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Ebbe il plauso anche di Croce

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 Lo scorso 6 aprile ricorreva il centenario della morte di Giovanni Pascoli, grande e amatissimo poeta che ha segnato la lirica novecentesca col suo intimismo e con la poetica «del fanciullino». Nell’ambito delle celebrazioni nazionali indette per questo anniversario, va ricordata anche una studiosa parmigiana, Francesca Morabito, che è annoverata tra i più importanti critici del poeta romagnolo: i suoi studi, che appaiono nelle bibliografie , furono salutati con favore anche da Benedetto Croce.

Francesca nacque a Parma nel 1893 da un ingegnere abruzzese, Francesco, e da Vittoria Ferrari, che la mise al mondo quasi otto mesi dopo la morte del marito; la sua infanzia fu segnata da questa vicenda tragica e dalle difficoltà finanziarie che costrinsero la madre a sacrifici e a cercarsi un lavoro. In poco tempo la giovane vedova riuscì a conseguire il diploma e ad ottenere un posto da maestra elementare. La salute e la vita della madre rimasero segnate, così come il carattere della piccola Francesca, che crebbe malinconica nella casetta di Via D’Azeglio, dedicandosi allo studio e alla lettura. Si laureò in Lettere a Bologna, fra ristrettezze economiche superate con la volontà e la consapevolezza del proprio valore.
 Qui probabilmente respirò l’atmosfera pascoliana, dato che il maestro vi aveva tenuto cattedra; venne a contatto con la sua opera, alla quale poi ispirò il proprio lavoro, passando dalla poesia alla critica. Sentiva molto vicina l’ispirazione crepuscolare e misteriosa del Pascoli, ed elaborò un’analisi con intuizioni filosofiche che espose nel volume «Il misticismo di Giovanni Pascoli» (Treves, 1920), che ottenne il plauso anche del Croce. 
Fu elogiata dai principali critici letterari del tempo, fra cui Prezzolini, Borgese, Papini, Momigliano, Manara Valgimigli, Cecchi, Pancrazi, Pascal, Pietrobono e il nostro Bernini; anche Eleonora Duse manifestò il suo apprezzamento, scrivendole «Penso a lei con tenerezza e ammirazione. La ringrazio di aver accresciuto in me amore e conoscenza». 
Il libro fu a lungo considerato una pietra miliare nella critica pascoliana, tanto che fu considerato «un momento notevole nello svolgimento della critica pascoliana». Nel 1858, nella rassegna «I Classici Italiani nella storia della critica», pubblicata da, nell’ambito degli studiosi del Pascoli, fu addirittura accostata al Croce. Anche oggi, come scrive il nostro Marchetti, Francesca Morabito «resta fra i più acuti studiosi della poesia pascoliana che avvertiva misteriosamente coincidente con le proprie vicende personali».
La studiosa parmigiana fu attiva anche a livello locale sulla rivista cittadina «Aurea Parma», nelle cui pagine trattò di Matteo Maria Boiardo, Francesco Zanetti, del Fogazzaro (altro spirito a lei affine), del Papini,sul quale alla fine espresse un giudizio forse troppo severo), pubblicando inoltre numerose recensioni di altri autori contemporanei. 
 
Morì a Monticelli Terme nel 1967, dopo una vita appartata, rischiarata da una lunga e nobile amicizia con Bonaventura Tecchi, che iniziò quando recensì sulla rivista parmigiana l’opera «Il nome sulla sabbia» (1920). 
La sua critica è un capolavoro di finezza, un’analisi psicologica che coglie in pieno l’animo del giovane scrittore.
 Le sue parole piacquero tanto al Tecchi che la volle conoscere di persona e da qui nacque un rapporto che durò tutta la vita «Resta di lei una raccolta di liriche», Poesie a voce bassa», pubblicate postume da G. Cusatelli nel 69, su «Aurea Parma». Scritte tra i venti e i venticinque anni e tenute a lungo nel cassetto per il suo naturale riserbo, rivelano richiami, oltre che al Pascoli, a Corazzini, Novaro e Moretti. Sono assai significative per conosce re lo stato d’animo della giovane  Francesca, come questi versi della poesia Convalescenza:Questa è convalescenza ?/io non so rallegrarmi, Signore!/ Il mio cuore è così debole/ che si chiede tremando:// Come farò a palpitare/ per amor di qualcuno?/ e d’altra parte, o Signore/ io non vi chiedo  di amare/ io non desidero amare nessuno.
Restano anche due scritti autobiografici, apparsi su «Aurea Parma» nel 1922 e 1955, intitolati Quell’anno e Consolazioni. Il suo ultimo lavoro, Carducci e Ghirardini nell’Ateneo di Bologna, uscito nel 1964 su «», ricorda l’atmosfera creata dal Carducci nell’Università di Bologna, dove lei stessa si era formata.
ANNA CERUTI BURGIO
 

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