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Salmi e elzeviri dalla Romagna

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Giovanni Lugaresi

Incominciamo dalla «dedicatoria» che molto opportunamente l’autore riferisce a Walter Della Monica, perché è stato lui a stimolarlo sulla via della conoscenza (e quindi per la biografia) del prete scrittore tanto amato dai romagnoli. Ma anche perché dobbiamo (sempre) a Della Monica la raccolta e la pubblicazione degli scritti fuschiniani, prima con un editore locale quale Mario Lapucci del Girasole, poi con case di livello nazionale: da Rusconi a Marsilio. E proprio da Marsilio, ecco questo «Un prete e un cane in Paradiso» – sottotitolo ‘La vita di don Fuschini lo scrittore più amato di Romagna’ di Franco Gabici, appunto, che ripercorre passo passo la vita e l’opera di questo pretino (il diminutivo è di Marino Moretti che chiamava «i miei pretini» gli amici don Francesco e don Giovanni Zanella), il quale, dopo la vocazione al sacerdozio, coltivò quella per la letteratura.  E se è vero, come è vero, che lo spirito soffia dove vuole, ugualmente può fare la letteratura. Gabici lo evidenzia, scrivendo innanzitutto, e ovviamente, della infanzia di don Francesco (1914-2006), trascorsa in una povera famiglia di un povero territorio quale poteva essere quello di San Biagio d’Argenta (provincia di Ferrara, diocesi di Ravenna), in  gronda al Reno e alla valli. Era un ambiente di semplici, di umili, di povera gente dedita alla pesca (quella di frodo compresa) e alla caccia, fiocinini e cacciatori: pesce (anguille soprattutto), e doppiette, cani allevati da Giovanni, padre di Franceschino, mentre la mamma, Teresa, faceva la sarta - donna di poche parole, di occhi profondi, di sguardi severi che spesso però si aprivano a uno sconfinato, dolce sorriso. E quel mondo, quelle presenze, don Francesco avrebbe reso famosi nei suoi scritti, gli elzeviri di Terza Pagina del vecchio Resto del Carlino, quando su quella Terza Pagina medesima (oh, quanto rimpianta!) era dato leggere le firme di Prezzolini e Silone, Mauriac e Berto, Serantini e Maldini, Valgimigli e Angelini, Matteucci e Raimondi, Emery e Dessì, Zanelli e Goldoni, Comisso e Marabini, Comini e Romano, Maranini e Tosi, Vinciguera e Troisi. Una Terza Pagina che aveva avuto peraltro in passato firme come quelle di Carducci e Pascoli, Oriani e Missiroli,  Croce e Olindo Guerrini, Einaudi e Alvaro, Longo e Spallicci. Ma questa, come avrebbe detto Kipling, è un’altra storia. Torniamo al libro, per dire che il racconto della vita e dell’opera di questo straordinario prete si dipana con una felicità di immagini e una puntualità di resoconti degni del biografato. E’ un andamento quasi musicale, a volte, quello delle pagine di Gabici, fra valli, campagne, l’antica chiesa di Santa Maria in Porto Fuori, figure di preti e di uomini, di politici e di letterati, di ammiratori lontani e di amici. L’esistenza di don Fuschini, come l’autore ben documenta, non ebbe un momento di tregua, sino agli ultimi anni: quelli della vecchiaia e del silenzio, dei malanni e dell’assenza dal proscenio. Il prete e il letterato procedono sempre di pari passo, in questa avventura terrena ricca di fascino, ancorché svoltasi in estrema semplicità e con le caratteristiche insite nei tempi e nei luoghi: la lotta per la fede, che fu anche lotta politica, l’abbandono al richiamo della natura, di un ambiente prima vallivo, poi campestre, ricco di umori e colori, con, nell’ultima fase, il fedele cane Pirro, eredità paterna, ultimo della famiglia Fuschini a lasciare il pretino. Sacerdozio, cioè cura d’anime, «in partibus infidelium», cioè in un paese come Porto Fuori nel quale chi andava in chiesa si poteva contare sulle dita delle due mani; ma anche lotta sulle pagine dell’Argine, il settimanale diocesano, contro i nemici della fede, contro i persecutori della Chiesa, conservando peraltro sempre ben distinto l’errore dall’errante. Poi, letteratura, che prendeva le mosse dalla vita; gli elzeviri che profumavano come fiori di campo; le noterelle poetiche di ispirazione religiosa (primavera, Pasqua); infine, la critica, compresa quella del costume. Ma prima di tutto e di tutti, nella vicenda personale dell’uomo, del prete, del letterato, ecco emergere un elemento indiscutibile: la fedeltà alla Chiesa. Franco Gabici cita una pagina molto significative, nella sua bellezza formale, di Giuseppe Longo. Il «Paolo Tarso» delle Note sull’Osservatore Politico Letterario rievocava un tardo pomeriggio piovoso nella canonica di Porto Fuori, seduti alla semplice tavola del parroco. Noi c’eravamo, e sentimmo, nei vari conversari, quella frase «esplosiva», una sorta di deflagrazione, mentre fuori la pioggia batteva sempre più insistente e il cielo veniva percorso dai fulmini: «Io sono, prima di tutto, uomo della Chiesa»! E’ su questo aspetto, poi, alla fin fine, che Gabici pone l’accento. Il lavoro di don Fuschini, i sacrifici compiuti, i dolori patiti, le battaglie combattute, soprattutto le amarezza masticate nel periodo conciliare e postconciliare soprattutto, e ad opera non dei nemici tradizionali, i comunisti dell’obbedienza cieca pronta assoluta al verbo marxista e moscovita, ma di altri cattolici, i neomodernisti che dominavano in quei tempi di confusione, di caos, di incertezze, di dubbi. Don Fuschini non disertò il campo. «Semper idem»; lui che detestava i voltagabbana, non cambiò gabbana con il mutar delle stagioni. Non era stato clericofascista, si guardò bene dall’essere cattocomunista. Nell’ultima stagione della vita, peraltro, raccolse le soddisfazioni della sua opera scritta, ancorché il morso della solitudine (persi i genitori e, dopo, l’ultimo di famiglia, il pointer Pirro) lo avesse addentato. L’amico vero, l’amico fedele e fidato, Walter Della Monica, raccolse tanta parte dei suoi scritti in volume, da «L’ultimo anarchico» a «Parole poverette», da «Concertino romagnolo» a «Vita da cani e da preti», a «Mea culpa», elogiati, elogiatissimi da fior di critici, in primis Prezzolini. Ma la sua condizione, dopo un ricovero in ospedale e il trasferimento all’Opera Santa Teresa, non era più quella di un tempo. Si chiuse in un mutismo a molti incomprensibile. In fin dei conti, era amorevolmente accudito, nel reparto riservato ai sacerdoti, da suor Virginia da un lato, da Fulvio e moglie dall’altro.  Eppure, eppure… Avvertiva forse che il suo tempo stava per concludersi? O erano i ricordi di una lunga e a volte tribolata esistenza a tenerlo lontano dal presente? Gabici ci racconta l’epilogo della sua avventura terrena con accenti nostalgici e profondità di riflessione. Le ultime pagine sono struggenti e commoventi.  Ci sono i «rimbalzi» della fontana di Palazzeschi, le immagini di cieli aperti nel respiro delle valli e quello dei campi, con voli di rondini, e c’è il «ritorno alla base», in quel cimiterino di San Biagio d’Argenta, accanto alle tombe di mamma Teresa e di babbo Giovanni… San Biagio d’Argenta, già, oggi senza più i fiocinini e i cacciatori di frodo! Al cattolico lettore, come l’avrebbe chiamato don Francesco, viene un magone così, senza più parole.  Agli altri lettori, il senso di una vita e di un’opera che oggi più che mai risplendono in un mondo di poca o nessuna fede, di vili, di opportunisti, di vanesi, di egoisti. Tante cose del tempo di don Fuschini sono passate («sic transit gloria mundi»!), il suo esempio e la sua pagina, no.
Un prete e un cane in Paradiso - Marsilio, pag. 213, 15,00 euro

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