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Se la ricchezza si fa rimorso

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di Marta Silvi Bergamaschi

Da quanto tempo non mi sento così giovane, pensò Virginia sprofondata nell’antica poltrona color aragosta. Sbirciò il marito e la cognata che bruciavano con occhi allarmati le pagine dei molti giornali che ogni mattina arrivavano alla casa. Perché mi sento così giovane, pensò confusa Virginia, visto che l’età matura era ben visibile e nel suo volto e in tutto il resto della persona. Gli anni, clementi, non l’avevano appesantita, ecco tutto. La sua bella figura era rimasta asciutta, diritta, naturalmente elegante. Provò un’improvvisa eccitazione: è per questo splendido sole, pensò ancora Virginia. Il soggiorno era armoniosamente accogliente: delicati toni di luce bagnavano l’ampia vetrata, oltre la quale s’apriva lo splendido giardino. Fu in quell’attimo che lo sguardo di Virginia si posò sull’orologio che occhieggiava dal tavolino liberty accanto a una bomboniera d’argento. L’orologio, con i suoi numeri inequivocabili, segnava le quattordici e trenta.
–Me ne vado in giardino, disse forte Virginia, ad ammirare le rose appena fiorite. Stamattina, bagnate di rugiada, erano così luminosamente belle. Il loro intenso profumo è la canzone gioiosa della primavera.-
Avrebbe voluto continuare, ma il momento che stava vivendo con tanta intensità ritornò dentro di lei, restò esclusivamente suo. Proprio non si espanse. Virginia ne fu contenta. Stava uscendo, quando udì la voce della cognata; la lasciò alle sue spalle con un brevissimo sorriso tra il bonario e l’ironico.
–I giornali sono terribilmente noiosi, stava dicendo Beatrice, i soliti litigi politici, i soliti problemi sociali irrisolti e irrisolvibili. La verità se ne sta sempre nascosta chissà dove.-
-La verità, rispose Bruno, il marito di Virginia, è  che siamo immersi in una crisi molto seria. Speriamo uscirne, specialmente per i giovani. Noi…ormai. Non abbiamo problemi. E questo mi fa sentire quasi in colpa. Ma dove è Virginia?-
-E’ corsa improvvisamente dalle sue rose. È così anacronistica, così…le rose…Beata lei.- Si trattenne e deglutì un pizzico di acidità. Era una famiglia ricca. Tre persone in una grande, bellissima casa. Bruno era stato un illuminato industriale, amato per la sua preparazione. Se fossero arrivati dei figli, aveva detto una volta Beatrice, non ci saremmo adagiati in questo soffocante silenzio. E l’impresa avrebbe avuto un futuro.- Virginia aveva taciuto. Bruno aveva scrollato le spalle: –Quando ci si vuol bene si può vivere felici anche senza figli. Non sono arrivati: pazienza. È forse meglio così, vero Virginia?-
E’ meglio così, aveva pensato Beatrice. Io non mi sono sposata per l’azienda, per dedicarmi al lavoro, quando Virginia con certe strane amiche parlava di voler cambiare il mondo, di fare dell’industria una specie di parrocchia benefica: idee…e parole, parole, attinte da certi libracci…Sempre libri su quei divani stropicciati da interminabili discussioni. Il lavoro è lo scopo della vita. Lavoro uguale guadagno. Bruno? Bruno restava affascinato, come sempre. Bruno intanto si dirigeva verso il suo studio. Pensava: non cambierà mai la mia sorellina. Anacronistica Virginia: come fosse proibito godere della natura. Lei, la sorellina, razionale, sentenziosa e immodesta. E non se ne accorge. Beatrice, nonostante alcune molto pratiche qualità, è terribilmente noiosa. Pensò al suo amore per Virginia, intatto. Virginia dalle mille incertezze, conscia di ingiuste distanze sociali, ferma, testarda, afferrata dal dubbio. Ed è il dubbio la luce che salva. Il contrario di Beatrice: dogmatica, monolitica, con assolute certezze che intimidivano e non consentivano amichevoli conversazioni. Bruno uscì dallo studio perché gli parve di aver sentito la moglie rientrare. La vide infatti inquadrata presso la vetrata, una sola rosa in mano, le gote rosse, i capelli biondi scomposti, il suo bel sorriso quasi irriverente.
–Sei una perfetta giardiniera,- disse teneramente il marito.
–I nostri pensieri, mormorò improvvisamente Virginia, sono leggeri come piume. Anche la nostra vita è una nuvola di piume…Quando…-
-Quando?- rispose Bruno.
–Quando dalla palude della coscienza affiorano pensieri angosciosi. Lo sai vero che la crisi significa soprattutto «fame»? Noi siamo ricchi, Bruno, molto ricchi. E la ricchezza può diventare un rimorso. No, non è retorica. Quanti suicidi, miodio, quanta ingiusta miseria.-
-Lo so, rispose Bruno, e insieme faremo qualcosa.-
-Silenziosamente, senza pubblicizzare.-
-Certo.-
-E che cosa faremo?-
-Semplicemente aiuteremo il prossimo. Apriremo un’enorme gratuita mensa. Poi si vedrà. Ho nella mente utili progetti: abbi fiducia.-

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