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Luce sacra sull'Arno

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di Pier Paolo Mendogni

Mentre a Firenze fioriva rigogliosamente il giardino del gotico elegante e incorporeo, è spuntato e cresciuto l’albero del Rinascimento dalle radici umanistiche, classicheggianti: due linguaggi per alcuni decenni paralleli; poi quello sorto all’inizio del Quattrocento per iniziativa di Brunelleschi, Donatello e Masaccio si è imposto diventando universale mentre l’altro, mutuato d’Oltralpe e che aveva investito tutta l’Europa, si spegneva. La storia di questo splendido periodo – rifulgente di ori superni, paradisiaci mentre l’uomo conquistava la centralità del creato e delle rappresentazioni artistiche – viene raccontata nella mostra ricca di scoperte e di emozioni allestita a Firenze nelle nuove sale della Galleria degli Uffizi (fino al 4 novembre) intitolata «Bagliori dorati. Gotico internazionale a Firenze 1375 – 1440», curata da Antonio Natali, Enrica Neri Lusanna, Angelo Tartuferi come il bel catalogo della Giunti Editore con saggi contenenti novità sul piano critico. I pezzi esposti – un centinaio fra dipinti, sculture, oggetti d’oreficeria e codici miniati tra cui il «De viris illustribus» della Biblioteca Palatina di Parma – vengono completati da alcune fondamentali tavole rimaste in Galleria in quanto problematiche da spostare. Una storia intrigante perché dimostra come il sofisticato e brillante linguaggio gotico piacesse alla ricca committenza fiorentina, pubblica e privata, nobile e religiosa, che ha continuato nei primi decenni del Quattrocento a richiedere le opere degli artisti che lo praticavano mentre gli intellettuali, con la riscoperta del mondo greco e latino, sostenevano il rinnovamento dell’arte ispirandosi all’antichità classica e alla centralità dell’uomo che domina lo spazio con una rivoluzionaria misura prospettica. 
Il Gotico internazionale affascinava – e affascina tuttora - con la profusione degli ori nelle aureole di Cristo, della Vergine, degli angeli, dei santi, nelle bordure e nei ricami delle vesti, nei fondali, con la grafia sottile e infranta in complesse sinuosità, con le figure leggere, eteree di una spirituale tenerezza, coi colori di una luminosa soavità. All’inizio del percorso una «Madonna in trono» di Agnolo Gaddi (1390), in collezione privata, mostra una preziosità di decorazione e una eleganza formale che conducono verso il gotico internazionale, avvertibile nella «Madonna col Bambino, santi e quattro angeli» di Gherardo Starnina che dalla Spagna ha portato l’atmosfera vivace e gioiosa, e la calda cromia che animano la scena. Mentre la pittura si adeguava con una certa lentezza al linguaggio d’Oltralpe, la scultura guardava con più attenzione verso l’Europa con Pietro di Giovanni detto Tedesco, Giovanni d’Ambrogio, Luca di Giovanni, Simone Talenti i quali con una più ricca articolazione compositiva conferiscono alle statue una maggiore dinamicità. 
Nei dipinti le «Annunciazioni» del Maestro della Madonna Strauss e di Giovanni di Francesco Toscani avvengono sotto esili porticati lineari con angeli dalle vesti morbide e leggere e con lunghe ali di piume variegate e Madonne sedute in trono. 
Paolo Uccello trasforma la storia in una fiaba con Dio Padre che nel fulgore dell’Empireo, tra schiere di angeli musicanti, affida all’arcangelo Gabriele il messaggio da portare alla Vergine, seduta nella casa di Nazareth sotto un porticato gotico mentre sta leggendo la Bibbia.  Zanobi Macchiavelli aggiunge alla scena la presenza sul fondo di Adamo ed Eva, riprendendo un motivo iconografico introdotto dal Beato Angelico, e pone l’angelo sotto l’elegante portico ritmato con archi classicheggianti e illeggiadrito da una squisitezza cromatica che si dispiega pure nei minuziosi e curiosi particolari. 
E’ il trionfo della pittura di luce che affascina per l’atmosfera incantata che pervade le scene fitte di personaggi che indossano abiti dai colori teneri e luminosi nella squillante vastità degli ori che avvolgono «L’Incoronazione della Vergine» e «L’adorazione dei magi» di Lorenzo Monaco, lo sfolgorante radioso «Paradiso» del Beato Angelico con le sante e i santi dai corpi eterei. 
Una leggerezza spirituale che ritroviamo nella sua sottile «Madonna col Bambino» e nella toccante «Vir dolorum» di Masolino da Panicale. In questo conteso in cui la materia viene accarezzata e smaterializzata da una luce che la vivifica e la purifica, si ergono imponenti per dimensione e per forza fisica e morale le solenni statue di Filippo Brunelleschi (San Pietro), Donatello (San Marco, un prodigio di introspezione), Lorenzo Ghiberti (San Giovanni Battista in bronzo che per Vasari dà inizio alla «buona maniera moderna») che portano l’impronta dell’arte classica e del nascente Rinascimento. In pittura è Masaccio a dare fisicità concreta alla piccola «Madonna col Bambino». 
A lui viene anche attribuito, con qualche riserva, il «Ritratto di un giovane» per la sua sciolta naturalezza e la dignità del rango che esprime. Se la rassegna, imperdibile, è una sinfonia di capolavori – anche nei settori dell’oreficeria e dei codici miniati – il finale è trionfale con la superba, intrigante «Battaglia di San Romano» di Paolo Uccello (1440) che il restauro ha restituito nello splendore delle accensioni cromatiche dei cavalli, delle lance, delle armature, nella solidità dei volumi tumultuosamente straripanti in primo piano mentre sullo sfondo si ricama un paesaggio orlato di siepine e animato da leprotti saltellanti. Un’opera straordinaria, fuori dagli schemi, in cui gli ultimi echi del gotico si intrecciano col nuovo linguaggio rinascimentale. 

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