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Il racconto - Vigne superstiti tra auto e cemento

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di Francesca Avanzini

Quante vigne sono rimaste in città? Quanti alberi da frutto? Chi non ha del tutto reciso il vincolo con la terra e raccoglie pomodori e patate cresciuti nel fazzoletto intorno a casa? In via Buffolara colpisce come un’incongruenza una vigna, addossata da una parte al terrapieno della ferrovia e dall’altra al traffico stradale e alle fitte palazzine.
Un reperto di campagna in città, l’inclusione nell’ambra di un insetto antico o la bizzarria di un amante del vino?  «Lambrusco e Trebbiano. L’ho piantata 40 anni fa, è nata insieme alla casa», spiega il signor Eliseo dagli intensi occhi azzurri e il viso segnato da una vita all’aria aperta:  «Più che altro per non avere erbacce». Si capisce cosa intende: precede la vigna un folto inestricabile di rovi: «L'anno scorso abbiamo avuto un buon raccolto, ma quest’anno è piovuto troppo poco». I grappoli appaiono infatti magri, le foglie rinsecchite.

«E se non piove non ci fidiamo neanche a mangiarla -  aggiunge la moglie -. Ha sopra una specie di pellicola unta che non viene via neanche a lavarla». I gas delle macchine, forse, o le fabbriche che scaricano di là dalla ferrovia. «Lo scriva, lo scriva, che ci siamo ammalati in tre. Chissà se è per quello..».  Eppure la vigna appare bella, ordinata: «Divento vecchio, sono stato malato, non ho più molta voglia di curarla. Bisogna diserbare, dare il verderame: c'è troppo lavoro».
Da tutt'altra parte della città, ai confini, da un lato, con un’autofficina e villette di cemento, c'è il podere della signora Massimina. Si oltrepassa un cancello di ferro ed è come in quei film dove i protagonisti aprono la porta su un altro mondo. Persino la luce è diversa, più larga, dorata.
Per l’erba secca passeggia un branco di tacchini dalle geometrie grigio-nere e i bargigli rossi. «Sa briga ammazzarli dopo che li si è visti crescere. Come si fa?».

Gli occhi dorati scintillano dolci e intelligenti sotto il cappello di paglia. La signora cura anche il vecchio cane Bill dalla faccia buona e una mezza dozzina di gatti. È sempre più Walt Disney, nel senso migliore del termine. «Vede quei gelsi? - indica gli alberi che delimitano i cinque filari di Fortana e Lambrusco - Erano già grossi quando c'era mia madre. Avranno duecento anni. E da cento la mia famiglia è qui. Curo la vigna personalmente, è il mio mestiere, poi porto l’uva all’Enopolio perché non si può più fare il vino in casa. Quest’anno è tutto secco, però. Una volta si prendeva l’acqua dalla Botte del Marlo, un condotto che veniva da Vicofertile. Adesso hanno costruito qui e là e l’acqua è scomparsa». Certo fa impressione pensare che il podere confina a ovest con un’agenzia per gli scavi petroliferi, oltre la quale si intravedono la Polizia e i Vigili del Fuoco, e a sud con l’ala nuova del cimitero. «È grazie al cimitero che il podere è rimasto, perché occorrono almeno 160 metri tra le tombe e le costruzioni».
E chissà se i morti saranno contenti o invidiosi di vegliare su qualcosa di tanto vitale come il vino.
Stessa sensazione di aprire una porta su un mondo di favola in via San Bruno, periferia est, dove i cancelli di una casa cittadina si spalancano su un immenso orto coltivato in questa stagione a pomodori, finocchi, erbette, radicchi. Il signor Villani - che non è il proprietario del terreno - lo coltiva per passione della terra e perché non riesce a stare in ozio, dopo 38 anni passati nel suo negozio di frutta e verdura: «Sono più le spese che le entrate, e tantissimi gli amici e i conoscenti sommersi di prodotti.

Qui tutto è naturale, usiamo concime di cavallo e un po' di stallatico. Il segreto è l’irrigazione goccia a goccia che penetra nelle radici e non brucia le foglie. Una volta c'era il canale Quarta, che passava dove c'è l’Esselunga. Ma noi per fortuna abbiamo il pozzo».
 Occhi azzurri intensi anche per il signor Villani; tutte queste persone che coltivano la terra sembrano sciamani depositari di residui segreti: «È la rugiada che tira su la roba...» rivela. Altre vigne, bersò di osterie o di vecchi circoli e ritrovi, sono scomparsi. Ne sopravvivono alcune nei giardini d’Oltretorrente e delle prime periferie insieme a meli, susini, ciliegi o cachi. Molti i nespoli giapponesi e i fichi. A indicare un tenue legame con le fonti dell’alimentazione. A far sì che i bambini non credano che i frutti vengano da chissà dove già incellofanati e in confezioni da sei.

(L'articolo è stato pubblicato dalla Gazzetta di Parma domenica 28 settembre 2008)

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