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Roth, tornano i primi racconti

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di Stefano Lecchini
Anche e forse soprattutto chi prediliga – al Roth impagabilmente sessuomane che nel «Lamento di Portnoy» tentava di enucleare la propria singolarità oltre la gabbia di ogni famiglia e tradizione – il Roth elegiaco inaugurato, negli anni Novanta, da due capolavori come «Patrimonio» e «Il teatro di Sabbath», anche costui non potrà fare a meno di festeggiare il ritorno in libreria, per Einaudi e nella nuova traduzione di Vincenzo Mantovani, di «Goodbye, Columbus», il libro con cui il grande narratore americano esordì nel 1959. Esordio dirompente, grazie al quale Philip Roth, a soli ventisei anni, si aggiudicò d’emblée il prestigioso National Book Award, e questo a dispetto delle polemiche che divamparono immediatamente nel milieu ebraico – polemiche peraltro già accese dalla precedente uscita sul New Yorker di uno dei sei racconti qui contenuti. D’altronde a Roth, che ha sempre rifiutato come del tutto gratuita e ininfluente la striminzita etichetta di «scrittore ebreo-americano», tali scomuniche non avrebbero potuto fregare di meno. Certo è un fatto che in queste storie – si vedano soprattutto, oltre al racconto eponimo, «Eli, il fanatico» e «Difensore della fede» – della comunità yiddish del New Jersey, consueto teatro di ogni vicenda rothiana, non venga disegnato il santino. Ma è altrettanto vero che l’ortodossia funge più che altro da polo dialettico – perché resta la cella dalla quale tentare la fuga. Ed è la possibile fuga (quanto così si apre e ci si offre) che, in ultima analisi, conta. «Goodbye, Columbus», la tranche che dà il titolo alla raccolta, è più che un racconto lungo: è un piccolo romanzo che brilla e si spegne nel rapido giro di un’estate sul finire dei Cinquanta, e ha la misura concentrata e implacabile (benché screziata da una sorta di lirismo impressionista che ben presto verrà abbandonato o quanto meno rappreso) presente nelle opere della tarda maturità, da «L'animale morente» a «Everyman» a «Indignazione». Non fidatevi di chi vi assicura che in esso si giochi una disperata lotta di classe fra l’umile estrazione di Neil, un giovane laureato in Filosofia che cronologicamente è il primo degli alter ego narranti di Roth, e la dorata agiatezza di Brenda, una bellissima ragazza, ebrea come Neil, che vive nei quartieri alti di Newark (Short Hills), e proviene da una famiglia che ha fatto fortuna coi sanitari. E non ascoltate nemmeno chi vi dice che la loro estate d’amore naufragherà solo a causa dell’intransigenza ortodossa della madre di lei (mentre i genitori di lui sono assenti, come persi in un Alabama remoto cui sono stati costretti per problemi di asma). Il racconto – già mirabilmente maturo sebbene un po' afflitto dalla tipica smania degli esordienti di dire e giocarsi tutto, compresa la varietà dei registri, in una sola occasione – narra della tragedia, dell’impotenza dello sguardo. Non è un caso che si apra su una scena «primaria» che ne marchierà tutto il percorso: Brenda porge gli occhiali da vista a Neil, che glieli tiene mentre si tuffa in piscina. Per tutta quell'estate e fino ai primi rintocchi dell’autunno (con Neil che deve tornare al suo lavoro in biblioteca e Brenda, come in ogni «American graffiti» che si rispetti, al suo college), i due ragazzi si frequenteranno – lei lo ospiterà nella sua lussuosissima villa con parco: prima solo qualche volta a cena, poi un’intera settimana coincidente con le nozze del fratello – , e, fra qualche schermaglia e molti malintesi, si ameranno: ma senza conoscersi mai, senza mai davvero vedersi. Sicuramente la «miope» Brenda non vede Neil: ma siamo sicuri che Neil, ben poco propenso a guardare anche dentro se stesso, possa vedere Brenda? Così, non importa che Roth creda, e voglia farci credere, che buona parte di questa incomprensione sia dovuta alle pastoie rigide e conservatrici – di una concretezza priva di autentica sensibilità –, che ingabbiano la famiglia di lei. Se anche Dio si rivela irridente e lontano, l’abisso che separa i due giovani è ben più profondo. Come il Roth degli ultimi anni non si stanca di ripeterci, dal nero di una coscienza il cui primo seme è giusto in queste pagine di oltre mezzo secolo fa, nessuna unione, nessuna comunione è possibile: ogni uomo è solo, e da solo deve marciare, dopo il lampo verdeazzurro dell’estate, verso il bruno sempre più buio dell’autunno e dell'inverno. Anche lo scalcinato ragazzetto di colore, che Neil aiuta a sognare Tahiti sui libri di Gauguin, finita l’estate non passerà più. La vita è un eterno «goodbye» senza ritorno. Debitore a un maestro assoluto come Malamud di una straordinaria sapienza quotidiana nel restituire l’evidenza immediata del mondo, e, per certi versi, sorprendentemente in sintonia con un altro debuttante coevo, l’Arbasino di «Distesa estate» ne «Le piccole vacanze», Roth ci si mostra capace, già in queste pagine, di spiegare in modo inconfondibile il suo stregante tocco di narratore. Basti un esempio: per far sentire il silenzio (arte difficile quant'altre mai) durante il primo amplesso fra Neil e Brenda nella casa vuota, punta l’obiettivo sulle figurine in bianco e nero che si agitano sul fondo di una tv senz'audio. Non è forse la percezione di un oggetto innaturalmente muto (perché di norma accompagnato dal suono, come appunto le immagini su uno schermo televisivo) ad acuire la sensazione del silenzio? Cose che solo le antenne ultrasensibili della grande letteratura, e il Roth di «Columbus» era già lì, possono, nella loro folgorante crudeltà inoperosa, mettere a fuoco. 

Goodbye, ColumbusEinaudi, pag. 247, 19,50

 

 

 

 

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