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I colori dell'esotismo

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di Stefania Provinciali

Inizia al di là dell’Adriatico il lungo viaggio verso Oriente della pittura italiana tra Otto e Novecento nella mostra a Palazzo Magnani di Reggio Emilia, per raccontare visivamente le emozioni e le suggestioni di un genere che coinvolse le arti. Come lo stesso titolo suggerisce «Incanti di terre lontane. Hayez, Fontanesi e la pittura italiana tra Otto e Novecento», ampio spazio è dato, per ragioni diverse, ai due pittori che narrarono l’uno l’Oriente «immaginato» l’altro il Giappone vissuto in prima persona, inseriti in un percorso attentamente studiato. Prima fu l’Oriente vicino, l’esotismo e la seduzione degli hammam e degli harem, le palme, i minareti ma anche i deserti popolati di beduini e cammelli o i colori delle città del Magreb. Non a caso, dunque, la mostra a cura di Emanuela Angiuli e Anna Villari, visibile fino al 29 aprile (catalogo Silvana Editoriale) inizia con alcuni dipinti del parmigiano Alberto Pasini che attraversa lo stretto sul Bosforo e giunge al Corno d’Oro per spingersi, poi, nel deserto, fra carovane che si preparano alla partenza e beduini a dorso di cammello. La sua pittura, fatta di meditati rapporti luministici, suggerisce una narrazione solo all’apparenza semplice nella composizione, in realtà ricca di «voci» e colore, di luci e suggestioni.
C’è poi l’altro parmigiano, Roberto Guastalla, il «Pellegrino del sole», che percorse carovaniere e terre sconosciute, tradotte in una vasta produzione pittorica. Sulle strade d’Oriente oltre a tavolozza, cavalletto e pennelli, l’artista porta con sé anche uno strumento nuovo, la macchina fotografica. Il percorso prosegue fra le città e gli incontri, ricchi di volti, dalla Donna araba alla fontana, del toscano Stefano Ussi, che subito dopo l’apertura del Canale di Suez, lavorò per il Pascià prima di trasferirsi in Marocco dove divenne il pittore degli «attimi vissuti», all’Arabo in preghiera del napoletano Domenico Morelli, che, senza mai aver messo piede nei territori d’oltremare, descrisse velate odalische, figure di arabi, mistiche atmosfere di preghiere a Maometto, interpretate in una sorta di contaminazione fra realtà ed immaginario. Al fascino della scoperta che si fa suggestiva visione di mondi «altri», soggiacquero Eugenio Zampighi, Pompeo Mariani, Augusto Valli, Giulio Viotti, Achille Glisenti, Giuseppe Molteni ed altri artisti, a conferma della trasversalità e del dilagare in tutta la penisola di un’attrazione fatale. Visioni esotiche soffuse di raffinato erotismo si ritrovano anche negli olii scenografici di Fabio Fabbi, del siciliano Ettore Cercone e del pugliese Francesco Netti. Quest’ultimo in particolare, di ritorno da un viaggio in Turchia, si dedicò alla produzione di opere orientaliste di tono intimista. In questo contesto il veneziano Francesco Hayez, si impone per la resa tattile della sua pittura votata ad un romanticismo dai tratti accademici ma non operante abitualmente all’interno di questa tematica. Di Hayez si possono ammirare l’Odalisca della Pinacoteca di Brera, la Ruth delle Collezioni Comunali di Bologna e Un’odalisca alla finestra di un Harem di collezione privata. Una attenzione peculiare la mostra riserva, ad Antonio Fontanesi, reggiano di nascita, che, tra il 1876 e il 1878, venne chiamato, insieme al altri artisti italiani, ad insegnare alla neo-fondata Accademia di Belle Arti d Tokyo, restituendo immagini disegnate e dipinte del Giappone interpretate con squisito linguaggio lirico.
Nella ricca produzione pittorica di questo artista le opere di soggetto orientale non sono che poche unità: tre dipinti, tra cui uno non ultimato e alcuni disegni a matita, raccolti per la prima volta in una mostra. Emerge quello che si può considerare l’aspetto più significativo di questa pittura che, pur non incidendo nel percorso formale dell’artista, è espressione di una intensa consonanza con alcuni elementi della poetica e dell’estetica giapponese nel rapporto uomo - natura e nell’intesa culturale. La mostra si chiuse con alcune note pittoriche legate al favoloso Siam di Galileo Chini e di Salvino Tofanari che con lui aveva già lavorato a Firenze e che qui venne incantato dalla flessuose danzatrici dell’isola di Giava. Da citare Le fumatrici d’ oppio di Gaetano Previati, acquerello di straordinaria intensità dove la dimensione fantastica elabora l’intensità del reale e la visione stilistica evidenzia i «filamenti materici» propri delle sue opere future. 
 

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