicano» del '70. Trovare un giocatore brocco (senza calare l'asso pigliatutto Pelé) lì in mezzo è impossibile. Diciamo che il più fortunato a trovarsi nel gruppo è stato Felix, i verdeoro hanno avuto di meglio tra i pali. E pensare che nella finalissima, per un'ora, gli azzurri di Valcareggi tennero testa a questi mostri. Senza Italia-Germania 4-3 e quei palpitanti supplementari, forse le cose sarebbero andate diversamente.



Il Brasile del '70 era fantasia allo stato puro, spettacolo e divertimento. Perdere con i marziani non ci fece incavolare più di tanto. Mostri erano anche i brasileiros dell'82, meno futebol bailado di Jairzinho & co. ma la stessa mentalità offensiva e tanta presunzione: sulla loro strada incontrarono Pablito e Bearzot. Il resto è il nostro terzo mondiale. Che rivincita!
Domenica 23 giugno 1974, l'Italia fa la conoscenza (con eliminazione) della semisconosciuta Polonia. Quella che, però, diventerà la Polonia più forte di sempre: fisico, fatica e anche piedi buoni. Dal portiere Tomaszewski all'esordiente Zmuda e il regista Deyna (per molti il miglior giocatore di quel mondiale: venne cercato dalle potenze calcistiche dell'epoca, ma essendo un ufficiale dell'esercito non poté lasciare la Polonia fino al '78). Con loro due giovani che fecero strada: Szarmach e Lato. Vinsero un'Olimpiade e in Germania arrivarono terzi. Solo otto anni dopo – e torniamo alle magie spagnole – i biancorossi bissarono il bronzo (dopo aver incontrato due volte gli azzurri, una in semifinale): era la Polonia di Zibì Boniek e, ancora, di Lato, Szarmach e Zmuda. Al primo turno ci diede molto da fare.


Il '74 fu anche l'apogeo del «calcio totale» profetizzato dall'Olanda: atletismo e interscambio nei ruoli. Da tempo l'Ajax (e il Feyenoord) imperversava in Europa. In molti sgranarono gli occhi nel vedere il portiere (Jongbloed) fare anche il difensore.
La ciliegina sulla torta la classe dei due Johan: Neeskens e sua maestà Cruijff. Disinvoltura a trecentosessanta gradi, dentro e fuori dal campo: in Germania i giocatori andarono in ritiro con le mogli e le fidanzate.
Gli orange vennero beffati in finale dai padroni di casa della Germania (più avveduti nel gioco). La beffa mondiale bis fu servita quattro anni dopo sempre dai padroni di casa, gli argentini premaradona (più protetti). Nel calcio esistono tante fiabe. Nottingham (città poco più grande di Parma), oltre all'infallibile arciere che rubava ai ricchi per donare ai poveri, ne ha prodotta un'altra. Nel 1976 il Nottingham Forest è in Second Division (la Serie B inglese): a fine campionato arriva terzo e passa in First Division. Tifosi in festa.



Ma il bello deve ancora venire. E che festa: l'anno dopo i «Garibaldi» (colore della maglia scelto in onore dell'Eroe dei Due Mondi) vincono lo scudetto. Big party, ma c'è molto di più: l'anno dopo il Forest è sul tetto d'Europa. Finito? No, il bis con la Coppa dei Campioni è servito a Madrid l'anno dopo ancora, il 28 maggio dell'80: a farne le spese l'Amburgo (sì, quello di Magath: suo il gol che fece fuori la Juve nella finale della Coppa nel 1983 ad Atene). Indiscusso alfiere dei Reds (oltre a giocatori come Shilton, Francis, Anderson, O'Neill e i tre scozzesi Robertson, Gemmil e Burns) era l'allenatore (uno dei migliori di sempre): Brian Clough. Un vero caratteraccio il suo, ma che allenatore: pure con il Derby County venne promosso in First Division per poi vincere il titolo inglese in un paio d'anni.

Sua la frase «I will not talk to any cheating bastards!» (Non voglio parlare con nessun bastardo impostore) rivolta ai giornalisti italiani dopo una discussa semifinale contro la Juventus, accusata dal tecnico e dal suo vice (un altro grande del calcio inglese, Peter Taylor) di aver aggiustato con l'arbitro la partita.
I Reds per eccellenza, però, sono quelli di «You'll never walk alone», il Liverpool. Gli anni monstre sono quelli dal '77 all'84. Otto anni d'oro in cui, cresciuti sotto Shankly, sono esplosi guidati da Paisley prima e Fagan poi. Quattro Coppe dei Campioni vinte con un ampio turnover di giocatori della rosa. Un ciclo formidabile e irripetibile con gente del calibro di Keegan, Mc Dermott, Lee, Whelan, Souness, Neal, Grobbelaar o Rush (A Torino non lo rimpiangono).

1980 final highlights: Nottingham Forest 1-0 Hamburg - VIDEO

Nottingham Forest-Malmo 1-0 - VIDEO

La «coppa con le orecchie» l'hanno alzata a Roma, proprio nella terribile notte (per i tifosi di sponda giallorossa) dell'Olimpico, il 30 maggio '84: fatali i rigori. Liverpool, tanta simpatia raccolta in otto anni distrutta, con il sangue, dai suoi tifosi. Il 29 maggio dell'85 imparammo terribilmente bene il termine «hooligan», nel settore Z dell'Heysel scoppia la follia e la bestialità: 39 morti. E' la finale di Coppa contro la Juve.
L'ultima squadra di questa macchina del tempo calcistica è quella che cantano gli 883 cantano, «gli anni d'oro del grande Real», affiancandola a Happy Days e ai jeans Roy Rogers. In realtà in Europa quel Real Madrid vinse «solo» due coppe Uefa consecutive (in Spagna vinse però tutto) nell'85 e nell'86, ma il fascino del Buitre (Butragueño) e di quei merengues nel nostro Paese fu enorme e carismatico: ci vollero Sacchi e il suo Milan a riportarli sulla terra.

FEBBRE A '75 Credevo fosse amore, invece era il QPR




di Francesco Monaco

Londra, agosto 1975. Per un 17enne in vacanza studio che amava il rock e il calcio inglese, praticamente il Paese dei Balocchi. Il Festival di Reading è a mezz'ora di treno: un grande prato verde, tende sparse ovunque, odore d'incenso (o qualcos'altro) e musica da sballo, dall'immacolato John McLaughlin agli emergenti Supertramp, che si portano sul palco la sdraio e l'ombrellone della copertina di «Crisis? What crisis?». Headliner sono gli Yes, ma si fanno desiderare troppo e quando attaccano «Starship trooper» vien giù il diluvio. Poco male: all'indomani inizia la Premier, si tratta solo di scegliere in quale stadio andare. Sulle prime è allarme rosso: Arsenal e Tottenham giocano in trasferta, il Chelsea è in B. Che fare? «Guarda che il Liverpool oggi gioca a Londra, in casa del QPR». Queen's Park Rangers, chi sono costoro? Sono una provinciale dentro la metropoli, hanno la stessa maglia della Pro Patria e manco giocano a Queen's Park: la fermata più vicina della metro è Shepherd's Bush. Poi basta seguire la folla fino a Loftus Road. Anche quella venuta da Liverpool, naturalmente, che pianta i suoi striscioni nella curva ospiti. L'altoparlante spara «That's the way (I like it») di KC & the Sunshine Band, le squadre entrano in campo: c'è Keegan, c'è Heighway, c'è Phil Neal. Wow. E nella Pro Patria chi gioca? Boh. Ma i «Reds» non la vedono mai e il Qpr neopromosso vince 2-0. Hai capito questi hoops (vuol dire strisce orizzontali, scoperta di 30 anni dopo...)? Quell'anno lì arrivarono secondi, proprio dietro il Liverpool che si riprese ben presto da quella sconfitta alla prima giornata e vinse l'ennesimo scudetto. Ma intanto era scoppiato l'amore per quella squadra sconosciuta, che da allora non ha mai vinto niente (forse una Coppa del Latte) e adesso è di nuovo in Serie B. E a Reading ci va in trasferta.

L'AVVENTURA CHIAMATA COSMOS
Il New York Cosmos venne fondato nel 1970, l'obiettivo era quello di trapiantare il «soccer» nella cultura sportiva americana. In maglia bianca sfilarono stelle come Pelé, Beckenbauer, Carlos Alberto, Chinaglia, Bogicevic.




I «PANZER» DEL BAYERN
Tre coppe dei campioni negli anni Settanta, scudetti a raffica e uomini simbolo entrati nella leggenda: il Bayern Monaco segno un'epoca grazie alle prodezze di Gerd Muller, Franz Beckenbauer, Sepp Mayer e tanti altri campioni.



I VERDI DEL SAINT-ÉTIENNE
Il Saint-Étienne era la squadra francese più famosa all'estero quando il calcio transalpino non vinceva nulla o quasi. Vi militò anche Michel Platini. Nel '76 raggiunse la finale di Coppa Campioni, persa contro il Bayern.

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