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Urbe, suggestione oltre il tempo

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Pier Paolo Mendogni

Nel Settecento Roma è stata la città più rappresentata del mondo: non c’era artista che non ambisse visitarla per vederne la grandezza e riprodurre i suoi suggestivi monumenti, le sue antiche vestigia consunte dal tempo. Meta d’obbligo nel «tour» che i giovani europei di buona famiglia compivano per arricchire le loro conoscenze e la loro cultura, costitutiva un importante approdo per i giovani artisti francesi che, vincendo il «Prix de Rome», venivano ospitati nell’Accademia di Francia, la prestigiosa istituzione che alla fine del Seicento, sotto la spinta di Colbert, Le Brun e Gian Lorenzo Bernini, aveva aperto una sede a Roma dove ospitava, oltre ai vincitori del Premio, allievi sostenuti da nobili protettori. La disciplina degli studi era severa per i pittori e gli scultori che si esercitavano copiando opere antiche e rinascimentali. Dopo varie sedi l’Accademia si trasferiva nel 1725 a Palazzo Mancini in via del Corso e nel 1803 a Villa Medici, dove si trova tuttora. Tra i suoi allievi figurano Boucher, Fragonard, David, Hubert Robert, Claude Joseph Vernet: questi ultimi, insieme a Charles Joseph Natoire che ha diretto l’istituzione dal 1751 al 1777, hanno dipinto molte vedute di scorci cittadini e di rovine e sono tra i protagonisti della mostra in corso al Museo di Roma a Palazzo Braschi (fino al 27 maggio, con oltre settanta pezzi in esposizione) intitolata «Luoghi comuni. Vedutisti francesi a Roma tra il XVIII e il XIX secolo», composta prevalentemente da acquerelli e incisioni: opere allora richiestissime dai viaggiatori stranieri che volevano portarsi a casa il ricordo dei monumenti e dei luoghi più caratteristici. E’ una Roma ben diversa da quella attuale in quanto l’incanto di un passato mitico contrastava con la povertà di un degradato presente denunciato da casette con intonaci scrostati e piccole finestre, strade dissestate, erbacce invasive. Lo stato pontificio, infatti, nonostante la presenza di numerosi stranieri e di artisti illustri, era rimasto uno dei più arretrati d’Europa e «la città appariva una realtà immobile». Così i pittori erano impegnati a rintracciare tra il verde, le rovine, gli alberi e le pietre  i segni di una Roma che faticavano ad emergere. Ma l’ambiente per quanto spoglio o trascurato non intaccava il fascino dell’antico anche perché il tempo sembrava essersi fermato e la vita quotidiana scorreva con ritmi lenti come possiamo osservare negli acquerelli del parigino Victor Jean Nicolle (1754-1826) che ha soggiornato a Roma due volte (1787-89 e 1806-11): «Porta Pinciana» e «Porta Castello» fotografano la quotidianità popolare con toni leggeri, con una luce che ammorbidisce le architetture e che assume toni lirici nell’ampia veduta del «Foro romano con il tempio di Saturno». Lo stesso Foro assume una dimensione rarefatta di incantevole purezza nel limpido acquerello eseguito da Natoire. Le strutture architettoniche acquistano  maggior vigore delle acqueforti acquerellate dello svizzero Abraham Louis Ducros: la «Veduta del campo vaccino» è una panoramica di largo respiro con brani archeologici inseriti nel tessuto urbanistico mentre la «Veduta del tempio della Fortuna virile» documenta come alcune vestigia romane venissero utilizzate incorporandole in nuovi edifici. Un’altra interessante documentazione lasciataci da Ducros è la grande tela che rappresenta Pio VI che, su un cavallo bianco riccamente bardato, contempla la bonifica delle paludi pontine mentre donne e uomini si genuflettono con reverenza. Nel 1734 era giunto a Roma il pittore di marine Claude Joseph Vernet che con disinvolta fantasia ha posto il tempio della Sibilla di Tivoli su uno sperone roccioso a picco sul mare. Tivoli era una località frequentata per le rovine ma soprattutto per la natura. Ducros ci ha tramandato la «Grotta di Nettuno» e Hubert Robert ha descritto all’acquatinta la suggestiva immagine delle acque azzurrine che nella villa di Mecenate corrono in un tunnel roccioso per precipitare schiumando, accarezzate da un raggio di sole. Lo stesso Robert, arrivato a Roma nel 1756 e colpito dalla lezione piranesiana, è rimasto affascinato dall’incanto grandioso delle rovine, espresso nella splendida «Tomba nella pineta Sacchetti», ma ha saputo cogliere pure con spirito romantico il fascino quieto del «Giardino del lago a Villa Borghese». Nel «Giardino Barberini» di Louis Baltard  sono le sculture ad integrarsi nello scenario folto degli alberi. Con l’affermarsi della cultura neoclassica Charles Percier (Villa di Papa Giulio) e Pierre Gauthier (Veduta della loggia del Belvedere) privilegiano la bellezza della forma classica integra mentre il parigino Antoine Thomas, arrivato nel 1816, con sottile spirito d’osservazione riprende i fedeli che attendono la benedizione del Papa in piazza San Pietro, gli eleganti borghesi che passeggiano al Pincio e il cielo notturno acceso dai fuochi artificiali. E’ iniziata una nuova epoca.
 

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