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Scoperta sul Valoria la Cisa romana

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Scriveva Cesare Pavese nella prefazione a Moby Dick che «avere una tradizione è meno che nulla, è soltanto cercandola che si può viverla». Il ricercare questa  «tradizione», per noi archeologi, ha sempre significato acquisire alla ricostruzione storica il grande contributo che può giungere, spesso anche inaspettato, dalla ricerca sul campo. Il Valoria si sta dimostrando, in questa direzione, paradigmatico esempio.
Ma seguiamo le circostanze della scoperta. Era il 2 luglio dello scorso anno e un convegno di studi storici bercetesi era stato promosso, col supporto dell’Amministrazione comunale, dall’ing. Ermanno Winsemann Falghera, industriale milanese con legami affettivi a Pietramogolana. In quell'occasione, dovendo tracciare un profilo del popolamento antico nel bercetese attraverso la documentazione archeologica, non volendo limitarmi a riferire quanto da me scoperto per tesi in anni giovanili, ho cercato possibili novità indagando anche nelle notizie che numerose mi pervenivano dagli appassionati locali.
Una di queste, in particolare, mi stava stuzzicando con insistenza. Jean Louis Canale, bercetese muratore di mestiere ma con alle spalle studi universitari di Geologia, sosteneva che, lungo il percorso francigeno in prossimità del massimo crinale, una colorazione insolita del terreno non aveva trovato spiegazioni plausibili. Avendo compreso potesse trattarsi di una fornace romana per laterizi - che lasciano all’intorno solitamente un terreno rubefatto dalla caratteristica colorazione rossiccia - gli avevo chiesto con insistenza di potervi assieme condurre un sopralluogo. In gioco era la possibilità di far luce sull'inspiegabile assenza di ritrovamenti d’età romana lungo il medievale percorso romeo montano, che autorevoli studi (P.L. Dall’Aglio, Dalla Parma - Luni alla Via Francigena, 1998), indicavano sovrapporsi, nel tratto transappenninico, alla Parma - Luni, dando per scontato che il valico utilizzato fosse quello attuale della Cisa.
Accertata la presenza della fornace romana per laterizi, a circa 200 metri di distanza dal massimo crinale appenninico, si poneva urgente il dilemma su chi essa avesse servito; dubbiosi nell’attribuirla ai coloni lucchesi che gestivano i pascoli e i fondi del saltus praediaque Berusetis ricordato nella Tavola veleiate, considerata l’insolita posizione e le sue limitate dimensioni, eravamo propensi piuttosto a ritenerla utilizzata per servire una struttura in posto, probabilmente una mansio. Con queste premesse mi sono speso, con l’amico Jean (a cui si era aggiunto Martino Squeri), nel tentare di penetrare l’oscuro quanto stimolante messaggio. Un po' di luce sarebbe giunta presto da un rinvenimento del tutto imprevisto.
 Alla Sella del Valoria una cesura nella coltre erbosa aveva fatto affiorare il tassello in pasta vitrea di un mosaico romano. Occorreva fermarsi e procedere nell’indagine con un’autorizzazione ministeriale. Il Museo delle Statue Stele Lunigianesi di Pontremoli, che dirigo, ha chiesto all’Iscum (Istituto di Storia della Cultura Materiale di Genova fondato dal compianto archeologo  Tiziano Mannoni) di intervenire a nostro nome in una richiesta di concessione di scavo, ottenuta la quale l’iter suggeriva una visita al presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Parma, Carlo Gabbi, a cui richiedere un finanziamento, poi accordato sui progetti propri di quell'Istituto grazie ai buoni auspici del notaio Rodolfo Cavandoli (divenuto bercetese adottivo col restauro del suo borgo di Casacca), e degli ingegneri Gianpaolo Dallara e Andrea Pontremoli.  Ora si poteva procedere con lo scavo archeologico, partendo naturalmente da quell'intrigante tassello di mosaico. La Sella del Valoria, m 1224 slm. Se non tutto il male vien per nuocere, dobbiamo al vento, che per lunghi giorni ha soffiato sulla Sella a 130 km/h impedendoci di lavorare sul cantiere ma non di operare in ricognizioni, la prima  importante scoperta della missione di ricerca. Lungo il percorso alternativo della Francigena, non lungi dalla fornace romana sopra ricordata, si trovava, inserito tra i ciottoli del selciato, un lastrone in pietra con graffita una decorazione (foglia d’edera), ed incisi sia un simbolo, forse indicante la prossimità del valico, sia alcune lettere in alfabeto preromano, di derivazione etrusca ma elaborato da Liguri e Celti.
La sua decifrazione è ora al vaglio degli studiosi di lingue antiche e al momento riteniamo prematura una sua interpretazione, che risulterebbe affrettata e pertanto suscettibile di future sensibili modifiche. L’orizzonte cronologico, qualora l’iscrizione si confermi autentica, sarebbe orientato per il III - II secolo avanti Cristo e probabilmente non è un caso che anche la maggioranza dei reperti rinvenuti negli scavi sulla Sella riporti anch’essa a tale periodo, quello romano repubblicano, non lontano dalla fondazione di Parma (183 a.C.) e Luni (177 a.C.) e, soprattutto, da quella che deve essere stata la progettazione del percorso, che sicuramente ha impiegato, nel transito al passo, non la Cisa attuale bensì la Sella del Valoria.
 Lo sostengono i reperti che, numerosi, sono stati acquisiti nel corso dello scavo, e che mostrano la frequentazione cultuale della sommità, con testimonianze riferibili in particolare alle cerimonie che venivano praticate da coloro che vi transitavano, fossero le comunità locali, schiere di soldati o semplici individui che volevano così propiziarsi il viaggio pro itu et reditu, ponendo andata e ritorno sotto la protezione del dio che sul Valoria aveva la propria sede.
Qualcosa in più su queste cerimonie ed offerte sarà raccontato dallo studio dei riempimenti delle fosse votive integralmente recuperati ed affidati al Laboratorio di Paleoecologia del Cnr guidato a Dàlmine (Bg) dal prof. Cesare Ravazzi. Purtroppo solo ad area interamente indagata sarà possibile riferire in dettaglio le circostanze delle scoperte al Valoria (svelando l’indizio del tassello di mosaico) mostrando quei reperti che ogni giorno pensiamo potrebbero rappresentare un’eccellenza vera se ammirati in una sala attrezzata dedicata al passo romano della Cisa.
Per essere creduti uno almeno dobbiamo comunque mostrarlo, ed abbiamo scelto un oggetto votivo che conferma la destinazione religiosa del luogo. Si tratta di una piccola mano con ben indicati i solchi sul palmo ed un serpente con le spire avvolte alla base dell’avambraccio; il pollice ingrossato indica che la mano era originariamente semichiusa probabilmente nella posa della benedictio latina tipico della simbologia di Sabazio, divinità d’origine orientale-frigia il cui culto è in auge a Roma soprattutto dal I secolo d.C. praticato dai militari che ritornano dalle campagne in oriente.
Le potenzialità della scoperta appaiono notevoli, tanto da farci dire che scorgiamo, come Howard Carter dal foro aperto sull'anticamera sepolcrale di Tutankhamon, «cose meravigliose», quelle che domani potranno fare la differenza se l’Appennino verrà messo in condizioni di avvalersi delle sue proprie eccellenze, sempre che i naturali gestori, Berceto e Pontremoli, sappiano cogliere quest’occasione per rafforzare il loro legame con questo valico ricco di millenni di storia. Non sembri che passato e futuro non possano in questo senso conciliarsi e si rammenti l’insegnamento di Eugenio Montale (A Pio Rajna, in Quaderno di quattro anni, 1974): «chi scava nel passato può comprendere che passato e futuro distano appena un milionesimo di attimo tra loro».





ANGELO GHIRETTI
Direttore del Museo delle Statue Stele Lunigianesi, Castello del Piagnaro, Pontremoli (Ms).
www.angeloghirettistudio.it

 

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