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La Pulzella immortale

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Sergio Caroli

Seicento anni fa, il 6 gennaio 1412, nasceva Giovanna d’Arco. Arsa viva il 30 maggio 1431, cinque secoli dopo sarà proclamata patrona della Francia. Credevano di annientarla coloro che la condannarono, ma le hanno innalzato un monumento imperituro. In quale contesto storico si inscrisse l’epopea dell’intemerata giovane? Nel 1420 il Trattato di Troyes aveva concesso la duplice corona di re di Francia e d’Inghilterra al discendente di Enrico V di Lancaster e di Caterina di Francia. Dominando l’incertezza politica, quel progetto pareva non trovar più ostacoli. L’Inghilterra offre denaro e benefici a quanti lo appoggino. L’Università di Parigi si schiera «in toto» col re inglese e così numerosi vescovi e feudatari potenti, come i duchi di Borgogna e di Normandia. Quando, nell’ottobre 1428, gli inglesi assediano Orléans, il cuore del Paese, è a tutti chiaro che la nazione è ormai asservita. D’improvviso, nel marzo 1429, un’analfabeta guardiana di pecore si presenta al re Carlo VII. Dice di aver sentito voci celesti e di essere inviata da Dio per liberare la Francia. Convince il sovrano a riprendere la guerra. Di lì a poco ne comanda le truppe e in otto giorni libera Orléans. Persuade poi il re ad andare a Reims per essere incoronato. Feroce è però l’odio che la «pucelle» suscita sia negli inglesi che in tutta la consorteria politica, ecclesiastica e universitaria, che teme il fallimento del suo progetto. Allorché, Giovanna, catturata dai borgognoni e abbandonata dal re, è venduta per duemila pezzi d’oro, la consorteria passa alla vendetta. Accusata di aver indossato abiti maschili nonché di stregoneria e di eresia, la «pucelle», processata a Rouen da un tribunale ecclesiastico, è condannata al rogo. Papa Callisto III nel 1456 annullerà la sentenza. Nel 1920 Benedetto XV la proclamerà «santa». Françoise Michaud-Fréjaville, docente emerito di Storia medioevale all’Università di Orléans, è il massimo studioso vivente di Giovanna D’Arco.

Quali furono, professoressa, le doti militari della «pucelle»?
Di certo credeva più all’attacco di sorpresa che alla tattica vera e propria. Come mistica ha bisogno di pregare prima del combattimento, poi, sotto il simbolo del suo stendardo, va all’attacco, trascinando i suoi seguaci. Centinaia di pagine sono state scritte sulle sue doti di comandante. E' difficile distinguere quanto fosse dovuto alla buona preparazione dei cavalieri che la circondavano e quanto fosse invece il prodotto del suo genio di condottiero. Credo che essa sia stata capace di spingere i suoi uomini a realizzare, senza temere la sconfitta, ciò per cui erano stati educati dall’infanzia. Ma di volta in volta essa li ha rispettati e scossi. Certi non l’hanno affatto apprezzato. Per gli uomini d’armi, non se ne sa mai troppo. La prova ne è che a Patay (18 giugno 1429) tutti hanno offerto un’esemplare prova di «furia francese», Giovanna trovandosi alla retroguardia. Ma tutti le hanno riconosciuto la gloria del risultato. La disfatta inglese è stata totale. A Compiègne è stata la madre dei suoi soldati: ne ha protetto il rientro nella fortezza dopo aver inferto gravi perdite ai borgognoni. La sua cattura, insieme ad alcuni soldati - tra cui uno dei suoi fratelli - mostra che essa possedeva un autentico coraggio fisico.

Fu, il suo, un processo «staliniano» ante litteram?
Confesso che questa caratterizzazione è inadeguata, perché troppo datata nel tempo e nel contesto del XX secolo. Non si trattava di consolidare un’autorità tirannica inglese ma di denunciare e sradicare una temibile devianza religiosa, schizzando al contempo fango in quantità contro il nemico politico, Carlo VII, complice della colpevole Giovanna. Il processo, per un implacabile ragionamento, non poteva che sfociare in una condanna. Gli inglesi rimasero sorpresi dalla mitezza della prima condanna al carcere.

Come definirebbe il carattere di Giovanna, quale emerge dagli atti del processo?
Non si può che confermare tutto ciò che hanno detto e ridetto tutti i lettori del processo di Rouen: la maggior parte dei giudici furono duri, pressanti, cioè brutali, scaltri, terribilmente burocratici e pedanti, compresi del loro sapere e rigorosi sulle forme giudiziarie. Tuttavia certuni furono capaci di vedere il personaggio straordinario che stava davanti a loro ed alcuni se ne andarono per non doverla giudicare. Alla fine l’accusarono di esser stata credulona e presuntuosa, di aver avuto un progetto unicamente militare e di essersi intestardita in una via personale senza l’avallo della Chiesa militante (la gerarchia ecclesiastica). Giovanna reagì assai spesso con grande fermezza, ribattendo con frasi dirette, piene di buon senso e talora di scherno appena velato. Il suo coraggio è sorprendente e magnifica è la sua finezza nelle repliche. La sua convinzione personale appare evidente: crede profondamente in ciò che ha visto, detto e fatto. Essa non era però in grado di argomentare sulle questioni teologiche e disciplinari: le sono indifferenti. Si entra in una «impasse»: per lei le sue voci dicono il vero ed essa ha agito con giustizia; per i giudici o non sono affatto voci o sono quelle del Diavolo. In entrambi i casi Giovanna è nell’errore, «une erreur mortifère».

Quali, fra le tante versioni letterarie e filmiche del dramma di Giovanna, l’hanno maggiormente impressionata per aderenza al personaggio storicamente vissuto e per qualità artistiche?
In letteratura: «Jeanne d’Arc» di Charles Péguy ; poi «Joan of Arc» di Marc Twain. Nel cinema: «Le Procés de Jeanne d’Arc» di Robert Bresson.
 

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