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Un uomo contro il Führer

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di Francesco Mannoni

"A me piacciono i dettagli, non le grandi visioni". Potrebbe essere in questa affermazione la ragione che ha appassionato il poeta, filosofo, saggista, giornalista, matematico e narratore tedesco Hans Magnus Enzensberger, alla vicenda storica e umana del generale Kurt von Hammerstein - Equord. Il discusso personaggio al quale l’eclettico scrittore ha dedicato il suo ultimo libro a metà strada tra il romanzo e il saggio, «Hammerstein o dell'ostinazione» (Einaudi, pagine 279, euro 20,00), aveva fatto una brillante carriera nella Repubblica di Weimar fino a diventare nel 1930 capo di Stato Maggiore dell’esercito tedesco. In un incontro con Hitler intuì le mire folli del Führer, e un anno dopo si dimise diventando in gran segreto il punto di riferimento della resistenza anti-hitleriana. «Ho studiato Hammerstein solo dopo la caduta dell’Unione Sovietica - spiega Enzensberger, considerato in patria una sorta di coscienza della nuova Germania - quando hanno aperto gli archivi staliniani. Lui era un carattere atipico rispetto all’ambiente in cui era vissuto, e dal punto di vista intellettuale fu un analitico, non un sentimentale, non un uomo di grandi passioni: era una persona fredda. Già nel '33 vide che Hitler avrebbe portato la Germania alla rovina, e dieci anni prima dei suoi compatrioti immaginò quale tragedia sarebbe stata una guerra contro la Russia. Si tirò indietro perché capì che la situazione generale era pericolosa».

Un uomo intelligente o solo prudente? «Era un mito della Repubblica di Weimar che si basava sulla cultura, sui grandi talenti e su una vita estremamente dinamica. Ma nonostante gli anni d’oro che ne caratterizzarono l’ascesa, la Repubblica era nata male sin dall’inizio, e fu sempre instabile, minacciata da una precarietà che la maggior parte della popolazione recepiva come una menzogna. Personalmente sono contento di non aver vissuto nella Repubblica di Weimar».
Perché? «Soprattutto per i problemi economici, per le umiliazioni subite, per i leader della classe politica che volevano si continuasse con il vecchio schema autocratico. Militari e politici non erano d’accordo con la rivoluzione del '18 e del '19, e non hanno accettato mai certi cambiamenti, tanto che la Giustizia operò sempre con una mentalità di destra. E il signor Hitler si è potuto impadronire facilmente di un Paese psicologicamente minato dai rancori».
Perché, secondo lei, Hammerstein non ha cercato subito di rovesciare Hitler? «A posteriori si potrebbe criticare Hammerstein per non aver cercato subito di eliminare Hitler, ma credo che lui avesse la chiara e giusta percezione di una questione importantissima: nel 1933, un’azione di forza avrebbe significato mettere una parte dell’esercito tedesco contro l’altra, scatenando una guerra civile. Un rischio enorme che una persona come lui non poteva sopportare».
Anche conoscendo bene le intenzioni di Hitler? «Tutti in Germania conoscevano le intenzioni di Hitler. In “Mein Kampf” aveva scritto nero su bianco quello che voleva fare. Ma non lo presero sul serio. Anche più avanti i tedeschi, preferivano non sapere».
La moglie e i figli di Hammerstein che ruolo ebbero nella sua vicenda? «In questa vicenda le donne, specialmente la moglie del generale e due figlie, sono figure fuori dal comune. Le due ragazze avevano dei fidanzati non solo ebrei ma anche comunisti, agenti del Komintern, i servizi segreti sovietici, e hanno passato molto materiale segreto tedesco a Mosca».
Il padre sapeva dell’attività delle figlie e dei loro fidanzati? «Non si può provare, ma si presume di sì. Semmai bisogna chiedersi per quale motivo ha permesso che le figlie fossero in combutta con due ebrei comunisti affiliati ai servizi segreti di Mosca».
Lui, persona intelligente, perché dimenticava sulla scrivania documenti importanti che le figlie potevano visionare, ricopiare o fotografare per passarli al nemico? «La mia è un’ipotesi, ma credo fosse consapevole di quello che facevano le figlie, belle e avventuriere come novelle Mata Hari»
 Quali sono i grandi cambiamenti cui ha assistito in Germania e qual è quello che invece si augura? «Sono scettico per quel che riguarda le facili teorizzazioni senza basi solide di conoscenza scientifica. Il passato è fatto di cose che non si dimenticano e io che ho vissuto la dittatura e la guerra, so che in una situazione di emergenza tutto è cambiamento. Anche su questo improbabile periodo di pace e di benessere ci sarebbe molto da dire, ma non è colpa di nessuno se le nuove generazioni non si interessano a nulla. La spiegazione è che non avendo vissuto grandi crisi sono come assenti, appartengono a un’altra formazione mentale».
Il clima di un altro suo libro, «Il perdente radicale», ovvero la frustrazione dopo Versailles che condusse a Hitler, e il rancore che genera la sconfitta, ha qualche analogia con i nostri giorni? «Ci sono analogie anche oggi, e dappertutto. Bisogna comunque analizzare sempre caso per caso. Fin quando c'è un benessere generalizzato, l’informe classe media si adagia e muore nelle sue stesse stratificazioni. In caso di una caduta economica forte e di lungo termine le cose cambiano, ma non si parla più della lotta di classe, o se ne parla di meno perché il comunismo ha esaurito la sua funzione. Marx non fu mai politicamente corretto. Parlava male dei lavoratori, degli ebrei, dei propri compagni, di tutti. Una volta ho fatto un elenco delle invettive di Marx tratte dalla sua corrispondenza: un genio della maledizione. Inventava e diceva delle bestemmie incredibili».

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