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L'ascesa della Chiesa di Parma

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 La chiesa di Parma nei secoli VIII-X «Parma medievale. Poteri e istituzioni», terzo volume dell’opera editoriale Storia di Parma, edita da Monte Università Parma Editore, illustra la storia della nostra città a partire dal periodo dell’alto Medioevo, analizzando le dinamiche del potere laico e temporale, i conflitti e le situazioni bellicose tra centro urbanizzato e territorio agreste, i profili dei personaggi che hanno contribuito allo sviluppo della città, dai vescovi alle famiglie signorili. Il saggio di Maria Pia Alberzoni, di cui pubblichiamo a seguire un contributo, si intitola «La chiesa cittadina, i monasteri e gli ordini mendicanti».

   La storia della Chiesa di Parma in età medievale presenta molteplici motivi di interesse: per le sue peculiarità e per il ruolo giocato nei quadri generali della Chiesa, del regno italico e dell’Impero. Finora essa risulta indagata perlopiù da storici ed eruditi locali, precisamente da padre Ireneo Affò nel XVII secolo, quindi nel XIX da Giovanni Maria Allodi e nel secolo scorso da Antonio Schiavi e Nestore Pelicelli. Mentre l’Affò, con solida erudizione e rigore metodologico, affrontò la storia cittadina nel suo insieme - riservando alla storia ecclesiastica un posto importante -, l’Allodi e il Pelicelli limitarono il loro interesse alla compilazione di una cronotassi episcopale e lo Schiavi si occupò soprattutto dell’organizzazione della diocesi. L’edizione dei documenti degli archivi parmensi dei secoli X-XII a opera di Giovanni Drei, unitamente a nuovi e importanti studi, consentono ora di rivisitare in diversi punti la storia della Chiesa di Parma.
E' parso opportuno prendere in considerazione le vicende della Chiesa cittadina nella prospettiva offerta dal profilo biografico dei vescovi, nei loro rapporti sia con la città e le sue istituzioni sia con i poteri universali, Papato e Impero. Questa scelta consente di stabilire un quadro istituzionale complessivo della chiesa parmense nel suo svolgimento cronologico, secondo una linea di continuità. Procedere per profili biografici consente di articolare la rigidità di un quadro esclusivamente istituzionale e di conoscere meglio i grandi processi storici, a partire dalle scelte operate da uno dei maggiori protagonisti sulla scena cittadina: il vescovo Wibodo.
  L’ascesa della Chiesa di Parma. Agli inizi dell’ascesa politica di Parma si colloca l’episcopato di Wibodo o Guibodo (860-895/896), uno degli esponenti di maggior rilievo dell’aristocrazia franca nella penisola italica, decisamente impegnato nelle vicende politiche del regno ed eminente anche per la rete di legami parentali e di acquisizioni patrimoniali intessuta a vantaggio dell’episcopio parmense. La figura di questo vescovo segnò profondamente gli inizi della storia della Chiesa di Parma. Egli fu un valido interlocutore degli imperatori Ludovico II e Carlo il Calvo, di Ludovico il Germanico e dei suoi figli Carlomanno e Carlo III, quindi di Guido e Lamberto di Spoleto e forse anche di Arnolfo. La sua fu una carriera che da sola basterebbe a giustificare la decisa crescita di importanza della Chiesa di Parma, non solo nel panorama politico del regno italico, ma anche nei confronti della Sede Apostolica. Probabilmente Wibodo, come il conte di Parma, apparteneva (o era vicino) al gruppo parentale dei Supponidi, una potente famiglia di origine franca presente in diverse località dell’Italia settentrionale: oltre che in ambito cittadino la sua azione si estese entro un ampio orizzonte, da Piacenza a Modena a Bologna e a Brescia, dove pure il lignaggio fu rappresentato dal vescovo Ardengo. Si tratta di un motivo che emerge con chiarezza nell’arenga di una lettera indirizzatagli da Giovanni VIII nel marzo dell’877, nella quale, oltre a protestare gratitudine per la devozione di Wibodo, il papa sembra quasi giustificarsi per non aver ancora richiesto l’aiuto del potente vescovo.
La biografia.  Per quanto riguarda la famiglia di Wibodo, dalle sue disposizioni testamentarie del luglio 892 sappiamo che aveva due fratelli, Rodolfo e Geroino, quest’ultimo sposato con Otta. Un posto particolare spettava a Vulgunda, sua consanguinea ed erede universale: ella è definita dal vescovo Deo dicata, in quanto, dopo la morte del marito, il duca Petrone di Bologna, si era fatta monaca. Wibodo era inoltre imparentato con il vescovo di Piacenza Everardo, che nel suo testamento (897) dispose lasciti per la salvezza dell’anima di Wibodo e di Vulgunda. Probabilmente Wibodo fu nominato alla sede parmense per volontà del sovrano o dei potentati locali. Egli era ben consapevole del rilievo della sua persona nel quadro politico della penisola italiana, fu sovente al seguito del sovrano e nell’860, tra Jesi e Camerino, assieme ad altri fedeli del re, partecipò a un placito. Papa Giovanni VIII chiese a Wibodo di compiere importanti ambascerie e legazioni presso gli imperatori e i sovrani, in un quadro politico complesso, giacché alla morte di Ludovico II e forse contro la sua tardiva designazione di Carlomanno come successore, il 25 dicembre 875 il pontefice aveva incoronato imperatore Carlo il Calvo, la cui morte nell’877 spianò la via a Carlomanno, il primogenito di Ludovico il Germanico. Questi scese in Italia nel medesimo anno e nell’occasione Wibodo svolse un ruolo di rilievo: fu uno dei più fedeli sostenitori italici di Carlomanno e fece parte del suo seguito, come testimonia un atto con cui il sovrano, per intercessione di Wibodo, riconosceva al vescovo Gherardo di Lucca il possesso di due chiese. 
A causa di una malattia Carlomanno rinunciò al regno e nell’879 designò a succedergli il fratello Carlo III il Grosso, che nell’881 cinse la corona imperiale. L'azione di Wibodo divenne ancora più incisiva soprattutto nel ruolo di intermediario con i re (e poi imperatori) Guido di Spoleto (889-894, imperatore dall’891) e suo figlio Lamberto. Wibodo fu assiduamente al seguito del re Guido: nell’aprile dell’890 era con lui a Piacenza, dove intercedette per una donazione a una chiesa, quindi lo accompagnò a Roma per l’incoronazione imperiale, e lì, assieme al marchese Anscario di Ivrea, si adoperò perché il sovrano, il 21 febbraio 891, confermasse i beni della moglie e imperatrice Ageltrude. A conferma della posizione rilevante del vescovo di Parma, Guido lo insignì del titolo di arcicappellano. Nel luglio dell’892 l’imperatore era a Parma ed effettuava una donazione su richiesta di Wibodo, questa volta definito "nostro consigliere". Quando poi Guido morì improvvisamente (849) non lontano da Parma, Wibodo volle che il suo corpo fosse seppellito nella Cattedrale, davanti all’altare intitolato a San Remigio.
Anche i rapporti con i vescovi di Roma appaiono intensi. Se già Adriano II nell’870 aveva affidato a una delegazione comprendente Wibodo il delicato compito di far desistere Carlo il Calvo dai disegni di usurpazione del regno del nipote Ludovico II, più intense furono le relazioni tra Wibodo e papa Giovanni VIII (872-882) che, nel novembre 876, con stima, lo raccomandava a Carlo il Calvo, invitando l’imperatore a riceverlo con affetto, nonostante il suo precedente appoggio alla causa di Carlomanno. Altre lettere di Giovanni VIII consentono di cogliere le occasioni nelle quali il pontefice cercò la collaborazione di Wibodo, inviandolo come suo rappresentante presso Carlo III. 
Meritano un cenno le espressioni di stima nella lettera con la quale nel mese di giugno dell’879 il papa chiedeva al presule di recarsi presso i sovrani Carlomanno e Carlo III, perché si impegnassero a recuperare i beni sottratti da Carlo il Calvo ad Angelberga: Poiché al di sopra di tutti i sacerdoti amati da Dio che si trovano in questa terra amiamo di affetto speciale te, figlio carissimo e fratello unanime, e per la grande devozione che tu dimostri a noi e alla Sede Apostolica, ti abbracciamo con tutto l’affetto della mente e perciò desideriamo [...] sostenerti sempre con l’autorità apostolica. 
Tra 887 e 888 Wibodo ottenne che un altro papa, Stefano V, concludesse a vantaggio dell’episcopato parmense un lungo contenzioso con la chiesa piacentina in merito ai beni di Monte Spilone. 
Con questo vescovo non solo la chiesa di Parma esce dalla zona d’ombra nella quale si era fino ad allora trovata, ma la stessa città acquista una sua centralità nel quadro politico ed ecclesiastico del regno.
MARIA PIA ALBERZONI

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