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La rivolta dei coscritti nel Parmense

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Da un singolare personaggio vissuto dal 1763 al 1842, Giuseppe Calzolari «l’Ajutante di Gojano» (autore di un diario montanaro di inizio Ottocento pubblicato dal Centro Studi della Val Baganza nel 1999) ci pervengono significative note sull'invasione francese invano contrastata dagli austriaci e sulle ripercussioni nell’ex Ducato di Parma e Piacenza con l’avvento al potere di Napoleone. Esse documentano il disgusto che nella gente comune devono aver provocato le imprese francesi con il loro strascico di saccheggi, incendi e fucilazioni di ritorsioni e di confische, palese prova dell’ipocrisia che si celava dietro gli enfatici slogan come «liberté - egalitè - fraternité»» ed i folkloristici impianti dell’«albero della libertà».
Annoterà il Calzolari sul suo diario: «1799: I tedeschi passano di qui da Terenzo a grandi frotte per andare a Pontremoli dove era piantato l’albero della libertà difeso dalla medesima nazione francese. I tedeschi hanno dato l’attacco alli picchetti che erano alla Cisa e a Montelungo e gli hanno preso due cannoni attenduti dai francesi alla Piana di Badalucco senza perdita dei tedeschi e poca perdita dei francesi: morti circa quattordici ed altri fuggiti e ventisette prigionieri. Sono entrati in Pontremoli li dodici maggio 1799 ed hanno bruciato il maledetto albero della libertà. Passano di qui da Terenzo molti prigionieri pontremolesi, preti e frati, scortati e condotti al Castello di Parma. Ai ventisette maggio poi i francesi sono entrati in Pontremoli ed hanno saccheggiato; ed i tedeschi sono fuggiti a Parma».
Calzolari parla quindi della battaglia sul fiume Trebbia (18 e 19 giugno) vinta dalla coalizione russo-austriaca comandata dal generale Suvorov contro l’esercito francese schierato dal generale Mac Donald ed aggiunge: «ripassano di qui per Pontremoli molti francesi con molta paura e facendo molti danni. L’arciprete di Bardone restò come saccheggiato dai francesi, ed altre famiglie ancora. I tedeschi dopo otto o nove giorni gli hanno inseguiti fino a Genova».
In un breve lasso di tempo Napoleone spadroneggia in Italia dove si è soliti applaudire sempre il vincitore di turno. Attratti inizialmente dalle lusinghe e ancor di più da un forse ancor immaturo anelito patriottico diversi ceti sociali sono sedotti dal canto di false sirene ma presto si ricredono. Citiamo Ugo Foscolo che offre la propria spada al Bonaparte sui campi di battaglia di Cento, della Trebbia, di Novi e a Genova (ferito due volte) e che poi deluso lo abbandona consegnandoci l’impareggiabile e splendida ode dei «Sepolcri». Altri hanno il coraggio iniziale del rifiuto, come ad esempio in ambito locale il capitano Giovanni Grossardi di Varano Melegari che non esita a «piegar la sua spada» rifiutando l’arruolamento nelle file napoleoniche; sarà patriota poi di spicco nei moti carbonari del 1821 e 1831 e ancora nel 1848.
Napoleone per sostenere il suo forsennato disegno di porre la Francia al di sopra di tutte le potenze europee termina una campagna bellica e subito ne inizia un’altra; ha quindi fame di soldati da mandare al macello per aver sempre disponibile un esercito numeroso e ben equipaggiato. Basti considerare che nel periodo 1812-1813 a difendere l’impero è una delle più possenti armate di quei tempi, forte di ben 700.000 uomini sempre reclutati applicando rigorosamente i decreti e le leggi sulle «conscriptions militaire» e sui «recrutemens» emanate in ogni stato assoggettato all’impero. Dal 1798 al 1804 di questi decreti se ne contano ben dieci, ai quali si aggiungono quelli del periodo 1805-1813 imposti con maggiori pene e severissimi controlli in quanto l’arruolamento militare per la prima volta diventa obbligatorio.
Ma non tutto viene tenuto sotto controllo poiché già dalla fine del Settecento si verificano in molte parti d’Europa insorgenze: in Svizzera (1797-1799), nei Paesi Bassi (1798), poi in Spagna e Portogallo (1808): ribellioni antirivoluzionarie ed antigiacobine contro chi pretende di imporre sulla punta delle baionette la proprie idee. E mentre i francesi si atteggiano a «liberatori» piantando gli alberi delle libertà, bruciando i libri della nobiltà e distruggendo storiche insegne, gli insorti innalzano la Croce e al grido di Viva Maria sventolano le loro tradizionali bandiere. Sono insorgenze non di briganti o di facinorosi e che traggono la loro forza propulsiva dal popolo, umiliato e offeso, animato dal motto «pro aris rege et focus»; eventi che non si svolgono solo sui campi di battaglia ma nelle umili contrade di montagna dove esiste solo la politica della quotidiana lotta per la sopravvivenza e sui quali la storiografia tradizionale ha sorvolato per due secoli e solo ai nostri tempi, purtroppo molto in sordina, si comincia ad indagare. Vengono estese pure nel nostro ex Ducato le istituzioni delle «Maries» (Comuni) applicando le regole già ben oleate in Francia, ogni Maire viene dotato del «manuel alphabétique de maires, de leurs adjoints et des commissaires de police» in due corposi volumi. Nei Comuni diventa obbligatoria la tenuta dei registri delle nascite, dei matrimoni e delle morti, registri che permettono un assiduo e corretto controllo sulle leve per i reclutamenti militari. Ai dipartimenti, distretti e cantoni viene comunicato il numero dei giovani obbligati alle armi; sia per l’esercito attivo che in riserva o in deposito. Tutti i coscritti, accompagnati dal proprio Maire o in sua assenza dell’adjoint, sono sottoposti alle apposite commissioni medico-militari; prima di essere visitati sulle qualità fisiche o infermità devono misurare la loro altezza mediante un’asta posta a metri 1,544 e giudicati, «incapable à cause de sa taille, de soutenir les fatique de la guerre» o «bon par la taille». Si procede poi all’estrazione a sorte di una scheda depositata nell’urna, poichè nell’urna sono poste schede con scritto su ognuna i numeri progressivi dal nunero 1  al numero complessivo dei coscritti chiamati a concorrere alla designazione. A titolo d’esempio se al dipartimento sono assegnati 30 arruolamenti per la lista di effettivi, vengono dichiarati partenti i numeri estratti dal n° 1 al n° 30.
Per loro non c'è scampo ad eccezione di qualche «arrangiamento» richiesto però prima della visita militare o di qualche «cambio» che favorisce quasi sempre le famiglie benestanti. Per la gente delle nostre montagne, le coscrizioni oltre a causare alle famiglie un notevole danno in quanto private di braccia indispensabili nei lavori dei campi, rappresentano anche una ferita per gli affetti più cari e per la paura di non vederli più ritornare. Si consideri che solo nel dipartimento del Taro, tra il 1805 e il 1814 i morti in battaglia furono ben 2415, come risulta da un inventario consultabile a Parma presso l’Archivio di Stato. Inoltre le continue requisizioni di bovini ed equini, le confische d’opere d’arte e di molti beni ecclesiastici, le numerose tassazioni (l’imposta prediale, l’imposta personale, l’imposta di patente, la tassa denominata «porte e finestre» icasticamente definita «tassa sull'aria», l'«octroi» e quella «des halles et des marchés») fortificano nel popolo la speranza di una ancor possibile ristaurazione degli antichi regimi. Nell’ex Ducato si verificano infatti - come vedremo in un altro articolo - diverse diserzioni già sotto la prefettura di Eugenio Nardon e che imporranno successivamente sotto la prefettura di Dupont Delporte di usare il pugno di ferro stabilendo l’invio di «colonne mobili» nei comuni dove si riscontrano, piazzando anche quattro «garnisaires», cioè soldati alloggiati e spesati in casa della famiglia del disertore per indurlo a costituirsi - se il disertore ha famiglia o parenti non in grado di mantenere il contingente le spese sono a carico degli abitanti del comune.
ENZO BOVAJA
 

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