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Galaverna e il teatro dei burattini

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Ubaldo Delsante

Domenico Galaverna, dopo avere impiantato una tipografia a Collecchio, verso il 1870 comincia a stampare alcuni componimenti che testimoniano il suo interesse per la drammatizzazione e i dialoghi. Dapprima cura la ristampa de «La Notte del Santo Natale», azione drammatica «in tre atti in dialetto parmigiano montanaro», scritta probabilmente da un sacerdote rimasto anonimo, già apparsa nel 1854, ma forse risalente alla fine del Settecento. Nel 1871 quindi fa uscire quattro suoi lavori teatrali in separati fascicoli, raggruppati nella collana «Teatro delle Marionette ovvero repertorio di Spettacoli, Balli, Commedie, Farse &., composte e ridotte per uso delle Marionette da Domenico Galaverna». Esse recano l’indicazione del fascicolo dal n. 1 al 4 e sono messe in vendita a Parma presso Enrico Pezzani in strada S. Lucia (oggi via Cavour) al n. 57. Dall’annuncio pubblicitario che compare nell’ultima pagina di copertina, sembrerebbero i primi numeri di una più ampia serie, ma non risulta che siano stati stampati ulteriori fascicoli. Forse Galaverna aveva in testa o in manoscritto ancora qualche copione, che non ebbe poi la possibilità o l’opportunità di convertire in stampa.
Non è chiaro il motivo per cui l’Autore chiama Teatro delle Marionette quello che in realtà è il Teatro dei Burattini: forse con questo espediente sperava di ampliare il campo dei suoi eventuali utenti (e acquirenti dei fascicoli). Si tratta di tre commedie in tre atti e di una farsa in un atto. Le commedie si intitolano «Il drago di Tessaglia» ovvero «Il trionfo dell’innocenza», «Il mago Gasparre» ossia Il vero amor fraterno e Il dissoluto, che non è altro che la parabola evangelica del figliol prodigo adattata alle teste di legno; la farsa in un solo atto è «La scommessa».
Questi testi erano ben noti a Italo Ferrari, che in parte li utilizzava adattandoli e variandoli a sua discrezione. I personaggi principali parlano in italiano, mentre il dialetto è riservato ai comprimari, cioè alle maschere regionali. Galaverna però non si sente sicuro nei dialetti forestieri, così fa recitare in dialetto parmigiano, intercalato di motti maccheronici, oltre al Disevido (sic) e al tipicamente suo Battistino, anche Sandrone e il dottor Balanzoni, che attengono ad altre province emiliane, mentre mette insieme un approssimativo dialetto veneziano per Arlecchino e Brighella.
Dei diversi linguaggi e della balbuzie di Tartaglia si serve Galaverna per calarsi nei giochi di parole, in quei calembours che gli sono più cari e che gli consentono di cavar fuori spassosi doppi sensi. In proposito ha scritto Giuseppe Bertoraglia nella sua tesi di laurea del 1938-39 (poi pubblicata da Arnaldo Barilli): «Questi quattro lavoretti dimostrano che Galaverna aveva spirito, fantasia ed esperienza sua speciale del teatro; ma l’effetto che probabilmente avranno fatto sugli spettatori non può essere goduto dai lettori, ai quali non sfuggono i difetti di concezione e di forma e la puerile ingenuità della sceneggiatura. Neppure Battistino, e tanto meno Disevido, ai quali sono affidate parti assolutamente secondarie, riescono ad animare quelle povere commedie, sicché possiamo dire che Galaverna fece bene a non insistere nella sua poco felice iniziativa.
Antonio Restori, oltre a queste quattro commedie, nel suo saggio di bibliografia dialettale parmense, cita anche il «Salasso» come opera del nostro Autore. È una commediola in un atto inserita nel lunario «Il Gran Mirandolano» compilato da Moise Padovani, nella quale quattro personaggi parlano in parmigiano: Mirandolano, Ciccion, Tiracopli e Pelogh. Ma, prestando la dovuta fede a quanto ebbe a dichiararmi Andrea, figlio del poeta, anche il Povero Gianduja pubblicato nel Gran Mirandolano dell’anno precedente fu scritto da Galaverna.
I componimenti drammatici di Galaverna dati alle stampe sono dunque sei, ma nessuno di essi aggiunge nulla alla fama che il loro autore ha meritatamente in altro campo conseguito», conclude Bertoraglia. Possiamo stralciare qualche brano dalla farsa «La scommessa» per capire meglio i linguaggi che usa Galaverna, la cui cultura scolastica si limita alle elementari, ma che è un lettore onnivoro e prende qua e là come può. Il dottor Balanzoni, medico prolisso e logorroico, parla un misto di italiano e dialetto emiliano indefinibile. Ad esempio: «... me subett an badand al temp, al j our, al logh, al mument, a j 'ho troncà el studi profondissim dova em trovava immers, e cmè s'j'avess avù il j'ali ai pì, a son volà a portargh i tesor d’la scienza medica e chirurgica, per sollevar la sofferenta umanità, e circondar d’una nova aureola d’gloria, el me nom doppiament immurtal». Arlecchino è un gentile veneziano: «Ghè ziogo del me campanello che lo fazzo desperar». Sandrone invece è sempre grossolano e iperbolico: «E mi j'ho fat una povesia da faregh gnir la colica». A Battistino sono lasciate soltanto poche battute, parte in italiano e parte in dialetto. Nel 1870 dalla sua tipografia di Collecchio, Galaverna fa uscire anche il lunario «El Congress di Strolegh», nel quale compaiono le vignette del Caporal Cazzabal, della Fodriga da Panocia, del Battistein Panäda (il quale, come sappiamo, era sì mago, ma solo "per necessità"), del Chiaravalle, del Mirandolano e del Vesta-Verde. Il testo è sotto forma di dialogo misto italiano-dialetto, ma inadatto alla scena. Più tardi, tra il 1873 e il 1894, pubblica altri lavori nella stessa forma dialogica, ancora non in chiave teatrale, bensì didascalica e didattica, cioè i «Dialogh tra Remigio possidente e Gervaso suo contadino», dove Remigio parla in italiano mentre Gervaso risponde in dialetto parmigiano, e che mantengono gli elementi lessicali delle commedie, ma in contesti completamente diversi.
 

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