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Carrette del mare, epica del dolore

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di Sergio Caroli

Capita di rado, leggendo un’opera letteraria, di essere rapiti dalla potenza ammaliatrice della poesia che si fa racconto. Mentre tanti orrori vanno devastando la civiltà, ci conforta la voce della «poiesis» che si sprigiona da «Sarabanda. Oratorio in tre tempi per voce sola» di Salvatore Veca (Feltrinelli, pag. 109, 12 euro). Una carretta sul mare al largo di una costa probabilmente italiana reca a bordo una folla di migranti in fuga dalla guerra, dalla fame, dalla tirannia «con il sogno opaco di un altrove». Nella narrazione di un vecchio, carico di anni e di saggezza - una sorta di sciamano che ha vissuto, in tempi diversi, molte vite in molti luoghi del mondo - prendono corpo tragedie storiche che trascinano la loro sanguinosa vicenda su questo lacrimoso teatro della terra. L’arte mimetica di Veca, esponente tra i più insigni della filosofia contemporanea (è attualmente ordinario di Filosofia politica all’Istituto universitario di Studi superiori di Pavia), ci offre un racconto pregnante di storia e umanità, nel quale la scrittura entra in gara con la lingua del teatro, dando vita a intrecci senza numero tra immaginazione lirica e meditazione filosofica.
Professor Veca, all’esordio del suo «Oratorio» leggo: «In principio era la voce. La voce che canta. Che implora. O sussurra. Che ingiunge e comanda. O piange e seduce. Voce di nenie e di fiabe e di canti e di lunghi poemi». E’ un omaggio all’epica, quale fonte della sua ispirazione?
Ho scritto una prima versione di Sarabanda per il teatro Nohma di Milano. Per questo, il tema della voce è naturale e, del resto, accompagna l’ascoltatore o il lettore dall’inizio alla fine. Vi è una voce che narra e vi sono mille voci d’umanità nell’Oratorio. E’ il mio omaggio all’epica e alla «phoné», come avrebbe detto Carmelo Bene. Ed è anche il promemoria semplice del nostro rivolgere parole ad altri. Contro la condanna al silenzio. O all’afasia.
Nel primo tempo ci sono tre donne. Che cosa rappresentano?
Laila, l’afghana, è la prima delle tre donne che sulla zattera del mare narrano la loro esperienza della fuga e dell’angoscia di una decisione terribile: quella dell’addio a un paese e a un mondo che non lascia speranza. Laila vuole fare pediatria, ma non può. Vuole scegliere il suo futuro di donna, ma non può. L’altra è Chika, che con il suo piccolo Nelson viene dalla Somalia e scappa per fame e condanna alla solitudine. La terza è Zahra, che fugge da Teheran dove non può fare musica all’aperto, né amare all’aperto. Il vecchio sciamano risponde alle loro domande con voci di donna. Con voci di poesie di donne, da Saffo a Achmatova, a Dickinson.
Il secondo tempo parla delle cose d’amore. Perché questo tema?
Il tema dell’amore irrompe nel secondo tempo con la storia di Yamila e Shahbal. Due giovani iraniani che si reincontrano sulla barca, dopo l’estate della speranza e della oppressione a Teheran, al tempo della grande partecipazione giovanile alle elezioni del 2009. Cose d’amore possono aver luogo anche sulle carrette del mare. Il tema dell’amore chiama in causa la forza suprema del desiderio che salva, o può salvare, il riconoscimento d’umanità anche nelle condizioni della perdita e della più dura minaccia. Ma, come quello della voce, anche il tema dell’amore, nelle sue metamorfosi, accompagna chi legge sino alla fine dell’Oratorio. Nel secondo tempo, vi è luce aurorale, dopo la notte di bonaccia. E il vecchio riconosce nel volo dei gabbiani il promemoria della Sarabanda d’umanità. Grazie alle cose d’amore. E alle voci che nel tempo le salvano e le custodiscono.
«Sarabanda» è una selva di significati e allegorie. Quale le piace sottolineare?
Alla base, il riconoscimento del fatto o del valore della diversità. L’umanità è, o dovrebbe essere, riconosciuta come un pasticcio di modi diversi di essere diversi. In fondo, Sarabanda è un termine che designa una danza un po' «disordinata». Alla questione della diversità e della variabilità o della porosità dei confini di un qualche «noi» ho dedicato le mie ricerche filosofiche sul paradigma dell’incertezza e dell’incompletezza. E credo si tratti di una sfida per tutti noi, in un mondo che cambia.
Il vecchio scruta forse le sorti dell’Occidente su cui pare incombere la catastrofe?
Nel terzo tempo dell’Oratorio i migranti sono sbarcati e il vecchio rimane solo. Nel crepuscolo e, poi, nella notte. Sulla scena rimane lui e rimane la carretta del mare, che affonda lentamente, come l’animale morente. Il vecchio non risponde più alle domande dei migranti. E’ lui che pone domande a se stesso. E inizia l’indagine sul senso delle cose. Le voci che ora ascolta, mentre la barca affonda, sono l’eco dei grandi repertori di saggezza, di speranza e di civiltà. Il vecchio ha visioni: visioni occidentali e visioni orientali. Alla fine, sembra che del sogno di una cosa resti ben poco. E che il silenzio sia destinato a prevalere. Alla fine, sembra che il bilancio conosca più perdite che profitti, per dirla con T. S. Eliot.
C'è luce di speranza?
Credo di sì. Ma lascio al lettore o all’ascoltatore della voce e delle voci d’umanità la risposta. Alla fine, quando è ormai buio, il vecchio scorge nell’acqua scura, vicino al pontile, la testa del bambolotto di Nelson, il piccolo di Chika. Con un occhio vuoto. Il vecchio la raccoglie e quel piccolo occhio vuoto gli ricorda le piccole porte da cui può venire un Messia, di cui parlava Walter Benjamin. Il vecchio si alza, e riprende il suo viaggio. Forse, la speranza sta semplicemente in questo semplice gesto. 
Sarabanda - Feltrinelli, pag. 109, 12,00
 

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