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Caproni, dolore senza lacrime

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A chi gli chiedeva quale tipo di poesia componesse, Giorgio caproni, del quale ricordiamo i cent'anni trascorsi da quel 7 gennaio 1912, a Livorno, rispondeva invariabilmente «non ho mai fatto il poeta di professione. Non ho  mai capito come lo si possa fare, giacché ho sempre pensato, in genere, che l'esser poeti sia, prima di tutto, una qualità fisiologica, non commerciabile, come l'avere un naso camuso o aquilino».
Dunque: prima di tutto la sincerità, quasi un dovere. Ed Emilio Cecchi, dopo aver letto le prime raccolte degli anni Quaranta «Come un'allegoria» ('36), «Ballo a Fontanigorda» ('38), ma specialmente «Finzioni» del '41 e «Cronistoria» del '43, scrisse: «Fra le giovani voci della nostra poesia moderna, quella di Giorgio Caproni è fra le più fresche e sincere, con una grande precisione di temi e di colori. A questo si aggiunge una sapiente agilità, una movenza, una leggerezza di sintassi, una disciplina continua di stile così perfettamente assimilate che in lui son divenute propriamente istintive». Il cammino era dunque tracciato sino da quegli anni lontani, o che a noi appaiono adesso tanto remoti, se non fosse che l'arte sottile  e magica dei versi ce li ripropone vicini, invece, e raccolti su di noi, sul nostro potere di riflessione. Come accade per la poesia di Bertolucci, di Betocchi, di Giudici: scrittori d'alta scuola che uscivano dal clima novecentesco fra tradizione e avanguardia, con gli occhi ben aperti, consapevoli della misura moderna dello stile non solo per lo stesso stile, ma per le virtù della memoria che in esso si specchia. E Caproni - che alla trepida precisione del piccolo quadro, dell'aneddoto o del ritmo cantabile non ha mai rinunciato - più di tanti altri suoi contemporanei ha saputo fedelmente interpretare lo spirito della poesia (l'immagine è di Giovanni Pozzi), cioè l'illuminante festevolezza del verso, anche quando esso, negli anni e noi più vicini, mutò dal canto alla saggezza di un cosciente nichilismo innestato sarcasticamente sul volto e le espressioni del «viaggiatore cerimonioso» e del «franco cacciatore» davanti al «muro della terra»: una terra sempre più aspra, inospitale e lontana. Era, ed è rimasto, il suo «Seme del piangere», ma senza lacrime, che riassume un suo particolarissimo Novecento (le lezioni di Saba, di Montale, Barile, Sbarbaro, del Rebora protonovecentesco sono più che mai evidenti, quasi citazioni) e quel timbro ironico e malinconico del vedere e del vedersi che ha il sapore del «congedo» come nella famosa poesia degli anni Sessanta, quasi una canzone, ma amara, che ripete l'addio al mondo con un sorriso, con una sfida, e con un grido. Però, come diceva Cecchi, ecco che la leggerezza della sua sintassi era diventata con il passare del tempo, delle emozioni e delle letture (Caproni ha tradotto con schietto talento Céline, Genot, Proust, Frénaud, Char) una tenace scrittura con il ritmo di una fantastica innocenza che sapeva penetrare nelle ferite e nelle crepe dell'esistenza con l'audacia di una rappresentazione del destino - il suo e il nostro - e con un discorso lirico rappreso: «no, speranze / più certe son troncate  sulle stanche / bocche dei morti». Un poeta sicuro, Caproni, fra tanti poeti fanciulli ansiosi, incerti: «Ma non m'arrendo. Ancora / non ho perso me stesso. / Non sono, come me stesso, / ancora solo. / E solo / quando sarò così solo / da non aver più nemmeno / me stesso per compagnia, / allora prenderò anch'io la mia / decisione. / Staccherò / dal muro la lanterna / un'alba, e dirò addio / al vuoto». Con i suoi versi «fuori dal sacco», secondo un'immagine che gli era cara e che spesso ripeteva anche quando veniva a trovare i suoi amici parmigiani, Caproni ha fatto, in fondo, del pensiero poetico come tale una lieve inquietudine, un disturbo e un memore spasimo che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, ci conforta e ci indirizza alla vita, la nostra e l'altrui, con una ancora fortissima emozione.
 

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