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Sulle orme di Parma longobarda

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Claudio Azzara

“Parma medievale. Poteri e istituzioni", terzo volume dell’opera editoriale Storia di Parma, edita da Monte Università Parma Editore, illustra la storia della nostra città a partire dal periodo dell’alto Medioevo, analizzando le dinamiche del potere laico e temporale, i conflitti e le situazioni belligeranti tra centro urbanizzato e territorio agreste, i profili dei personaggi che hanno contribuito allo sviluppo della città, dai vescovi alle famiglie signorili. Il saggio di Claudio Azzara, di cui pubblichiamo a seguire un contributo, si intitola "Parma longobarda".

 

È di questi giorni la notizia che è stato accolto tra i luoghi patrimonio dell’umanità dell’Unesco il sito seriale Italia Langobardorum, vale a dire una sequela di luoghi distribuiti lungo la nostra penisola (Cividale del Friuli, Brescia, Castelseprio, Benevento, Monte Sant'Angelo) che conservano le principali tracce monumentali della presenza dei Longobardi. Questa stirpe, migrata dalla Pannonia in Italia nel 568/569, capace di costruire un regno durato due secoli nel centro-nord e un principato nel sud che sopravvisse addirittura fino al secolo XI, fusasi alla lunga con la popolazione locale, viene così definitivamente recuperata alla nostra storia nazionale quale una delle molteplici e multiformi componenti della ricca identità italiana, dopo essere stata invece a lungo rifiutata (soprattutto nell’Ottocento e nel primo Novecento) quale oscura parentesi di occupazione straniera, incapace di contribuire in alcun modo allo sviluppo della vicenda patria.
Tra le città che fecero parte del regno longobardo, infine conquistato da Carlo Magno nel 774, vi fu anche Parma, la quale in quel contesto ebbe un ruolo -per quanto è possibile ricostruire- niente affatto marginale, soprattutto per la sua posizione di presidio della cruciale frontiera con i territori dell’esarcato bizantino di Ravenna. Dalle poche fonti a noi giunte da quel periodo (oltre a quelle scritte particolarmente preziose sono le testimonianze archeologiche) sappiamo che l’antica città romana di Parma, con tutto il territorio che da essa dipendeva e analogamente a quanto accadde alle vicine Modena, Reggio e Piacenza, fu conquistata dai longobardi già negli anni Settanta/Ottanta del VI secolo. Se nei confusi momenti della prima occupazione dell’Emilia il duca longobardo preposto a reggere Parma si dimostrò pronto ad accordarsi con l’esarca di Ravenna contro la sua stessa tribù, dietro il pagamento di un soldo (una condotta allora tutt'altro che infrequente tra i capi barbari), è certo che attorno al 601/602 il re dei longobardi Agilulfo aveva definitivamente ripreso il controllo della città.
Proprio all’età di Agilulfo si riferisce una delle rarissime testimonianze scritte su Parma longobarda, tramandata dalla celebre “Historia Langobardorum” di Paolo Diacono, il quale narra come attorno al 601 i bizantini dell’Esarcato, con un fortunato colpo di mano, avessero catturato una figlia dello stesso Agilulfo, di cui non viene riferito il nome, e suo marito Godescalco, l’ufficiale preposto al comando di Parma (non si sa se con il titolo di duca o di gastaldo). La coppia era stata trascinata a Ravenna per essere liberata solo due anni dopo, al termine di un lungo negoziato; la sventurata principessa era comunque morta di parto poco tempo dopo essere rientrata nella propria sede.
Se le fonti narrative offrono solo informazioni occasionali di questo genere, e non molto di più si ricava dagli sporadici documenti conservati nel Codice Diplomatico Longobardo, qualche notizia in più su Parma e il suo territorio all’epoca dei longobardi è garantita dalla ricerca archeologica. Già più di trent'anni fa a Collecchio venne rinvenuta una vasta necropoli, databile al VII secolo, indice di un cospicuo insediamento longobardo lungo il Taro. Nella fascia appenninica fra Parma e Piacenza, attraverso la Val di Taro e la Val Stirone, si sono trovate le tracce di una linea di castelli che dovevano proteggere gli itinerari tra i centri longobardi dell’Emilia e quelli della Toscana.
Un’origine longobarda è stata ipotizzata anche per il castello di Bardi e per Rocca Varsi, posti a protezione della Val Ceno, e per il Castrum Firmum Arquatense, cioè Castell'Arquato, che sbarrava l’accesso alla Valle dell’Arda. Presenze longobarde sono attestate, inoltre, pure lungo la strada per la Cisa, lungo un percorso, noto come via del Monte Bardone, usato dai pellegrini che dalle regioni dell’Europa continentale si recavano a Roma, e che sarebbe in seguito divenuto famoso con il nome di via Francigena. Simili scelte insediative fanno capire come in questa regione lo scrupolo principale dei longobardi fosse quello di controllare i vitali collegamenti transappenninici, tutelandoli dalla sempre latente minaccia rappresentata dai bizantini, i quali, a loro volta, si preoccupavano di garantirsi un corridoio attraverso i monti che raccordasse Ravenna a Roma.  
Per quanto concerne il centro urbano di Parma, rimane difficilissimo ricostruirne la reale fisionomia sotto i longobardi. È probabile che costoro abbiano sfruttato in partenza l’antico impianto cittadino romano, ma solo in via ipotetica si può immaginare che un polo di attrazione per il loro insediamento sia stato costituito dal vecchio anfiteatro, la cui ingente mole, fortificata, poteva ben rappresentare un valido nucleo di presidio dei quartieri circostanti. In questa zona sono state ritrovate alcune delle sepolture longobarde più antiche, come quella di palazzo Sanvitale e quella, femminile, di Borgo della Posta, dotata di un corredo assai prezioso. Altre tombe, datate entro la metà del secolo VII, sono emerse a nord dell’antico foro, nell’area dell’odierno Borgo Angelo Mazza e presso l’attuale palazzo del Tribunale.   Dati del genere, per quanto frammentari, hanno indotto gli studiosi a ritenere che la presenza longobarda si sia comunque distribuita ben presto per tutto lo spazio urbano interno alla cinta muraria tardo romana, uno spazio che nel tempo doveva aver subito profonde trasformazioni.
 La collocazione di alcune tombe longobarde all’interno di carreggiate stradali di epoca anteriore dimostra che queste evidentemente erano cadute in disuso, come per la sepoltura rinvenuta nel 2000 in via Garibaldi, vicino al Palazzo della Riserva. L’Oltretorrente, densamente abitato in epoca romana, sulla scorta di recenti indagini archeologiche sembra invece esser stato abbandonato nell’alto medioevo, con una riduzione della stessa via Emilia nel tratto che lo attraversava. Alcune necropoli sono venute alla luce nell’immediata periferia cittadina, lungo le strade che da Parma portavano a località quali Traversetolo e Vicofertile, oltre che in direzione dell’importante Luni.  
La scarsità dei materiali sin qui rinvenuti nel complesso e il carattere forzatamente occasionale degli scavi (è evidente che è impossibile condurre campagne archeologiche organiche all’interno di un qualsiasi centro urbano moderno) lasciano dunque molti vuoti, in maniera inevitabile, nella nostra conoscenza dell’autentica fisionomia della Parma longobarda, come accade del resto anche altrove. Tuttavia, una paziente ricomposizione dei dati che progressivamente emergono dalla ricerca storica e archeologica (pur avversata oggi anche dalla scarsità dei finanziamenti) è l’unico mezzo che può consentire di recuperare, seppur per squarci, un tratto remoto ma non trascurabile dello sviluppo storico di questa città.

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