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Un mondo in riva al lago

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Domenico Cacopardo

Nell’attuale crisi storica del libro stampato –basta consultare qualsiasi libraio per avere i dati di un tracollo verticale -, per cercare di arginare il problema e, semmai, di recuperare qualcosa occorrono libri belli e ben scritti.  Un mix    al quale non si sottrae un autore amato dal pubblico come Andrea Vitali, che offre un   significativo  supporto alla zoppicante editoria. Che, peraltro, ha le sua gravi responsabilità. Si tratta, infatti, di uno strano settore industriale, il cui prodotto ha natura culturale, ma il cui fatturato non è il risultato di scelte, appunto, culturali, ma di eventi e opzioni casuali. Solo assumendosi la responsabilità di scelte rigorose e meditate, riqualificando il ruolo dei lettori professionisti delle case editrici e quello degli editor –merce ormai rarissima -  si può sperare in un salvataggio ch’è soprattutto sopravvivenza economica e letteraria.
Quindi, Andrea Vitali torna in libreria con un romanzo non-romanzo. Il solito percorso attraverso Bellano, i suoi abitanti e i suoi visitatori, tenuto insieme da una linea labile e, spesso, dimenticata, il ritrovamento cioè di un cospicuo numero di monete d’oro antiche di grandissimo valore. Ma l’esilità della trama non danneggia il racconto, anzi permette all’autore di approfondire caratteri e situazioni, offrendoci, anche mediante la riproposizione di protagonisti di altre sue storie, un viaggio nell’universo umano.
S’è detto più volte, anche da parte di letterati di valore internazionale, che il villaggio è il microcosmo nel quale, se si guarda bene, si riflettono i caratteri universali dell’uomo e delle sue passioni.
Probabilmente al di là delle stesse intenzioni di Andrea Vitali, «Galeotto fu il collier» costituisce  una divertente lettura nella quale appaiono, scompaiono e ricompaiono i normotipi della sua narrativa, e le devianze, le sindromi psicologiche che li animano. Insomma, nella piatta calma di un villaggio come Bellano, nell’assenza di eventi e novità reali, solo l’asimmetria caratteriale, la superba signora Lirica Benfatti, vedova Cerevelli da un lato e la svizzerotta Helga Ritter dall’altro; da un lato il perbenismo codino, dall’altro la più libera libertà di costumi, mettono in moto la sequenza narrativa, in un susseguirsi di scene che, alla fine, ricompongono un puzzle ambientale, più che un plot vero e proprio.
Si deve ritornare sulla natura dell’Andrea Vitali scrittore, che, talora, dissipa i propri talenti in una sorta di frenesia editoriale. Vitali non è il cantore di un luogo, anche se ne è ispirato. È l’acuto, disincantato e ironico osservatore del mondo che attraversa quel luogo, dei suoi pazienti di medico di base, dei turisti che soggiornano brevemente in riva al lago, dei miti contrabbandieri che costituiscono la mala locale, dei tutori dell’ordine siciliani, calabresi e sardi, ormai insediati, ma pur sempre legati a una terra e a un passato remoti.
Ma c’è anche un romantico, affettuoso, indulgente atteggiamento - direi che c’è molto di Edmondo de Amicis nella poetica vitaliana - che mitiga l’ironia, evitando il cinismo e creando questo unico mix che è costituito dal modo di scrivere di Andrea Vitali.
In un panorama nazionale dominato dei «neolialisti» (gli scrittori dei drammi  a lieto fine, dei plot cinematografici trasformati in romanzetti per sedicenni) Andrea Vitali rappresenta una linea di continuità con il filone del mite realismo norditaliano: penso a Piero Chiara, a Giovannino Guareschi e, da ultimo, a Giuseppe Pederiali, capace di raccontare la vita senza la devianza ideologica, senza il pregiudizio che altera ogni vicenda trasformandola in strumento per «educare» un popolo. Una devianza che produce - in perfetta antinomia con i «neolialisti» - i «neosociali», quelli della denunzia politica (Saviano docet), della denunzia ecologica, della denunzia sociale (Prato e il suo dramma, Bagnoli e il suo disastro), supportati anch’essi da un’industria cinematografica che non varca i confini delle Alpi e viene sistematicamente bocciata in ogni competizione internazionale. Evviva, quindi, Andrea Vitali con la sua narrativa ironica e gentile, affettuosa e rivelatrice, amica del lettore e dei personaggi che la popolano, divertente e, purtuttavia, riflessiva. Ecco una buona ragione per tornare nelle librerie deserte e spendere utilmente e piacevolmente qualche ora di tempo sottratta agli affanni quotidiani e agli spettacoli televisivi che, nell’inconsistenza, quegli affanni accentuano.

Galeotto fu il collier
Guanda, pag. 364, euro 17,60

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