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Colpa, brace sotto la cenere

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Massimo Giovannoni

 Pantumas»  (Feltrinelli, pag. 176,   16,00), è un romanzo d’amore all’antica che sa di «quaglio e di miele»; un matrimonio di passione e incantesimi in cui Salvatore Niffoi fa rivivere una Sardegna patriarcale dove da sempre convivono le motivazioni dei cuori semplici e le funeste ambizioni del «balente». A Chentupedes, arido paese circondato da monti di granito, la gente muore sempre in coppia. Nessuno se ne va da solo all’altro mondo. Coniugi o amici, ma anche nemici acerrimi, quando devono chinare la testa non si negano al rituale che li aiuta a essere più coraggiosi  «nel viaggio tra le tenebre e presentarsi per mano di fronte al Padre Grande», Mannoi Lisandru Niala rompe la tradizione: muore da solo e lascia in trepida attesa la moglie Mannai Rosaria convinta, poiché il Cielo l’ha preso anzitempo, che lui tornerà per portarla con sé. Cosa che immancabilmente avviene, e su questa «resurrezione» momentanea, Niffoi, con una liricità che erompe dalle più profonde e inquiete origini della Sardegna, racconta un paese, un’epoca, un mondo ormai scomparso, visto attraverso il bene vero che sostanzia le figure di un commiato che è solo l’inizio di un avvenire infinito. «Le Pantumas – spiega Niffoi che con questo romanzo ha cambiato editore, passando da Adelphi a Feltrinelli - sono ombre, penombre, strani e inquietanti fantasmi».
Quali fantasmi ha voluto richiamare nel suo libro?
  E’ il romanzo d’amore dei miei nonni. Mio nonno mi ha fatto conoscere tutti gli animali, il mondo della campagna, il colore delle uova degli uccelli, insegnandomi ad avvicinarmi al nido con passo leggero per vedere la bestiola che covava. Mi ha insegnato a distinguere il loro canto, le implorazioni d’amore, l’arruffarsi delle piume in un soggetto innamorato. Ma soprattutto ho un debito d’onore verso mia nonna che non ho fatto in tempo a conoscere e che negli anni dopo la prima guerra mondiale è riuscita a tirare su tantissimi figli in tempi in cui la fame era un contagio cronico: le zecche strappavano la pelle a morsi e le pulci s’ingrassavano a tal punto che se ne poteva fare un brodo sostanzioso.
Il libro è un omaggio solo a sua nonna o a tutte le donne sarde?
 E’ un omaggio a tutte le donne, quando la femminilità non era millantata o pitturata in modo vistoso, ma fortemente sentita e misurata sul campo. Avendo conosciuto un nonno straordinario, immaginavo anche una nonna altrettanto eccezionale che ha cresciuto i figli nel rispetto e nell’onore - inteso in senso non mafioso -, della solidarietà e della forza della famiglia.
Perché è ricorso all’espediente della proiezione di un film per raccontare la storia dei suoi nonni?
 Perché credo che la vita filmata valga più della vita vera. E’ un tema che mi è molto caro perché nell’epicità di quel che dobbiamo fare, credo che a volte ci sia più verità della realtà. E poi io sono cresciuto a pane e cinema: da quando avevo sei anni andavo in piazza con la sedia in spalla a guardare i film. Ma il film vero per me non era quello proiettato sulla parete bianca di una casa, ma la piazza gremita, mia madre che si emozionava, eravamo noi con i nostri rumori, le battute e le dissertazioni ispirate da malignità e ingenuità.
Che tipo di malignità?
Vedere qualche stinco allora era quasi un peccato mortale; oggi si vede di tutto e di più e penso che si sia persa anche ogni forma di iniziazione al piacere. Al cinema si andava attrezzati e si guardava il film spuntinando (facendo uno spuntino) e ogni film visto era una conquista perché avevamo la poesia dentro. Il Serafino del romanzo, è il cinematografaro vero di quei tempi, nato in un posto sbagliato, perché amava Gary Cooper e camminava con passo da cowboy.
Una favola amara, addolcita dall’amore anche se non mancano i peccati. Dove c’è amore c’è anche tradimento?
  Gli amori, non dico imposti dalla contingenza, ma creati dai contesti, in altri tempi avevano un valore altissimo che adesso si è dimenticato, perché l’architrave di cemento che sostiene il vero amore è la capacità di capirsi e di conoscersi fino in fondo: oggi c’è meno comprensione e partecipazione. Prima moglie e marito non si gettavano via perché era caduto un piatto per terra, o per qualcosa cucinato male. C’era una grande capacità di capirsi, che non era sopportazione. A volte, quegli istinti primitivi che abbiamo dentro, legano l’amore anche a una certa dose di ferocia, di bestialità e per questo anche l’amore va controllato con il buon senso che scala le montagne e appiana i dislivelli del cuore. Così le persone restano unite anche nella disperazione e nel dolore.
Oggi invece, che succede nelle famiglie?
Oggi assistiamo a dei fenomeni stranissimi che diventano di massa. Non si considera più il tempo della solidarietà che altro non è che una forma allargata di amore storico e sociale. Bisogna rinforzare il sangue, subire delle paure, avere dei patimenti, delle guerre e dei cataclismi: un uomo che ignora l’ineluttabilità della morte, di questa vita non ha capito niente e passa sulla terra come un cagnolino o una capra, senza lasciare tracce.
Ma non le sembra di aver descritto una Sardegna sempre più mitica, un po’ fuori dal mondo?
Credo che la Sardegna non sia mai stata fuori dal mondo: ancor prima della globalizzazione c’è entrata di forza più per i suoi aspetti negativi che per quelli positivi. Nel romanzo, la storia di un amore così grande che diventa assoluto, è anche la storia dello scorrere del tempo nel paese di Chentupedes: vita morte e rinascita, una ruota che rigenera il concetto della resurrezione, legato molto anche al senso di colpa, al rimorso. Uno dei personaggi dichiara che prima il rimorso non aveva via di fuga: rimaneva dentro l’anima come una brace sotto la cenere, mentre ora è quasi scomparso nel cercare di eludere la morte. L’uomo moderno ha acquisito il senso dell’immortalità, senza pensare che tutti i giorni bisogna allenarsi a morire.
Pantumas - Feltrinelli, pag. 176, 16,00

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