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Medioevo e archeologia a Parma

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 Dopo l’uscita di «Parma medievale. Poteri e istituzioni», MUP Editore prosegue l’imponente opera editoriale Storia di Parma con il secondo tomo del dittico dedicato al Medioevo. «Parma medievale. Economia, società, memoria» – questo il titolo della nuova uscita – è il quarto volume dell’opera che si concluderà nel 2017 in occasione dei festeggiamenti per i 2200 anni dalla fondazione della città. «Parma medievale. Economia, società, memoria» ripercorre il periodo medievale di Parma analizzando l’evoluzione e lo sviluppo della città: i dodici saggi si muovono tra l’analisi della popolazione e del territorio, l’economia, gli enti assistenziali, i conflitti e la vita nei castelli del parmense. Pubblichiamo a seguire un estratto del saggio «Parma, il Medioevo e l’archeologia» di Sauro Gelichi.

 
 Si potrebbe pensare che un accesso archeologico alla storia medievale di Parma e del suo territorio sia un fatto recente; e invece non è così. Una stagione, troppo a lungo dimenticata, quella del Positivismo, ha visto infatti alcune città emiliane, tra cui Parma, emergere per la qualità dell’approccio archeologico alla storia del proprio territorio e per un’avvertita attenzione anche nei confronti dei contesti di epoca medievale. Inoltre, Parma può vantare, tra i suoi figli, uno dei protagonisti di quella stagione, cioè il Pigorini, noto soprattutto per le sue ricerche sulle Terramare, ma, in più di una circostanza, anche indagatore attento del medioevo. Infatti, fu proprio in occasione delle sue ricerche sulla civiltà terramaricola che il Pigorini ebbe l’occasione di scavare contesti di età medievale e di studiare, anche in questo caso da pioniere, manufatti tipici di quel periodo, come i vasi di pietra ollare. 
Di quella stagione di studi, e di quel periodo, restano alcuni fondamentali suoi contributi, tra cui un articolo dedicato alle ‘palafitte barbariche’ rinvenute a Fontanellato (suo paese natale). Finita quella stagione, però, l’interesse per un medioevo scavato diminuì anche nel Parmense, riaffiorando nel tempo in occasione di scoperte ‘eccezionali’, come quella della ricca sepoltura femminile di epoca longobarda di Borgo della Posta; o come il ritrovamento, di fronte alla cattedrale romanica, dei resti di un più antico edificio (la chiesa episcopale paleocristiana?), del quale si conservavano pregiati lacerti musivi, uno dei quali con una iscrizione dedicatoria del committente. Solo negli ultimi trenta anni la ricerca archeologica si è mossa con maggiore incisività ed efficacia sulla città e sul territorio, attenta sempre di più anche alle stratificazioni e ai depositi di epoca post-antica. Questa attività ha consentito di individuare e scavare molti contesti insediativi (sia urbani che rurali) e piccoli e medi cimiteri di epoca longobarda (come ad esempio quello di Collecchio).
Molti materiali sono emersi da questi scavi. In particolare in alcune sepolture di epoca longobarda sono stati trovati spesso oggetti di abbigliamento personale (come la preziosa cintura multipla in ferro ageminato dalla pieve di Sasso) o di corredo (pettini, coltelli, collane, cinture multiple in ferro ageminato e bronzo, talvolta anche armi come scramasax). Questi ed altri ritrovamenti hanno ricollocato, al centro del dibattito, alcuni dei tematismi più significativi della storia alto-medievale e medievale di Parma: la datazione delle mura (un solo circuito o più d’uno?) e il loro andamento durante i secoli; l’ubicazione della sede episcopale nel corso del tempo; il significato e le forme che assume la presenza longobarda a Parma.
 Purtroppo non si può dire che sempre le ricerche archeologiche siano state decisive nel chiarire definitivamente (in un senso o nell’altro) questi problemi.L’ubicazione della sede episcopale, ad esempio, continua a trovare in un’ambigua sequenza di documenti scritti, indicazioni e riferimenti che sembrano complicare più che semplificare il problema, costringendo gli archeologi a seguire (o tentare di spiegare) i continui ipotetici spostamenti del vescovo, piuttosto che dettare le ragioni (credo abbastanza inequivoche) del dato materiale. La stessa presenza longobarda in città, delegata alle sole evidenze cimiteriali, viene poi declinata in una forma certamente riduttiva. Essa, infatti, tende a lavorare più sulla distinzione (tra longobardi e non longobardi, ad esempio, oppure tra cristiani e pagani) che non sulla complessità: quella cioè di una società del primo alto-medioevo in forte trasformazione. Così, quasi tutte le aree cimiteriali alto-medievali scoperte in città diventano, per la semplice presenza di qualche oggetto di corredo, automaticamente ‘longobarde’ (e allora verrebbe da chiedersi dove seppellissero i ‘non longobardi’); e lo stesso succede anche nel territorio e, in particolare, in quei luoghi dove, sulla base delle fonti scritte, ci si aspetterebbe di trovare i longobardi, come nel caso di Monte Bardone (per quanto le fonti materiali, al momento, sembrino non comprovarla). E infine, anche il problema delle mura resta una vexata quaestio, che dall’età romana arriva diritta al pieno medioevo (unico periodo storico per il quale si posseggano dati certi circa l’andamento del circuito urbico). In realtà, anche in questo caso, forse l’eccesso di documenti materiali ma di bassa qualità (si tratta in molti casi di vecchie segnalazioni poco e male documentate) più che aiutarci a dirimere il problema, sembra contribuire a renderlo sempre meno comprensibile. 
Per concludere, ancora molto si deve fare, anche se siamo sulla buona strada, perché molta archeologia è stata prodotta (e di buona qualità intrinseca) negli ultimi anni: si tratta solo di costruire un’agenda che definisca obbiettivi e detti procedure idonee a raggiungerli. In questo modo è probabile che i tematismi a cui abbiamo fatto riferimento trovino una più giusta collocazione (o, meglio, che trovino nell’archeologia una sponda con cui dialogare proficuamente). Nel contempo, c’è da augurarsi che altri tematismi abbiano, a loro volta, maggior spazio e vengano meglio valorizzati: la vita quotidiana, la cifra economica di questa città nell’alto-medioevo (non è documentato ad esempio un porto?), i caratteri della sua struttura sociale non ne sono che alcuni. 
SAURO GELICHI
 

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